di Rossella PETROSINO
Si entra in sala al Teatro La Locandina e la rappresentazione è già lì, senza il paravento del sipario. Non c’è finzione che debba cominciare, perché il dramma di Graciela sembra non essersi mai interrotto. Quattro donne abitano la scena: una è inchiodata in proscenio, seduta in una fissità che sa di tribunale e di condanna; le altre tre le danzano alle spalle, sinuose, perdendosi tra lunghi nastri e tessuti che sembrano i fili di una memoria impossibile da dipanare. Sono inginocchiate o sedute, si intrecciano tra loro, tra i nastri e i tessuti, con gesti rituali e ossessivi, tessitrici di una trama di vita sprecata. Scopriremo poco a poco che sono le tre versioni di Graciela stessa, frammenti di un’unica identità che diventano ora eco, ora specchio, ora ombra della protagonista.
Questo spettacolo, prodotto dall’associazione La Maison des Artistes, porta in scena l’unico testo scritto per il teatro da Gabriel García Márquez, Diatriba d’amore contro un uomo seduto. È un dramma borghese scritto nel 1987 che racconta la parabola di una donna di umili origini che si danna l’anima nell’affrontare l’ascesa sociale, spinta da un amore che però, dopo venticinque anni di benessere materiale, le restituisce «tutto tranne un briciolo d’amore».
Portare in scena una tale mole di parole, un monologo barocco e denso, in assenza di movimento, è una sfida pericolosa. Il rischio di ridurre il prodotto scenico in una declamazione letteraria è dietro l’angolo. Mettere in scena un testo simile non è una sfida facile. È un monologo baroccheggiante che rischia di perdersi in fumose volute di parole e il rischio di restare impigliati in una verbosità letteraria, priva di azione fisica, è quasi una certezza.
La regia di Roberto Monte sceglie di non assecondare la densità testuale originale e compie una scelta radicale, quella di non portare affatto il marito sul palco. Si tratta di uno scarto significativo rispetto al testo di Gabriel García Márquez, dove il marito è una figura presente, descritta come assolutamente indifferente e immobile. Mentre nell’opera letteraria l’uomo è un peso fisico, un monolite silenzioso che siede di fronte alla donna, Monte, all’interno dello spettacolo, trasforma quell’inerzia in un vuoto assoluto. L’uomo seduto resta un’assenza, un vuoto che permette di lavorare esclusivamente sulla donna e sulle sue diverse sfumature, rendendo il monologo un’esplorazione solitaria e viscerale della sua interiorità.
La scena però si carica di segni: gli ombrelli di Talarico e gli elementi di design di uanéma e Lumere diventano i resti fisici di questo naufragio borghese. Gli ombrelli, in particolare, alludono alla nevicata a Parigi, richiamando la scena del tradimento di Graciela e quel gelo che ha segnato la fine di ogni illusione. Il disegno luci di Monte e Pellizzari taglia lo spazio accompagnando l’autoanalisi collettiva, mentre vediamo Graciela attraversare le sue varie fasi attraverso il corpo delle tre attrici: quella romantica, quella arrabbiata, quella spudorata. La sentiamo rinfacciare tutto a se stessa, più che al marito; è un processo interiore che sembra suggerirci una possibilità di salvezza o di cambiamento, sottolineato dalle musiche di Alessandro Capasso che ne scandiscono il ritmo evolutivo.
Le interpreti danno generosamente corpo e respiro a questo realismo magico, trasformandolo in un atto fisico, quasi carnale. Antonella Pastore, Rosaria De Angelis e Teresa Barbara Oliva sono le tre anime che si contendono lo spazio della coscienza, mentre Letizia Vicidomini si staglia come una madre megera, una figura arcaica e conservatrice, custode di un sistema che non ammette crepe. Più in là, dietro un velo che separa il presente dal rimosso, appare due o tre volte Rosa Pagano, come un’evocazione da incubo che distorce il tempo al suono di un sassofono. Il cerchio si chiude infine con Rossella Apa, apparizione angelica che emerge dal fondo della sala; il suo avanzare verso il palco e il successivo camminare a ritroso uscendo dalla sala, vestita di un bianco assoluto, segna il ritorno a una purezza dimenticata, a quel punto zero dove forse tutto è ancora possibile.
Diatriba d’amore contro un uomo seduto
di G. G. Marquez
Monologo a più voci
Teatro La Locandina, Pagani (Sa)
14-15 marzo 2026
Regia: Roberto Monte
Cast: Antonella Pastore, Letizia Vicidomini, Rosa Pagano, Rosaria De Angelis, Rossella Apa, Teresa Barbara Oliva
Produzione: La Maison des Artistes (Rassegna Æssenze ’25/’26)
Assistente alla regia: Francesco Pellizzari
Light designer: Francesco Pellizzari e Roberto Monte
Musiche originali e Sound Designer: Alessandro Capasso
Tecnico luci: Angelo Colanieri
Tecnico audio: Ferdinando Forino
Oggetti di scena: uanema
Foto di scena: Antonio Veneziano