ANNA CAPPELLI IN UN CIMITERO DEL CONSUMISMO 

di Simone SORMANI

Metti un regista argentino, un’attrice dai capelli rossi e la pelle diafana – più Alba Rohrwacher che Isa Danieli, giusto per intenderci – e un autore tra i più “carnali” della nuova drammaturgia napoletana. È un mix inaspettato, che suscita innanzitutto curiosità, quello che caratterizza lo spettacolo Anna Cappelli di Annibale Ruccello, andato in scena alla Sala Pasolini di Salerno il 14 e il 15 aprile (dopo le repliche dal 9 al 12 aprile al Nuovo di Napoli) per la regia di Claudio Tolcachir, apprezzato regista internazionale – fu ospite nel 2012 del Napoli Teatro Festival – che da qualche anno collabora in Italia con lo spettacolo Carnezzeria di Emma Dante. Curiosità dovuta anche al fatto che la protagonista, Valentina Picello, pugliese di origine ma “allevata” alla scuola del Piccolo Teatro di Milano – e già diretta da Tolcachir in Edificio 3. Storia di un interno assurdo – ha vinto con questo spettacolo i Premi Ubu e ANCT 2025. 

In realtà, sfogliando nelle cronache, troviamo che altre grandi interpreti italiane come Benedetta Buccellato – Ruccello scrisse Anna Cappelli proprio per lei –, Alvia Reale, Anna Marchesini, Maria Paiato si sono già confrontate con questo testo in lingua e non in napoletano, datato 1986, anno del fatale incidente automobilistico in cui morì, appena trentenne, il drammaturgo di Castellamare di Stabia. In questo testo la protagonista riesce a rappresentare un compendio di tutti i personaggi femminili ruccelliani. Nella storia di Anna, un’impiegata che ha fatto “il salto” dal paese alla città e che cerca di sfuggire all’afflizione di una quotidianità routinaria e straniante, rifugiandosi nella relazione sentimentale con un insipido e benestante collega d’ufficio, è racchiuso infatti tutto quel senso di abbandono, di solitudine e disadattamento che attraversa le esistenze delle protagoniste de Le cinque rose di Jennifer, Notturno di donna con ospiti, Week-end, Ferdinando. Una condizione che Ruccello – studioso di antropologia e delle tradizioni culturali campane della scuola di Roberto De Simone – metteva al centro della sua scrittura teatrale, partendo da una visione di tipo pasoliniano. La società industriale e di massa, cancellando la civiltà rurale, ha reciso, infatti alla base il rapporto dell’uomo con la natura e con la propria identità culturale e linguistica, “deportandolo” dalle comunità di origine in un mondo di consumi e di falsi miti televisivi che danno all’individuo solo l’illusione della felicità, mentre ne distruggono ogni capacità immaginativa e di creare relazioni autentiche. 

Anna Cappelli è proprio così: una donna “deportata” che, nel tentativo di conquistarsi libertà e indipendenza economica, ha finito per essere un ingranaggio di un meccanismo monotono e alienante, fatto di giorni sempre uguali e canzonette pop, e che prova a ricavarsi una nuova identità attraverso il possesso, che sia di un oggetto, di una casa o di una persona. Un sogno piccolo-borghese e drammaticamente e tremendamente umano il suo: uscire da uno stato di marginalità abitando uno spazio, un affetto; poter dare pienezza d’amore alla vita dicendo di qualcuno o di qualcosa «tu sei mio», in una realtà che non sembra indicare un diverso senso della vita stessa che non sia l’avere. Tutto giusto, se non si risolvesse in una prospettiva asfittica, oltre la quale c’è solo il fallimento: senza un uomo – «il ragionier Tonino Scarpa è la cosa più bella che mi sia capitata negli ultimi due anni» dice, ma pare più volersene autoconvincere – senza una casa, il suo mondo non ha più un centro e non c’è nulla che possa colmare il vuoto emotivo che si porta dentro.

Su questi aspetti ha lavorato la regia di Claudio Tolcachir, ambientando la vicenda in uno spazio antinaturalistico che è la metafora di una condizione esistenziale, quasi un cimitero di oggetti feticcio della modernità: una cyclette, una lavatrice, una poltrona, un lampadario, un frigorifero, le cose che avrebbero dovuto scandire le tappe della sua realizzazione, sono sparsi qua e là, abbandonati sul denso strato di finta torba che ricopre il palcoscenico. Un luogo disastrato dunque – come era la Napoli del sisma dell’80, che segnò in Ruccello e altri autori del “dopo Eduardo” (Moscato, Santanelli) l’inizio di una nuova visione della città –, che si colloca fra il reale e l’immaginario, dove tutto potrebbe essere già accaduto e rivivere perciò nelle forme di un incubo o di un delirio mentale. Valentina Picello vi si muove con temperamento, energia, fisicità, libertà di improvvisazione. La sua Anna Cappelli vive nel suo piccolo universo di relazioni povere e conflittuali con animo candido, impacciata e stralunata, in preda a facili entusiasmi per poi cadere giù, e riesce a mantenersi perfettamente sul quel sottile confine, amato da Ruccello, tra comicità e tragedia, quotidianità e ossessione, restituendo il ritratto tanto fragile quanto perturbante di una donna comune che lascia emergere, a poco a poco, le crepe di una solitudine feroce. Quella solitudine che Ruccello sapeva raccontare magnificamente nelle sue partiture drammatiche, riempiendone i vuoti di voci, attese, speranze, passioni, sangue. E carne. Qui quella di Tonino, l’uomo che l’ha illusa per poi far fallire i suoi piani, sarà sacrificata da lei in un disperato, allucinato tentativo di non separarsi dalla vita che ha costruito con lui: un’orripilante ultima cena che, attraverso una battuta che Anna rivolge ai resti dell’amato ragioniere accuratamente macellati, «Aiutami», offre una sintesi efficace del suo essere stata incapace di trovare da sola la strada per la felicità.

Nella casa crollata di Anna Cappelli non risuonano più le note delle canzonette spensierate di un tempo, ma quelle di un inno eucaristico: «Tu sei la mia vita, altro io non ho». 

Tutto ciò che resta è un frigorifero dove tumularsi insieme, per sempre. 

Foto di Luigi Angelucci
ANNA CAPPELLI
di Annibale Ruccello
Sala Pasolini di Salerno
14 e 15 aprile 2026
regia Claudio Tolcachir
con Valentina Picello
scena Cosimo Ferrigolo
luci Fabio Bozzetta
assistente alla regia Leone Paragnani
direttore di scena Gianluca Tomasella
sarta Benedetta Nicoletti

produzione Carnezzeria con Teatri di Bari, Teatro di Roma, in collaborazione con AMAT e Teatri di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane

durata: 60 minuti

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