“L’ammore nun’è ammore’”. 30 sonetti di Shakespeare traditi e tradotti da Dario Jacobelli. Lino Musella e Marco Vidino portano in scena l’incontenibile potenza della poesia.

a cura di Gabriella NOTO

“L’ammore nun’è ammore” di Lino Musella – opera nata nel 2016 e riproposta in diverse fortunate tournée in giro per l’Italia – è già un piccolo cult, uno spettacolo cui in molti tornano ad assistere, riassaporando con emozione le rappresentazioni passate. Così, anche per la prima andata messa in scena per questa stagione, al Teatro Sannazaro di Napoli il 16 maggio, il pubblico è quello delle serate attese: sorridente, partecipe e un po’ sulle righe. 

Primo lavoro della “Trilogia della parola” di Musella (che con “Tavola, tavola, chiodo, chiodo”, su testi di Eduardo de Filippo, e “Come un animale senza nome” tratto da scritti di Pier Paolo Pasolini, compone un insieme di opere nate dalle parole di grandi autori, intessute e ricreate per vivere con la musica), l’opera è la trasposizione teatrale di 30 sonetti shakespeariani, tradotti in lingua napoletana.

Dario Jacobelli, autore di valore scomparso nel 2013, quei sonetti li volle “tradire” e tradurre per sé e per i suoi amici. Il napoletano di questo esperimento, affettivo dunque liberissimo, è una lingua contemporanea, vivace e reale, che, conservando metrica e forma delle poesie tradotte, sembra amplificarne sensi e sensazioni, restituendo sfumature sottilissime e dolenti, o piuttosto esplodendo nell’invettiva cruda e in una comicità totale.

Su questi bei versi e sulla musica, Lino Musella e Marco Vidino si inerpicano sicuri e complici, creando un’impalcatura impossibile che il loro talento rende naturale. Grazie alla sapienza poetica di Jacobelli, il Bardo non perde nulla della sua universalità, custodendo tutto il mistero del suo carattere e della sua multiforme poetica, 

La poesia, portata in teatro da Musella, dimostra la propria grandezza universale, si fa di una potenza traboccante. Il palcoscenico non basta a contenerla, la quarta parete non viene solo perforata, ma avanza, cresce a dismisura, diventa il teatro tutto. Il basso e l’alto non contengono fisicamente il corpo dell’attore, che cerca e trova altre altezze, altre stanze, profondità cavernose per dare spazio ad un canto che è ad ogni momento universale e intimissimo, drammatico e colorato di comica, improvvisa “guapparia”. Nell’opera la musica di Marco Vidino si fa dialogo, personaggio, scena, talora anticipando un cambio di atmosfera, accompagnandolo, o attardandosi su emozioni e parole, in un afflato profondo fatto di tensione continua tra attore e musicista in scena. 

Come la dimensione spaziale, anche quella sonora diventa totalizzante: dalla melodia cangiante di chitarre, mandole, percussioni, al ritmo dei sonetti vivo nella voce ipnotica di Musella, fino allo stesso corpo dell’attore – basta un campanello nascosto in tasca – tutto è suono, tutto vibra nel racconto di temi che sono la materia cruda della vita stessa: enigmi immensi e irrisolvibili e deliziose, impertinenti futilità.

Così, in questa scena elementare, che sembra incrinarsi ad ogni attimo nell’improvvisa possibilità di rimpicciolimenti ed espansioni, Lino Musella si trasfigura di continuo: è un guitto sbaffato di rosso, accorato e morto d’amore, un vecchio avvilito dalla sua stessa vetustà, un guappo, che urla in un vicolo, impertinente e sbruffone.

È, infine, solo un attore, un funambolo cieco che avanza nel buio a tastoni in una folla di sconosciuti. Non ha nulla da offrire, ma accade il miracolo, dal pubblico si tende una mano a sostenerlo.  Ad ogni mano incontrata, l’attore regala un sonetto ed avanza, sostenuto di stretta in stretta dal pubblico tutto; l’incantesimo riesce, il palcoscenico è svanito, tutti i presenti sono in scena muti, voltati, girati, stirati ad ascoltare questo moderno bardo cieco che avanza a mani vuote ricco di una sapienza inesprimibile.

Lunga ed entusiasta ovazione finale, meritatissima, accolta con grazia commossa dagli interpreti di questo lavoro raffinato e sorprendente.

In scena al Teatro Sannazaro di Napoli, fino al 18 maggio 2025.

L’ammore nun’è ammore

30 sonetti di Shakespeare traditi e tradotti da Dario Jacobelli
Regia Lino Musella
Con Lino Musella
Cordofoni E Percussioni Marco Vidino
Produzione Associazione Culturale Cadmo

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