Stoc ddò . Il rito e la memoria

di Rossella PETROSINO

L’origine profonda del teatro – antecedente alle luci, ai palcoscenici e alle scenografie complesse – va cercata nell’incontro primordiale di un uomo che racconta una storia a un altro uomo. È un atto di condivisione, di memoria collettiva e di sopravvivenza; quando cioè l’esperienza individuale si fa mito e ammonimento. Lo spettacolo Stoc ddò, interpretato da Sara Bevilacqua con la drammaturgia di Osvaldo Capraro, incarna perfettamente questo archetipo, trasformando il dolore viscerale di una madre in una testimonianza civile universale. 

Proprio in questa dimensione di rito collettivo si inserisce la proposta di Casa del Contemporaneo che, dopo la replica mattutina per le scuole secondarie di II grado di mercoledì 4 marzo, presso il Teatro Karol di Castellammare, ha ospitato la messa in scena serale il 6 marzo, offrendo alla città un’occasione di riflessione che va ben oltre la semplice visione teatrale.

Quando la narrazione si fa cerimonia, la parola diventa l’unico strumento possibile per riordinare il caos di una tragedia, rendendo superflua ogni altra struttura scenica. Infatti, la scena appare definita sinteticamente da un perimetro di lenzuoli bianchi stesi, una presenza che satura lo spazio e che non va intesa come semplice richiamo folkloristico ai vicoli di Bari Vecchia. Questi panni rappresentano in effetti una delimitazione morale, un muro di purezza domestica che si erge contro la violenza delle sparatorie e l’ombra di un quartiere che, ancora negli anni Sessanta, vedeva decine di persone condividere gli spazi angusti di un unico stabile, spesso senza acqua corrente e con i confini tra le famiglie che svanivano nella necessità comune. 

In questo spazio, la Bevilacqua occupa la scena attraverso un rigore che tiene lo spettatore a una rispettosa distanza; all’inizio resta seduta, immobile, con la calma di chi accoglie un ospite in casa per raccontargli un evento privato. Non c’è traccia di tragedia nel suo tono, solo la gravità di chi officia un rito quotidiano, interrompendo il flusso delle parole solo per bere un sorso d’acqua. In questo equilibrio risiede la forza dell’interpretazione dell’attrice che si cala nel vissuto di Lella Fazio con un’adesione che annulla ogni distanza teatrale. Ne mutua il dialetto stretto, gli anacoluti, quella cadenza barese che è la voce autentica di una madre che ricostruisce la storia del figlio, Michele, ucciso per errore a sedici anni. È un’immedesimazione che cerca esclusivamente la precisione del ricordo e la verità di una testimonianza.

Il testo infatti procede costruendo un accumulo di dettagli concreti che restituiscono il peso di una vita normale: il ricordo della fatica necessaria per portare l’acqua pulita in casa, riempiendo i secchi alla fontana dietro la scuola per guadagnare poche lire dai signori del quartiere e aiutare una famiglia di sei fratelli; la dignità di un padre muratore che non poteva lavorare se pioveva, e la precisione quasi ossessiva con cui Lella descrive la camicia bianca del figlio Michele, stirata con cura perché lui potesse apparire “come un gioiello” davanti allo specchio prima di andare al lavoro. Sono frammenti di realtà – il vassoio del caffè portato ogni mattina al Prefetto, il rifiuto orgoglioso delle mance, la spesa fatta in pizzeria per gli amici in difficoltà – che trasformano la vittima di mafia da numero di cronaca a presenza viva.

Poi, improvvisamente, il racconto della tragedia coglie lo spettatore di sorpresa. Senza preavviso, la routine del vicolo viene squarciata; la calma del racconto si rompe ed è un urto che colpisce proprio perché arriva nel pieno di una narrazione domestica, rendendo l’irruzione della violenza ancora più inaccettabile. 

Il senso ultimo del dramma risiede però nella fermezza del dopo, in quel “Stoc ddò” (Sto qua) che dà il titolo all’opera e cessa di essere una coordinata geografica per diventare una posizione etica: la decisione di Lella e della sua famiglia di non fuggire, di non farsi cacciare da chi ha portato la criminalità nei luoghi in cui si è nati e cresciuti, ma di trasformare la propria casa in un presidio permanente di onestà. 

A spettacolo concluso, l’attrice indugia sul palcoscenico per informare il pubblico, sottolineando come la tragica storia di Michele Fazio e della sua famiglia non finisca con il dramma, ma diventi uno spartiacque per un intero quartiere. La scelta dei genitori è una scelta politica, decidere di non fuggire, “Stoc ddò” non è solo un titolo, è una dichiarazione di guerra alla criminalità: “Io resto qui, siete voi che dovete andarvene”. Da questo rifiuto della rassegnazione, infatti, è nata la Cooperativa Michele Fazio, una realtà che dà lavoro agli ex detenuti, per dare loro una seconda possibilità a chi è uscito dal carcere.
Ospitare questo spettacolo a Castellammare rappresenta un’operazione culturale importante. La serata del 6 marzo, arricchita dalla partecipazione di due rappresentanti dell’Associazione Libera, ha dimostrato come il teatro possa farsi Stato e umanità insieme. 

STOC DDO’ – IO STO QUA
Teatro Karol – Castellammare (Na)
4 marzo 2026 matinée, 6 marzo 2026 serale
Regia Sara Bevilacqua
Con Sara Bevilacqua
Drammaturgia Osvaldo Capraro
Disegno Luci Paolo Mongelli
Organizzazione Daniele Guarini
Produzione Meridiani Perduti
Foto di scena: Domenico Summa

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