di Gabriella NOTO
Sfiorita, in lutto, incattivita e acida. Ossessivamente legata a piccole manie. Ida, la protagonista di Week-end, è il prototipo della zitella. Insegnante frustrata ed in urto con la realtà scolastica e gli allievi che detesta, appare in scena colta in uno scorcio di soporifera quotidianità mentre rilegge il pedestre tema di Marco, uno studente cui fa il “doposcuola”.
Finalmente l’allievo “somaro” se ne va, Ida mette un disco, beve un po’ di liquore, e, stiracchiandosi nell’agognata solitudine, inizia a progettare, sognare forse, come trascorrere i due giorni di festa che la attendono.
Il tempo festivo, incombente come una minaccia, rimanda alla commedia Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo e a quella profetica battuta del protagonista, Peppino Priore, nel primo atto: «Per noi altri che viviamo una settimana intensa di lavoro… le domeniche sono pericolose». Anche nell’opera di Ruccello, le ore sembrano trascorrere gonfiandosi di tensione e di cattivi presagi. Ida mette via libri e compiti e, avida di piacere e colma di un greve livore, sembra espandersi ferina e delirante verso le ore libere del suo week end.
Otterrà con un pretesto che il giovane idraulico Narciso entri in casa, vivendo con lui due giorni di violenta passione. Ida si tramuta, si traveste, smette il nero per un abito scarlatto, fa pose fatali allo specchio eppure, dinanzi all’improvvisato amante, pur giovanissimo e aitante, non si addolcisce, non cambia. Resta dura, aspramente schietta, violenta. E se lui, inizialmente reso arrogante dall’inattesa conquista, resta poi deluso dalla totale assenza di romanticismo di Ida, questa gli ride in faccia, lo provoca allo scontro fisico, ripetendogli: «Sono una donna emancipata!».
L’interno, angusto ed essenziale, sembra animato dalla stessa esistenza della sua abitante. Nel piccolo soggiorno di Ida ogni particolare racconta di una vita sradicata e solipsistica e del suo carattere chiuso e inaccessibile. La protagonista serra la porta a doppia mandata alle spalle di Narciso, chiude le tendine della finestra. Eppure, l’intera scena dell’incontro tra il giovane e l’attempata insegnante resta esposta allo sguardo del pubblico, invitato a spiare ogni dettaglio, fino all’improvvisa intrusione dello studente Marco che, morbosamente attratto da Ida, resterà, anche lui, irretito nell’ambiguo gioco erotico dell’insegnante.
Definito dallo stesso Ruccello “un esperimento sullo spettatore”, Week-end è un’opera perfetta, densa e originale, ultimo atto della Trilogia della camera insieme a Le cinque rose di Jennifer e Notturno di donna con ospiti. In essa, tornano i temi più cari al drammaturgo stabiese: l’alienità, lo sradicamento, lo sfaldarsi dell’identità e della lingua, incorniciati da una scrittura fortemente cinematografica e dalla voluta ambiguità dell’intera opera perennemente sospesa tra toni grotteschi e tensioni insostenibili.
L’impianto drammaturgico è manifestamente suggestionato dal cinema d’autore, in cui è evidente il richiamo al cult di Hitchcock La finestra sul cortile e, ancor più, al disturbante thriller neorealista di Roman Polanski L’inquilino del terzo piano del 1976, accomunato a Week-end, oltre che per la non risolta ambiguità tra incubo e realtà, anche dal fatto di essere parte di una trilogia denominata “dell’appartamento”.
L’eccellente regia di Martino D’Amico esalta l’estetica cinematografica della vicenda, costruendo una narrazione che inquadra la scena come attraverso la macchina da presa.
Lo scorrere del tempo, del sabato e della domenica di Ida, è segnato dalla dissolvenza delle scene, dal muoversi di piccoli dettagli (l’apparire di un pasto consumato sulla tovaglia, il divano in disordine, nuovamente la tavola pulita e vuota) mentre tagli netti celano improvvisamente ciò che accade, lasciando allo spettatore il disagio di intuire quanto di terribile può essere accaduto e confondendo continuamente il confine tra fatti reali e allucinazioni.
L’emozionante disegno luci di Marco Linari tramuta l’unica finestra del soggiorno di Ida in un presagio dell’azione, tingendola ora di una pigra luce aranciata, ora del nero fondo della notte, o accendendola improvvisamente di fosche tinte sanguigne. Questo sapiente espediente tramuta la piccola apertura in una minaccia, un invito a intrufolarsi, a spiare la scena che, schiacciata tra lo sguardo degli spettatori in platea e la finestra socchiusa del piccolo soggiorno, sembra perdere profondità, risucchiare l’aria agli interpreti, costringere il pubblico ad un voyeurismo dei dettagli, ad un’esplorazione malata del quotidiano di Ida, della sua casa, degli incontri feroci e sensuali con i suoi giovanissimi amanti.
Sabrina Scuccimarra giganteggia in un’interpretazione fortissima e feroce. La sua Ida muta continuamente, come una vera strega delle favole, innocua e lamentosa, seduttrice spregiudicata, fiammeggiante di vendicativa follia omicida. È ridicola, è comica, è sgraziata. Eppure, di istante in istante, il suo desiderio emana nella sala, tra gli spettatori, un turbamento vero, tanto più erotico quanto ineducato. La vicinanza con i due giovani, maschi arroganti e ignoranti, interpretati da Matteo d’Incoronato (lo studente Marco) e Manuel Severino (l’idraulico Narciso) con autenticità e vivacità, sembra accelerare il precipitare dell’azione verso il delirio e la violenza. Ida finirà per divorare tutti? Si dimostrerà una vera serial killer?
La sua zoppia, sottolineata dal pesante passo cadenzato, è il difetto mitologico e terrorizzante di tutti i mostri fiabeschi, come il leggendario zoccolo del diavolo, inconfondibile anche sotto il più astuto travestimento.
È questo arto storpio, segno della radice sradicata, il vero cuore narrativo della storia. È il difetto fisico che rende Ida non adatta al matrimonio -«nessuno se la piglia, povera Ida!»- e pur impedendole fisicamente di camminare come le altre. le dà però il pretesto per farsi una vita sua, per studiare e infine per trasferirsi nella grande città. Eppure, neanche l’emancipazione serve a lenire il dolore dello sradicamento che le resta nel corpo e nella testa, tramutandosi in un odio feroce contro la madre e le sorelle, contro gli uomini. Il tema del ripudio della famiglia, l’ossessione per la distruzione del maschio rende Ida una Gatta Cenerentola tanto più inquietante in quanto sfiorita e “scacciata”. Il delirio di Ida sfocerà, infine, in momento teatrale di eccezionale intensità, interpretato virtuosamente, un “cunto” terrificante in un dialetto campano arcaico e oscuro, in cui, dismettendo ogni maschera, la protagonista sembra abbandonarsi alla propria infernale natura.
La colonna sonora, che spazia da Mozart ai Ricchi e Poveri, contribuisce ad aumentare lo spaesamento dello spettatore, a confonderne ancora di più le percezioni, così come il passo curiosamente ritmico della protagonista, un inaspettato ed efficacissimo elemento sonoro della narrazione.
Modernissimo e crudele Week-end si conferma un esperimento coinvolgente per gli spettatori, particolarmente disturbante in questa splendida edizione, in cui ogni dettaglio contribuisce alla creazione di una sofisticata atmosfera noir che regala al pubblico emozioni forti ed attimi di vertiginosa tensione.
Foto di Fabiana Privitera
WEEK-END
Piccolo Bellini Napoli
14-19 aprile 2026
di Annibale Ruccello regia Martino D’Amico
Con Sabrina Scuccimarra
e con Manuel Severino e Matteo D’Incoronato
scene Alessandra Solimene
costumi Easy Costumes
luci Marco Linari
aiuto regia Matteo D’Incoronato
assistente regia Elia Colacchio
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi
in collaborazione con Ass. Cult. Padiglione Ludwig