La fotografia come teatro dell’anima: una mostra di Mimmo Jodice

di Antonio GRIECO

Inaugurata a Castel Nuovo la mostra “Mimmo Jodice. Per Napoli Metafisica”, a cura di Vincenzo Trione, che resterà aperta sino al 1 settembre: una suggestiva esposizione degli scatti fotografici di un grande poeta dello sguardo.

Per gran parte del Novecento, la fotografia non fu considerata, al pari di altri linguaggi espressivi come la pittura, la musica, l’architettura, un’autonoma forma d’arte, frutto dell’immaginazione creativa. Così, per molto tempo, sono state rare le occasioni che ci hanno consentito di comprendere quanto siano stati fondamentali gli scatti di grandi artisti dell’immagine – come Man Ray, John Heartfield, Henry Cartier-Bresson, Robert Capa, solo per citarne qualcuno – per alimentare il nostro sguardo nel corso delle grandi mutazioni storico-sociali del “secolo breve”. Non diversamente, anche all’ombra del Vesuvio la fotografia fu per molto tempo relegata ai margini del processo creativo e dell’interesse generale degli stessi studiosi d’arte. La scarsa attenzione a quest’arte del vedere il mondo – decisiva, tra l’altro, sin dalla sua nascita, per la radicale innovazione pittorica dell’Impressionismo – fu, però, fortunatamente interrotta a Napoli, nel 1972, dalla “VII Rassegna d’arte del Mezzogiorno” che si tenne a Villa Pignatelli, a cura dell’artista critico Paolo Ricci che per la prima volta, insieme a pittori, scultori, poeti visivi emergenti, presentò al pubblico e alla critica giovani fotografi napoletani, come Luciano D’Alessandro, Franco Vergine, Gianni Cesarini, Fabio Donato, Mimmo Jodice, sostenendo, in catalogo, che la fotografia non è soltanto documento ma anche “un fatto creativo, invenzione, poesia, scoperta di forme e contenuti imprevisti”. E per dimostrare quanto importante sia il linguaggio fotografico per arricchire la nostra stessa sensibilità culturale e umana, egli si soffermò proprio sulla ricerca visiva di Jodice, che, giovanissimo, cominciò ad utilizzare, con passione ed eleganza, questo moderno strumento ottico per documentare la straordinaria vitalità dell’avanguardia teatrale napoletana degli anni Sessanta, con particolare attenzione al “Gruppo Vorlensungen”, d’ispirazione livinghiana, costituito da Mario e Maria Luisa Santella intorno al 1965. É per tutte queste ragioni che abbiamo salutato con grande piacere la mostra “Mimmo Jodice per Napoli. Napoli Metafisica”, a cura di Vincenzo Trione – allestita nella sala Palatina di Castel Nuovo – che, a nostro avviso, ha il pregio di aver “letto” in modo assolutamente inedito lo sguardo immaginifico di un grande poeta visivo. Creando, al fine di esaltarne la tensione metafisica presente in molte sue creazioni, una esposizione divisa in otto capitoli: “Apparizioni”, “Vuoto”, “Da Lontano”, “Monumenti”, “Statue”, “Archi”, “Colonne”, “Ombre”. Tutti i suoi scatti sono qui posti da Trione in dialogo con sette dipinti metafisici di Giorgio De Chirico, quasi inseguendo il pensiero filosofico di Theodor W. Adorno, secondo cui “negli sviluppi più recenti i generi artistici sconfinano gli uni negli altri o, più esattamente, le loro linee di demarcazione si sfrangiano” (“Parva Aesthetica, saggi 1958 – 1967”, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 169). Ciò che si può senz’altro affermare al termine di questo suggestivo incontro col visionario sguardo del fotografo napoletano (di cui è anche in corso in questi giorni ad Udine una splendida antologica delle sue opere), è che – in modo del tutto inaspettato – ci troviamo di fronte ad una immagine di Napoli assolutamente emendata da ogni folclore: una città immobile, vuota, immateriale, senza alcuna presenza umana, cristallizzata nella sua enigmatica assenza. Un teatro dell’anima, insomma, sospeso tra cielo, mare e terra, che vive solo di luci, di ombre, di un malinconico senso di attesa: uno sguardo   contemplativo e visionario sulla città cui sembrano anche rinviare le parole di Jodice che fanno da guida al percorso visivo della esposizione: “Napoli, cambiare il modo di vedere. Ed è allora che ogni pietra, ogni angolo, arco, chiostro si ripropongono in una luce e dimensione diversa, sospesa e surreale, intima e misteriosa”. Parole e immagini che, in qualche modo, fanno pensare anche ai nostri poeti della scena napoletana – soprattutto a Neiwiller (che fu anche fotografo), Moscato, Santanelli – che, pur da angolazioni tra loro molto diverse, hanno cercato, talvolta con un profondo travaglio interiore, nella loro poetica una Napoli lontana da ogni innocuo, autoreferenziale stereotipo comunicativo locale. L’impressione poi, nell’osservare con attenzione queste visioni urbane senza tempo – come nelle stupefacenti “Vico San Severino” (1990), “Marina di Licola” (2008), “La città invisibile  Castel Sant’Elmo” (1990)  – è che Jodice  abbia certo guardato alle luci e agli archi metafisici delle tele di De Chirico, ma con uno sguardo “obliquo” molto personale, che da un lato ci ha aiutato a scoprire un’altra Napoli, dall’altro sembra aver messo in atto un procedimento analitico, autoriflessivo, volto ad interrogare i codici stessi della fotografia: esaltandone  la sua funzione creativa, sia come indispensabile strumento di conoscenza, che come agile dispositivo ottico che, se utilizzato con intelligenza e rigore, ci consente di  decolonizzare il nostro immaginario, ormai tristemente plasmato dal mondo delle merci e del consumo. Uno sguardo interiore vero, dunque, oltre ogni illusoria e falsa rappresentazione della vita che ruota intorno a noi. La mostra, aperta sino al 1 settembre, è assolutamente da non perdere, perché ci permette di conoscere un grande artista, che, con la profondità del suo sguardo, continua a indicarci un’altra strada per vivere e attraversare il mondo.

           

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