di Gius GARGIULO
Ho ricevuto un grande regalo, mercoledì 4 marzo 2026, nella prestigiosa e gremita sede del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, ideato, animato e diretto egregiamente da Antonia Lezza, notissima accademica, specialista di letteratura teatrale, curatrice di fondamentali edizioni critiche, tra le altre, delle opere di Raffaele Viviani e di Enzo Moscato, ma soprattutto pluridecennale amica e collega carissima. Il regalo è consistito nell’accoglienza e nell’organizzazione da parte di Antonia, della presentazione del mio ultimo libro presso la sua Associazione. Mi hanno particolarmente commosso le sue parole introduttive sulla nostra amicizia alla luce di tante realizzazioni accademiche e teatrali e il suo ricordo di Caterina Freda e di Claudia Bonasi, nostre amiche e collaboratrici di lunga data, recentemente scomparse. Ringrazio quindi Antonia per questo evento. Con grande piacere vorrei lodare e ringraziare per l’impegno e per il tempo dedicato alla lettura e alla redazione dell’analisi al mio libro, Il salotto nudo (Classi edizioni, Parigi-Firenze, 2025), i competenti e cari amici, nell’ordine dei loro interventi, durante la presentazione al Centro Studi: Ariele D’Ambrosio, Annalisa Aruta Stampacchia e Davide Speranza. Ho recepito con grande interesse le loro approfondite, pertinenti e affettuose osservazioni. Ariele D’Ambrosio, medico, poeta, scrittore, saggista e perfomer, ha opportunamente messo in risalto l’aspetto mediatico popolare della televisione e delle modificazioni della conversazione in base alla diffusione di nuovi modelli di interazione tra le persone anche in rapporto al restringimento della borghesia non solo come classe ma come entità culturalmente presente nella storia della cultura occidentale negli ultimi secoli. Particolarmente interessante ho trovato l’osservazione di Ariele per sviluppare anche una sorta di analisi del salotto della grande borghesia la quale sfugge in un certo senso a delle analisi approfondite sia per il fatto che gli Happy Few hanno modalità di incontri e comportamenti che variano secondo luoghi e personalità dell’industria, dell’economia, della moda e della banca ma anche perché in fondo è la grande borghesia nel momento in cui si mostra nel gossip mediatico, a stabilire nuovi rituali e nuove modalità che andrebbero particolarmente seguite perché estremamente interessanti nelle loro ricadute sul comportamento generale. Anzi, citando Edgar Morin, potremmo dire, come per il fenomeno mediatico della Moda, che anche per la grande borghesia si diffonde e si democratizza il suo modo di vivere mostrando i suoi riti, i suoi salotti e il suo modo di parlare attraverso i media che li presentano come prestigiosi esempi da imitare, ma questa élite inventa subito altri modi e mode che si aristocratizzano in una cerchia ristretta prima di essere nuovamente mostrati alle masse dal e nel flusso mediatico. Anche la seconda osservazione di Ariele merita una risposta molto più articolata e approfondita di quella che ho potuto fornire durante il dibattito, in quanto opportunamente il problema della parcellizzazione e della riduzione delle frasi della nuova modalità di comunicazione anche attraverso la scrittura dei cosiddetti SMS o messaggini, è una caratteristica strettamente legata alla diffusione dei New Media e specialmente dei Social nella Rete, attraverso lo smartphone che ci ha fatto ritornare da una società dell’immagine a una società della scrittura ma non lenta, approfondita e sintatticamente gerarchizzata, ma veloce e breve anche con gli emoticon che hanno il compito di rendere ancora più icastica questa scrittura. A pensarci bene più che le frasi sono le parole quindi ad avere un risalto semantico tale da condizionare il senso complessivo del messaggio. Ho parlato appunto di una costipazione obbligatoria o di una contrazione della scrittura in un numero limitato di segni per lo spazio che abbiamo sul piccolo schermo dello smartphone con una tastierina molto angusta. Anche se dettiamo al nostro assistente vocale robotico come Siri per l’I-Phone, ci ritroviamo sempre di fronte a una compressione nella organizzazione grafica dello schermo che miniaturizza la nostra scrittura. Ringrazio Ariele anche per questa profonda osservazione che mi spingerebbe a dover compilare un saggio apposito su questa problematica che investe anche come ho già ribadito, la dimensione della produzione scientifica. Gli abstract dei convegni non devono superare come sappiamo, mediamente, i 200 segni, parole e spazi compresi, nei programmi di scrittura. Spesso i saggi inclusi in volumi collettanei cartacei e e-book, per motivi anche economici, non devono superare generalmente il numero standard delle 15.000 parole. Ecco, parole, parole, ma non quelle abbondanti che venivano susurrate fluenti come la capigliatura della cantante Mina sulla quale appoggiava la voce vellutata, l’attore Alberto Lupo, per una ridondante promessa affettiva di verbosità latina, sullo schermo a bassa definizione della veterotelevisione in bianco e nero. Al contrario, oggi bastano poche parole, anzi «basta la parola» o «basta una parola» come ho cercato di sottolineare evocando umoristicamente la celebre pubblicità del confetto Falqui che in epoche di censura televisiva concernente problemi gastrointestinali e sessuali, si riduceva al semplice nome della marca di lassativi nello slogan coniato dal copywriter Marcello Marchesi e pronunciato da un grandissimo attore di teatro e poi di cinema e infine del Carosello televisivo, quale fu Tino Scotti. Ma il problema della riduzione e della compressione testuale non è inversamente proporzionale alla capacità di sintesi che sembrerebbe sottendere questa riduzione. Al contrario ci troviamo, come ha suggerito pertinentemente Ariele, di fronte anche a una povertà di idee che si riverbera sul piano espressivo del linguaggio in parola scritta. Ed anche l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale inserita nei programmi di scrittura, penso soprattutto a Copilot di Word Office, edito da Microsoft, non migliora certo le cose, forse le camuffa in quanto l’intelligenza artificiale non deve sostituirsi e interpretare ciò che appena si sta scrivendo ma deve invece essere al servizio di idee anche complesse che si vogliono rendere più chiare ed efficaci nella comunicazione. A questo punto dovrebbe essere come sempre la scuola a insegnare l’uso corretto nel prompt, attraverso alcune nozioni «basic» di prompt ingeneering, che permettano di dialogare correttamente in linguaggio naturale (LLM) con il Modello (Chat GPT di Open AI, Alphabet e DeepMind di Google, Claude di Anthropic, o altri). Lo scopo è «conversare» correttamente con il Chatbot, in modo da avere il massimo di aiuto e di risultati senza stravolgere o condizionare il nostro pensiero. Ci sarebbe ancora moltissimo da dire in quanto gli studi di linguistica cognitiva applicata alle traduzioni automatiche e poi alla generazione di racconti assistiti o interamente creati da intelligenze artificiali, dimostrano quanto, nella programmazione della frase, siano le parole, soprattutto i verbi con la loro costruzione transitiva, intransitiva o passiva, a orientare la dinamica e il senso della frase di un Chatbot come avviene per gli operatori umani. Per quanto riguarda l’altra osservazione di Ariele sulla piattaforma informatica del blog di Peppe Grillo, frontman del Movimento 5 stelle, tra la televisione e il web, come si è visto e ampiamente dimostrato a livello di rilevazioni di vari istituti di ricerca e di sondaggi politici, il rapporto volge anche in questo caso, come per il partito «catodico» berlusconiano Forza Italia, a vantaggio della televisione la quale è il vero fulcro della visibilità e del consenso politico. Infatti, il blog di Grillo potrebbe essere considerato uno specchietto per le allodole. I contenuti espressi dal blog avevano una visibilità e una frequenza da parte degli utenti molto limitata. Le frasi, gli slogan e le osservazioni di Grillo, rimbalzavano dal suo sito web, grazie ai giornalisti che seguivano le sue esternazioni, nei telegiornali e nelle trasmissioni televisive di orientamento politico, ma, dato il ruolo di frontman e di comico, anche in quelle di varietà. In pratica questa centralità televisiva dimostra che l’Italia è una delle nazioni europee con la dieta mediatica più povera che si traduce in una media di tre ore e mezzo di televisione generalista per ogni telespettatore e fonte principale e spesso unica di informazioni per i cittadini mediamente e bassamente alfabetizzati, di mezza età, che sono la maggioranza di coloro che vanno a votare. Di qui la sua rilevanza strategica per il consenso politico come hanno ben appreso dal progetto berlusconiano, tra gli altri, Putin e Tramp. Quest’ultimo, nel linguaggio televisivo applicato alla politica, ha superato il maestro italiano, iniettando nella conversazione politica con i giornalisti e sulle piattaforme dei social media, Truth «in primis», frasi parcellizzate e parole chiave dal significato assiologico negativo e/o positivo, riportate al loro grado zero di senso, mutuate dal talent show che lo aveva reso popolarissimo al grande pubblico: The Apprentice, fin dal gennaio 2004, sulla storica rete televisiva americana NBC. Il web viene frequentato in maggioranza per i Social Media soprattutto come una sorta di televisione interattiva a cui rispondere con degli input lanciando messaggi e meme. In altre parole, la tele-esistenza si rigenera sul web. Come si sa, in Italia si legge poco. Siamo ancora alla soglia storica dei lettori di Pinocchio cioè tra il 38% e il 40%, il famoso zoccolo duro, mentre la maggior parte degli italiani non legge neanche un libro all’anno, pochi quotidiani, poco teatro, poco cinema, sul web solo per i Social e poi se vogliamo, ciliegina sul dolce, l’Italia è il paese europeo con il minor numero di laureati, peggio di noi fanno la Romania e Cipro. Il divario con l’Europa, che pure riguarda entrambi i sessi, è più marcato per gli uomini rispetto alle donne: in Italia possiede un titolo di studi terziario il 20,4%, dei giovani – contro una media Ue del 36,3% – e il 33,3% delle giovani, a fronte di una media europea del 47%. Basta consultare il sito dell’ISTAT (https://www.istat.it/news-dati-alla-mano/laureati-italiani-permane-il-divario-con-lue/) ed anche quello sulle diete mediatiche europee. Ciò significa che la pervasività televisiva continua ad avere la sua importanza anche se i giovani la guardano meno rispetto agli anziani. Comunque, va ricordato che la televisione sul web, moltiplicata sulle piattaforme, riesce ad essere vista anche da quella fascia di persone che ricorrono all’informazione nomade. Sono stato ugualmente attratto e stimolato dalla relazione di Annalisa Aruta, francesista e linguista, che ha messo in luce un altro aspetto centrale del libro, a cui tengo particolarmente, relativo proprio alla «fenomenologia» di quel «salotto delle Brigate Rosse» nudo o spoglio nel modo in cui si manifesta come una realtà, nell’intenzionalità della coscienza e nel modo in cui è vissuto. Indubbiamente proprio quel salotto dietro la cui biblioteca era stato situato un piccolo alloggiamento con una brandina e un wc elettrico, dove era rinchiuso Aldo Moro dopo il suo rapimento da parte delle BR, diventa paradossalmente l’epitome di una mancanza di conversazione nel salotto istituzionale. Quello che nel film Buongiorno, notte, del 2003, diretto da Marco Bellocchio, viene fedelmente ricostruito con ampi spazi: poltrone ed immancabile televisione e gli scaffali di una libreria a muro quasi simboli fossilizzati di tutta una cultura borghese che nella logica terrorista costituiva un discrimine, una barriera e non un ponte per il dialogo ma serviva a dissimulare l’accesso a quella stanzetta maleodorante e male illuminata, definita solennemente dai brigatisti «prigione del popolo». In maniera perversa e completamente inquinata dal radicalismo ideologico, si svolgeva un dialogo tra generazioni attraverso il linguaggio del politichese che aveva lo scopo di manifestare il sintomo più evidente di una distanza e di un’altra barriera tra il politico democristiano e il crudele fanatismo brigatista. Per giungere a questo drammatico capolinea della «prigione del popolo», doveva aver contribuito, sulla base di tante testimonianze e di memorie di estremisti e brigatisti, una giovinezza costellata da una serie di mancanze come quella della conversazione in famiglia per un confronto di idee con genitori significativi, fino a giungere alla ricerca di valori assoluti trascendenti vissuti anima e corpo fino al sacrificio della vita degli altri e della loro. In molte delle loro case come ha ben sottolineato Annalisa, riflettendo su uno dei nuclei concettuali centrali del libro, il preservare le poltrone sotto il cellophane in cui erano avvolte al momento dell’acquisto, assume un significato di tipo comportamentale in cui, oltre alle poltrone sono plastificate anche le esistenze. In quei salotti si consumava un rituale del silenzio interrotto da frasi parcellizzate senza argomentazioni con al centro la televisione, convitato di pietra per dettare un modo di parlare e di conversare che appariva a queste famiglie come proveniente da un altro mondo, seducente e sconosciuto. In effetti questa purezza esteriore di poltrone, pavimenti e mobilio, paga un prezzo altissimo proprio all’esperienza intesa come categoria o concetto di ammirevole mediazione tra la situazione oggettiva e la reazione o risposta soggettiva: essa include in sé le questioni più profonde della memoria e dell’abitudine, nonché quelle della prassi. Una prassi che nasce con il confronto della conversazione nella socialità del salotto, non solo in famiglia o in gruppi omogenei o clan o con la conoscenza tacita del gruppo, ma in situazioni più aperte all’esperienza per avere coscienza del segno e del sintomo stesso della sua coerenza e della sua esistenza. Invece la sospensione asettica dell’esperienza nel salotto plastificato non fa altro che evocare un vuoto che se da una parte il tranquillizzante e splendente profumo di un detersivo cerca di esorcizzare, dall’altra, contribuisce alla de(formazione) del significato di un’esperienza plurale mancata per scegliere inquietanti radicalizzazioni e «purificazioni» ideologiche e simboliche che hanno spinto i giovani eversivi a erigersi a giudici della vita altrui nel vortice cruento della lotta armata. Opportunamente Annalisa ha ricordato il passaggio del libro relativo alle giovani terroriste italiane in esilio a Parigi che dichiaravano di sentirsi spaesate perché non avevano un pensiero unico o un centro solido antagonista a cui ancorarsi nel mondo magmatico multietnico e illuminista, votato alla conversazione brillante e intelligente della tradizione profondamente borghese della metropoli transalpina…e dove i salotti spesso dalle poltrone sdrucite, senza la trasparenza a specchio dei pavimenti, con i parquet scricchiolanti, raccontano più vita vissuta secondo codici di socialità ben collaudati. Annalisa mi ha chiesto anche un’ulteriore spiegazione della mia proposta per ridimensionare la portata epocale del ’68 ad ogni commemorazione, proprio partendo dalle sue deformazioni ben evidenziate nei saggi di Perniola e Magrelli sugli ideali del ’68 realizzati in maniera distorta dalle televisioni commerciali e dal marketing politico berlusconiano. Posso ribadire a posteriori che l’antidoto ad una sorta di santificazione mediatica ricorrente e sterile di quel periodo storico che in Italia si è trascinato con la sua scia di violenza politica negli anni successivi, risiede nel riguardare i filmati dei cortei con gli ideali dell’epoca per fare una comparazione con la cronaca di quello che succede oggi a livello di comportamenti giovanili ed anche di contestazioni in modo da relativizzare queste manifestazioni e collocarle in una precisa dimensione storica e nel flusso anche di mode filosofiche e di atteggiamenti esteriori che trasformano l’eskimo dei giovani rivoluzionari con il libretto rosso di Mao e il basco alla Che Guevara, in un pregiato e costoso capo di abbigliamento citywear. Altrimenti rischiamo che «l’immaginazione al potere» venga realizzata solo come citazione colta e frivola nelle sfilate di Moda. Infine, Davide Speranza, narratore, narratologo, sceneggiatore, giornalista, redattore, storyteller e performer, ci ha offerto un’esplosione di teatralità o di «mise en spectacle» dei concetti del Salotto nudo ripresi in una stringente logica pirotecnica. Ci fornisce anche nel suono della parola stessa tutta la sua forza semantica, in quanto le parole da fonemi-lessemi nel pathos della lettura, diventano concetti volanti sparati nel buio come droni al led, in una concatenazione espressiva della voce per eseguire la partitura del testo. Sono stato conquistato, catturato ed anche svuotato dall’energia sprigionata da questa esecuzione intelligente e travolgente del testo. Condivido e ammiro pienamente il ponte scelto da Davide per passare da un’analisi argomentativa sequenziale del mio libro, ad una zona extraterritoriale, multi-sequenziale, teatro di esperimenti linguistici, quasi un percorso per una visione post-realista del Salotto nudo e del mondo, in una «interzona» della creatività rigorosa che ha come nume tutelare il Pasto nudo (Naked Lunch) di William S. Burroughs. Il Salotto nudo, nel generoso e per me lusinghiero intento di Davide, raggiunge il Pasto nudo, nel senso burroughsiano di un «momento congelato in cui tutti vedono cosa c’è sulla punta di ogni forchetta» (a frozen moment when everyone sees what is on the end of every fork) ed io aggiungerei «congelato» nella messa a fuoco di un luogo di conversazione per una riflessione attenta sulle trasformazioni del rapporto culturalizzato e politicizzato tra televisione e utenti, da un punto di vista prevalentemente semiotico. Questa «interzona» «transdotta» e teatralizzata da Davide è divenuta un dispositivo estetico per rappresentare le riflessioni veicolate dal Salotto nudo. L’interzona diviene il luogo in cui le crisi della rappresentazione sociale, tecnologica e identitaria si rifrangono in una performance che produce senso proprio nel suo essere instabile ma ricca di possibilità, come un testo frammentato, disseminato, che si ricompone in percorsi multipli come durante la navigazione nella «rete». Non aggiungo altro e rinvio al piacere della visione del video della performance di Davide che Antonia Lezza ha avuto la sensibilità e la gentilezza di realizzare e di inserire sul canale YouTube del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo. Per concludere, la presentazione del mio libro Il salotto nudo impreziosita dai penetranti e brillanti interventi dei tre relatori con la competente e affettuosa regia di Antonia Lezza, presso la sede del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, ha pienamente realizzato quello che era l’intento che mi ero prefisso in questa pubblicazione, cioè di suggerire piste di riflessione che possono prendere direzioni differenti sul come eravamo e come siamo diventati, per orientarci nella complessità di un mondo in cui vecchi e nuovi media, con la loro pervasività necessaria ma anche a volte superflua, ci accompagnano e talvolta inquinano e occultano la nostra memoria collettiva nel flusso di informazioni della tele-esistenza.