di Francesca PROSDOCIMO
L’Antigone di Marco Martinelli, messa in scena il 22 maggio al Teatro Grande di Pompei con i ragazzi della Non-scuola, si presenta come un lavoro radicalmente corale, in cui la tragedia sofoclea viene riportata alla sua dimensione più concreta, ovvero quella di un conflitto vissuto dai corpi e dalle voci della comunità.
Fin dall’inizio lo spettacolo dichiara la propria direzione. Martinelli sceglie di introdurre l’antefatto con un’immagine essenziale e immediata: un ragazzo vaga per l’orchestra, viene colpito, e cade. A terra resta il corpo di Polinice, una presenza fissa che rappresenta la violenza da cui tutto prende avvio. Non occorrono spiegazioni più estese: la scena basta a collocare il pubblico dentro il dramma. Con un’idea simile è stata aggiunta anche la breve sequenza muta in cui Antigone scende verso il corpo del fratello per compiere il gesto della sepoltura, gesto che rende visibile, con grande semplicità, il nucleo etico della tragedia.
Il punto di forza dello spettacolo è senza dubbio il coro. Centoventi ragazzi occupano lo spazio scenico come organismo collettivo attraversato da presenze riconoscibili. Nel Teatro Grande di Pompei ogni volto resta visibile, ogni corpo partecipa alla costruzione dell’insieme. È proprio in questa tensione tra individualità e gruppo che si misura l’efficacia del lavoro della Non-scuola: il coro non accompagna soltanto l’azione, ma la genera e la carica di energia. Anche la distribuzione dei ruoli principali risponde a questa logica: Antigone è interpretata da tre ragazze, Creonte da quattro ragazzi. Non si tratta di un semplice compromesso, ma di una scelta che moltiplica il personaggio, lo rende condiviso, lo sottrae alla fissità dell’interpretazione individuale. La tragedia diventa così un’esperienza collettiva, anche senza rimuovere l’individuo.
La drammaturgia appare costruita sulle possibilità e sulle esigenze degli interpreti e degli ascoltatori. Alcune figure come Euridice, una madre in lutto, non compaiono direttamente, ma vengono assorbite dalla struttura scenica e restituite attraverso altri segni. Alcuni stasimi di carattere eccessivamente specifico, poi, vengono tagliati. In questo caso, le riduzioni apportate non indeboliscono il testo, ma al contrario ne rendono più netto il percorso.
Martinelli sembra concentrare l’intera tragedia attorno a un’idea precisa: la necessità di oltrepassare una linea per restare fedeli ai propri principi, anche a costo dell’isolamento. In questa lettura Antigone è completamente sola. Non trova sostegno né in Ismene, né nel coro. Il coro, anzi, assume spesso i tratti di una massa conformista, piegata agli ordini del potere e al linguaggio degli slogan. È un popolo che ripete, obbedisce, si adegua. Rispetto a Sofocle, Martinelli sembra concedere meno ambiguità a questa collettività: non la assolve né la giustifica, non le concede nemmeno il beneficio del dubbio. La mostra invece nella sua responsabilità. Il finale rende questa responsabilità ancora più evidente. Quando vengono narrate le morti di Antigone, Emone e Euridice, anche il coro cade a terra, come travolto dalla stessa catastrofe che non ha saputo impedire. Creonte rimane solo, vivo, davanti a una distesa di corpi immobili. La sua presa di coscienza arriva troppo tardi, quando il danno è ormai compiuto. È un’immagine semplice, ma molto efficace: il potere resta in piedi, ma intorno a sé non ha più nulla, proprio come in precedenza aveva predetto Emone.
Un altro elemento decisivo dello spettacolo è la scelta di calare la tragedia in una dimensione locale e popolare. Il napoletano, i canti in grecanico e la musica dal vivo costruiscono un paesaggio sonoro riconoscibile e concreto. Non tutto deve essere compreso parola per parola: il senso passa attraverso i ritmi, i gesti e soprattutto gli sguardi. In molti casi, la scelta drammaturgica di una lingua molto specifica o addirittura non più parlata (penso, ad esempio, al greco antico), ha come esito una difficoltà tale da opacizzare anche il gesto scenico, con tendenze elitarie. Il napoletano invece, è una lingua viva. Parte del pubblico probabilmente la percepiva come lingua madre, il che ha contribuito a rendere il testo attuale. Questa dimensione locale, infatti, permette alla tragedia di parlare con forza di dinamiche riconoscibili anche nel nostro presente: la riduzione della donna a oggetto di controllo, l’incapacità degli adulti di ascoltare i figli, la pressione del patriarcato, la violenza delle convenzioni sociali. Antigone non è soltanto la figura eroica che sfida il potere, ma una giovane donna che si oppone a un ordine collettivo incapace di ascoltare. Antigone è una giovane donna che ha il coraggio di dire “no”, in modo analogo all’Antigone pensata da Robert Carsen per Siracusa.
Alla fine dello spettacolo i ragazzi corrono nell’orchestra, si abbracciano e festeggiano con il regista e i collaboratori; il teatro cambia nuovamente segno. Dopo la catastrofe rappresentata, resta la vitalità dei corpi che hanno attraversato la scena. È forse qui che il progetto di Martinelli trova il suo senso più forte: non nella semplice attualizzazione del classico, ma nella possibilità di restituire al teatro antico una funzione viva, fisica e comunitaria.
I Tebani sono morti, ma i ragazzi di Pompei, insieme al pubblico, possono ancora fare le loro scelte. E allora, nell’energia di Dioniso, anche l’immobilità dello spazio archeologico si rinnova.
drammaturgia e regia Marco Martinelli
musiche Ambrogio Sparagna
spazio e luci Vincent Longuemare
costumi Roberta Mattera
aiuto regia Valeria Pollice, Gianni Vastarella, Vincenzo Salzano
con la partecipazione degli allievi del Polo liceale “Ernesto Pascal” di Pompei, Istituto tecnico “Renato Elia” di Castellammare di Stabia, Liceo Artistico “Giorgio De Chirico” e Liceo “Pitagora – B. Croce” di Torre Annunziata
produzione Parco Archeologico di Pompei
in collaborazione con Ravenna Festival, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Collettivo LaCorsa