di Annalisa ARUTA STAMPACCHIA
Il salotto nudo di Gius Gargiulo nasce soprattutto da una passione e da un innato talento di Gius per la conversazione.
Gius Gargiulo è un gran parlatore, esperto conoscitore dell’arte della parola, la sua padronanza conversativa affascina l’ascoltatore perché riesce in modo semplice e naturale nell’arte di collocare con armonia ed eleganza le frasi nel periodo, i membri nelle frasi, le parole in sequenze in una structura organica di equilibri perfetti.
Egli sa far passare parole, frasi da un registro all’altro punteggiando il discorso con ironia, elegante garbo e accattivante stile dove le sue argomentazioni concatenandosi si articolano in modo fluido, mai retorico e non solo invitano all’ascolto, ma stimolano alla replica, al dibattito dove ha l’arte, oggi ancor più rara, di saper ascoltare. Aggiungiamo che Gius è valente conoscitore ed esperto della vita e delle opere di Giacomo Casanova, quel veneziano, prestato alla lingua francese per l’Histoire de ma vie, il suo capolavoro e summa dell’Illuminismo, ma anche ben noto dall’Europa alla Russia, per la stupefacente abilità conversativa.
Credo che queste poche parole possano spiegare l’origine e il perché Gius doveva necessariamente scrivere Il salotto nudo intorno al quale siamo invitati a conversare per cercare in questo che, più che la presentazione del libro, è un incontro corale per vivificare ancora quell’arte che animò corti regali, aristocratici salotti, accademie e gabinetti scientifici dal Seicento fino al Novecento inoltrato, per adornare il salotto che ci ospita e ‘abbigliarlo’ con vivace condivisione.
Infatti oggi il salotto è nudo. Quel luogo di incontro, conoscenza, querelles gentili o anche più animate, il salotto o il salotto-pranzo oggi è completamente deprivato della sua funzione. Poltrone e divani nella nostra quotidianità si pubblicizzano, si vendono sui media per la comodità di un buon sonnellino o per guardare in televisione, i programmi o le serie delle varie app.
Gius, semiologo per preparazione, studi e ricerche affronta il problema di quest’assenza dal punto di vista del linguaggio o meglio dei linguaggi.
Il linguaggio in genere, come sappiamo, trova forme di espressioni varie e differenziate, è comunicazione e come tale trova canali vari di estrinsecazione che non sono solo la parola, ma anche i gesti, i suoni. Il bambino anche quando non parla ancora sa bene come comunicare indicando col ditino cosa vuole, il cane si esprime a suo modo quando ha fame o vuole uscire, e così il gatto o gli altri animali, anche quelli feroci si fanno ragione con gli artigli e le zanne, ma il linguaggio umano va oltre la comunicazione che si serve di gesti o suoni, il linguaggio umano, come ha indicato Noam Chomski, è uno strumento per pensare, è la capacità di costruire rappresentazioni, di formulare ipotesi, immaginare mondi, è, soprattutto, un territorio di libertà, dove autonomamente possiamo affermare la nostra libertà.
Gius nel suo libro indaga su come e quando progressivamente si sia perso o quanto stiamo perdendo sempre di più questa capacità, questa libertà.
Il salotto è nudo perché non si parla più, non si conversa, non ci si confronta o si dibattono punti di vista, si è trasformato in luogo dove riposarsi o ascoltare quanto ci viene somministrato e in un modo passivo di solo ascolto. Il motivo di questo impoverimento è annunciato dal sottotitolo: Il restringimento della borghesia nella tele-esistenza.
Fin dall’incipit del testo, è spiegato in modo chiaro il motivo di questo cambiamento legato alla modifica, direi sacrificale, che si è verificata nella classe borghese: «Il salotto è nudo perché cambia identità. Si trova ridimensionato o spogliato di quella animazione tra persone che lo aveva caratterizzato negli ultimi secoli come luogo di memoria, di educazione e di conversazione, di scambio di idee, sia tra famigliari, sia tra amici e conoscenti, durante pranzi o cene di sana convivialità, di fecondo dibattito intellettuale».(p. VII)).
Salotto o camera da pranzo sono i luoghi in cui «si teatralizzava la parola» come asserisce Gargiulo, i luoghi dove si ragionava insieme, si cercava di progettare il futuro, quindi dei luoghi di libertà. L’ordine e l’autorità stessa della borghesia, i suoi rituali pubblici e privati, con l’arrivo della televisione, la diffusione della società “Low Cost”, il proliferare rapido della comunicazione digitale tra Internet e smartphone, hanno conosciuto un “restringimento”, una trasformazione che è all’origine e approfondisce una crisi interna alla classe media.
La tecnologia televisiva ormai diventata un fenomeno pervasivo di costume, ha svuotato e svestito il salotto della sua funzione socializzante, del ruolo formativo e ha gratificato persone prive di cultura e di reddito basso, ma ha danneggiato coloro che invece avevano cultura e tradizione di incontri scambievoli di socialità. La Tivù, come si chiamava allora, ha diffuso altri modi di conversare, quelli artificiali e pilotati dei suoi «Talk Show» che a poco a poco sono diventati spettacolari fino alle confessioni manipolate di partecipanti-attori o ai talent come il «Grande Fratello».
Gius sceglie ed esamina alcune linee di svolgimento, tutte molto interessanti e significative, di questi fenomeni di massa generati e agevolati dall’influsso trasformativo-dilagante della televisione nei sei capitoli del Salotto nudo che ripercorrono tra lucidità disincantata e documentazione precisa, le tappe che hanno segnato «’lo shrinking’ della borghesia italiana e dei suoi intellettuali».
Nella nostra conversazione di stasera mi interesserò in particolare alle pagine dove Gius mette sotto esame la trasformazione dei salotti legata allo ‘shrinking’ della borghesia italiana e dei suoi intellettuali dal ’68 al terrorismo fino alla tele-esistenza berlusconiana e, quindi, alla ricaduta susseguente come desolante affermazione-constatazione della nudità conversativa.
Pier Paolo Pasolini nel Salotto nudo è definito come il primo intellettuale mediatico della televisione italiana. Lo scrittore tra il 1972 e il 1975 si serve della televisione come strumento pedagogico e, nonostante sia contro questo medium che manipola le persone e le coscienze, la usa come un pulpito laico, sottomettendo l’oggetto-televisione alle sue esigenze anarco-rivoluzionarie e attaccandola come mezzo autoritario e repressivo, capace di far passare gli spettatori dall’età della pietas a quella che Pasolini chiama età dell‘edoné.
Per lo scrittore l’istruzione di massa italiana, indirizzata a formare una qualità di vita piccolo borghese, trova il suo modello nella televisione in cui si ritualizzano il culto quotidiano dell’edonismo e del consumismo. per attuare come risultato il genocidio di un’intera cultura. Quindi Pasolini in un articolo sul «Corriere della Sera» intitolato Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia avanza l’idea dell’abolizione immediata della scuola dell’obbligo e della televisione.
Infatti, facendo riferimento al terribile delitto del Circeo e alle pulsioni giovanili, dice che televisione e scuola attraverso la competizione inducono i giovani alla violenza e, esaltando falsi miti di potere e di piacere, li spingono all’infelicità.
Ciò nonostante Pasolini diventa molto popolare, è una vera star televisiva tanto che l’imitatore più famoso di quel periodo Alighiero Noschese, col nome di Pasoleo, ne fa un personaggio delle sue esilaranti imitazioni nei programmi Doppia coppia. e Canzonissima.
Vittorio Sgarbi negli Anni ’80, giovandosi anche del suo physique du rôle, estremizza la provocazione iniziata da Pasolini contro il borghese, arrivando spesso alla rissa con gli altri partecipanti nei talk show dell’arte dove, servendosi della sua maschera, si mette in scena e si spettacolarizza per provocare,
Achille Bonito Oliva, fondatore della rivista Transavanguardia (1980), introduce il suo stile di «manierismo televisivo» per una visione narcisistica della critica d’arte. Per lui il critico, spiegando, si mette in scena insieme all’opera che illustra e diventa un «trans-duttore», cioè un vero co-artista che spiega, ma insieme si spiega e, mettendosi in scena, arriva allo scopo di popolarizzare l’arte.
La televisione,-dice Gius- rispetto alle arti visive tradizionali, offre per la prima volta nella storia della sociologia della cultura, un’occasione irripetibile al critico-intellettuale, una specie di finestra in «diretta» per il «suo» discorso critico sull’estetica di massa.
Momenti importanti per esaminare il restringimento della classe borghese e quindi per la trasformazione-restringimento del linguaggio sono segnati già dalla rivoluzione del ’68 col suo linguaggio trasgressivo e immaginifico che, come deriva estrema, produce gli anni di piombo con il terrorismo e la comparsa delle Brigate Rosse.
Gius si sofferma sull’avanzamento della «tele-esistenza» che ha formato e guidato la cultura degli italiani dagli Anni Cinquanta al ’68, al terrorismo, fino a quella del berlusconismo tele-visivo commerciale e politico.
I valori tradizionali della «middle class», impiegati, insegnanti, piccoli imprenditori, artigiani, pian piano, scompaiono e anche i confini di classe diventano indistinti: il proletariato ormai sembra più sedotto che battuto dal suo avversario “di classe” che tende ad imitare più che a lottare. Nei salotti degli operai cominciano a introdursi ‘riti’ e abitudini simili a quelli borghesi, infatti Gius ricorda Jean Baudrillard che osserva come anche nei salotti degli ormai ex-proletari ogni ninnolo si posa su di un centrino, ogni fiore ha il suo vaso.
L’apparire delle Brigate Rosse e le loro violenze, rapine, gambizzazioni, omicidi, sequestri (il più famoso e emblematico quello di Aldo Moro) sono esaminate nel libro in rapporto non solo alle ragioni della loro nascita, ma anche e soprattutto riguardo alle numerose contraddizioni e opposizioni che si verificano già durante il sequestro Moro e poi, successivamente negli anni di carcerazione tra pentiti o dissociati.
Il contrasto più interessante e significativo è quello tra Valerio Morucci e Mario Moretti dove è evidenziato l’equivoco e il ritardo rispetto alla storia e all’evoluzione della classe operaia che vogliono incarnare il proletariato che si sta staccando ormai, come abbiamo considerato prima, da posizioni vetero-comuniste per flettere e indulgere a piaceri cosiddetti borghesi
Le Brigate Rosse germinate da un’esigenza dogmatica, sono rappresentate da soggetti bisognosi di un progetto autoritario e di una gerarchia rigida. I brigatisti nati in famiglie sia pur piuttosto protettive sul piano economico, ma dove mancava un linguaggio dialogico, dove esisteva invece quello che Gius chiama “no man’s langue”, hanno vissuto in case dove il salotto era chiuso, dove poltrone, divani , sedie ricoperte ancora dal cellophane erano simulacri interdetti a persone, ma anche a gatti, cani e dove non ci si riuniva più a parlare: erano i salotti dell’assenza.
I brigatisti, simmetrici a Pasolini, riprendevano il suo rigore, quel suo desiderio di purezza naturalistica contro il borghese putrido e odiato. Ed è proprio nel sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, l’azione più sensazionale e violenta delle operazioni delle BR e soprattutto più mediaticamente clamorosa, che le crepe dell’organizzazione terroristica vengono fuori nella differenza di idee tra le anime diverse del terrorismo. Soprattutto tra Mario Moretti che, agiografo del realismo socialista, si sentiva depositario dell’investitura ufficiale da parte del proletariato e Valerio Morucci che tendeva al dialogo e capiva la miopia di Moretti proiettato verso una classe che non c’era più. L’autore facendo riferimento al film di Bellocchio Buongiorno notte si sofferma sulla struttura, significante-significato, sull’organizzazione degli spazi nel salotto dell’appartamento di via Montalcini, proprietà della brigatista Anna Laura Braghetti, dove è nascosto Moro dopo il sequestro. La disposizione degli arredi del salotto, della libreria e soprattutto della televisione parlano un loro linguaggio prossemico, simbolico dello spazio, delle distanze che Bellocchio coglie e di cui si serve accanto e, insieme al linguaggio filmico, usando la televisione, i telegiornali e le inchieste televisive sul terrorismo come amplificatori «della portata simbolica della potenza militare delle BR» (p. 27). La televisione in particolare viene usata da Bellocchio accanto alla macchina da presa «come terzo occhio» per seguire e commentare gli avvenimenti. Per le suddivisioni spaziali degli ambienti Bellocchio fa riferimento alle concezioni idealistiche del libro di memorie di Anna Laura Braghetti, Il prigioniero,su cui si basa Buongiorno notte. La brigatista scriverà: «Moro, un continente sconosciuto, avevamo finalmente raggiunto il cuore dello stato e non ci capivamo niente» (A. L. Braghetti). Infatti i brigatisti non avevano capito che Moro era un mediatore, apriva al compromesso storico con il comunismo e che per lui le Brigate Rosse erano un problema sociale e politico prima che di ordine pubblico
A questo proposito invito Gius a illustrare in riferimento a Buongiorno notte, la disposizione del salotto dell’appartamento in cui si trovava Moro nelle sue implicazioni prossemiche e semiologiche.
Interessante anche il passaggio in cui Gius si sofferma sulla situazione degli ex-terroristi italiani che trovando rifugio in Francia hanno ricevuto protezione dal governo francese. Prego a riguardo Gius che vive a Parigi, ormai da più di vent’anni, di commentare questo punto, anche con riferimento al programma di France Culture « Les Nuits Magmétiques», in cui la giornalista Francesca Piolot intervista alcune ex-terroriste sulla loro situazione in Francia.
La metamorfosi più significativa e profonda nell’«addormentamento» crescente della middle classe e di conseguenza della scomparsa della funzione colloquiale-conversativa che faceva del salotto un luogo di incontro e di confronto, è collegata all’ascesa nella fase economica successiva al lavoro legato alla catena di montaggio, dell’imprenditore e dirigente di un grande gruppo di comunicazione: Silvio Berlusconi.
Nel paragrafo Il corpo di Pasolini e l’immateriale Berlusconi l’autore esamina l’emergere graduale ma inarrestabile del successo dell’industriale milanese diventato leader della televisione commerciale, suo scenario preferito, dove può insinuarsi abilmente servendosi delle più moderne strategie di marketing. Con l’intelligenza dello scopo da raggiungere, la sua auto–affermazione, si serve di sondaggi, focus groups, political marketing per scoprire quale pubblico lo segue in televisione e subisce il bombardamento pubblicitario delle reti televisive da lui governate. Attraverso le sue «creature», Diacron e Publitalia, rispettivamente centro di ricerca di mercato e concessionaria per pubblicità delle reti televisive private Finivest mette in moto una potente macchina da guerra che è la sua modernissima Wunder Kammer per poter accedere alla vita politica, servendosi dei fruitori-consumatori delle sue reti come bacino di futuri elettori. Il risultato successivo all’avanzamento mediatico è la fondazione nel 1994 del suo partito Forza Italia.
A completamento della pressione mediatica Berlusconi offre agli italiani un tipo di narrazione auto-promozionale attraverso la pubblicazione di Una storia italiana, un opuscolo illustrato (120 pagine) distribuito alle famiglie alla vigilia delle elezioni del 2001 che si basa sulla sua figura di ‘eroe’ che ha avuto successo e perciò può propagandare un Italian Dream incarnato da lui come «personaggio» ed esempio da seguire. La sua ‘narrazione’ è lontana dai canali istituzionali e Berlusconi può inaugurare una gestione manageriale dell’immaginario per gli italiani in un’era di semio-capitalismo, un capitalismo di tipo semiotico o di economia immateriale che sancisce il trionfo degli «anni di piuma».
Lo scopo è quello di proporre idee innovative nel campo politico e di verificarne in tempo reale il loro impatto presso l’opinione pubblica per renderle più popolari e riformularle sul modello della televisione commerciale. Berlusconi si oppone al «naturalismo» di Pasolini che assumeva su di sé i problemi del proletariato, rappresentato tanto dal contadino friulano incontaminato che dal borgataro romano o dal proletario napoletano dei quartieri popolari, ma solo fin quando non finivano nel gorgo economico degli odiati miti borghesi, cioè fin quando erano, rimanevano «corpo», puri e lontani dalle perdizioni del consumismo.
Nel partito di Berlusconi i suoi voti alle elezioni provengono da un ceto conservatore, prevalentemente di tipo popolare, composto principalmente da casalinghe poco alfabetizzate, operai, artigiani commercianti, piccolo borghesi che delusi dalla sinistra, dal crollo delle ideologie e dei partiti che le sostenevano, preferiscono una conversione a destra. É una vera «controrivoluzione» dove ha successo l’«immaterialità» della tele-realtà. ormai il salotto è un salotto sempre più nudo dove campeggia la televisione e il telecomando, la sera al rientro dal lavoro, governa la tele-esistenza di molti italiani.
Il sistema televisivo italiano è preso in esame da Gius come elemento fondamentale per evidenziare quali punti deboli della sua evoluzione abbiano causato nella nostra società l’impoverimento e snaturamento della classe borghese, facendola passare dalle Illusioni del Materialismo storico agli Incubi dell’illusionismo catotico.
In Italia già nel ’68 i giovani che scendevano in strada contestavano fortemente la televisione anche se in realtà, essi avevano frequentato di più il cinema che visto la televisione, poiché la rete di trasmissioni italiana era nata sul territorio nazionale solo nel 1954, con appena 6 ore giornaliere di programmazione.
Il linguaggio dei media in generale era sentito come cassa di risonanza dei valori conservatori e l’opposizione alla Tivù diventa presto uno dei dibattiti centrali della contestazione sessantottesca con lo slogan: «Rai Tivù non ti paghiamo più».
Per attaccare l’informazione borghese la gioventù del ’68 ricorre alla controinformazione servendosi di altri canali orizzontali e alternativi dove con un linguaggio e dei contenuti innovativi, spesso rivoluzionari, voleva aiutare le masse a prendere coscienza politica contro le manipolazioni dell’industria culturale in cui vivevano.
Le dinamiche interne dei media e soprattutto quei processi linguistici elaborati dal basso, anzi soprattutto perché elaborati dal basso, non venivano recepiti dagli ideologi sessantotteschi che non tennero conto della ricezione e delle suggestioni che potevano venire da un impiego inedito e sovversivo delle strutture del linguaggio stesso.
La sociolinguista Patrizia Violi, studiando l’analisi quantitativa del linguaggio utilizzato dalla stampa di sinistra extraparlamentare, tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70, per realizzare una comunicazione diversa attraverso un linguaggio nuovo di controinformazione, ne ha mostrato in modo pertinente le contraddizioni interiori. Infatti questa innovativa élite intellettuale di sinistra, chiamata ad agire e a reinterpretare il linguaggio stesso basandosi su scelte anticonformiste, ha dato prova di una visione idealistica e soprattutto di chiusura linguistica, proprio verso quelle masse che voleva raggiungere con i suoi contenuti rivoluzionari. Ne abbiamo una conferma nel linguaggio, oscuro e involuto dominante in Potere operaio, dove troviamo il persistere di formule espressive, già ricorrenti nelle assemblee studentesche (come «a monte» e «nella misura in cui»), impiegate anche quando il contesto non le avrebbe rese necessarie, così da assumere in modo ripetitivo e monotono solo un carattere di formula rituale, di segno distintivo degli appartenenti al gruppo.
Dopo gli attacchi della contestazione che si giovava della controinformazione per colpirla, la televisione nazionale degli anni Cinquanta-Sessanta, accusata di essere pedagogica e autoritaria, si rinnova e incomincia a essere attenta al gusto del consumatore ormai cambiato sotto l’avanzare della rivoluzione operata dal marketing. Negli anni Ottanta, infatti, con Berlusconi si compie il passaggio alla televisione commerciale, «un cambiamento di ’episteme’, una frattura con il passato per imporre comportamenti che divengono ideologie e con la maggioranza che si sostituisce alla nozione di classe » (p.67). La trasformazione importante è nei punti di riferimento che mutano per una borghesia ormai allettata da altri orizzonti. Le sono proposti altri schemi di ispirazione, altri modelli con cui si afferma quello che Gius chiama il «politainment», cioè l’intrattenimento televisivo che conferma l’avanzata della politica «pop», ormai accettata e seguita in televisione. Avviene un gioco di teatralizzazione della scena televisiva in cui non troviamo più le star televisive, ma assistiamo, in uno scambio delle parti, a un minuetto pericoloso e confusionario.
Donne e uomini politici; stanno sulla scena come star, dove il politico si trasforma in personaggio televisivo e viceversa. Porta a Porta, la trasmissione del giornalista Bruno Vespa sul canale di RAI 1, è esempio e palcoscenico mediatico di questo scambio delle parti e, ormai, la creatura di Bruno Vespa è considerata “la terza camera della Repubblica italiana” dove «l’attorialità politica trova i suoi personaggi nella trasformazione del politico in «soubrette» e viceversa» (p. 67).Tutto in questo nuovo mercato che ormai è diventata la televisione, ha il sapore di una rivoluzione, ma è un’ ‘amara’ rivoluzione, che pur andando contro l’élite borghese è ben lontana da quella del Sessantotto, anche se sembra realizzare le sue aspirazioni al cambiamento, un cambiamento che si afferma invece nella direzione del puro consumismo. L’Auditel in questa tele ormai commerciale, serve e aiuta Berlusconi, magnate delle reti televisive negli anni Novanta, a governare da esse il suo partito-azienda e a scendere nell’«arena politico-mediatica» preparata proprio dalle sue televisioni commerciali.
Il filosofo Mario Perniola nel suo saggio provocatorio, Berlusconi o il ’68 realizzato (2011), vede in Berlusconi la realizzazione, attraverso la televisione e le teorie dei filosofi postmoderni del pensiero debole, di tutti gli obiettivi di cui il Sessantotto era stato portatore rivoluzionario e appassionato. In effetti apparentemente prendeva in conto gli stessi ideali e principi del sessantotto «fine del lavoro e della famiglia, distruzione dell’università, deregolamentazione della sessualità, discredito della competenze mediche, ostilità nei confronti delle istituzioni giudiziarie, vitalismo giovanilistico»…, ma li usava come una piramide rovesciata per il trionfo della comunicazione massmediatica dove la Storia veniva ignorata e la Cultura e i suoi esponenti messi da parte. Innegabile l’abilità di Berlusconi nel favorire lo sviluppo del pensiero debole e della comunicazione pubblicitaria dove fa prevalere l’arte del «dire» e «sdire», diventando anche capostipite e maestro di quest’arte illusionistica oggi portata, purtroppo tristemente al suo apice, dalla «politica» di Trump.
Sullo scia di questo filone critico ed elegantemente sarcastico è il francesista e grande poeta Valerio Magrelli che pubblica, nel 2011, Il sessantotto realizzato da Mediaset, Un dialogo agli Inferi. Magrelli, immagina il ’68 come una diabolica realizzazione delle reti televisive di Berlusconi, e costruisce un dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Berlusconi. Quell’«immaginazione al potere» che invocata nelle rivolte del ’68 cantava «non fate la guerra mettete fiori nei vostri cannoni», produce ora le reti televisive di Berlusconi, dove gli italiani, sollecitati dalle sirene mediatiche da lui messe in opera, sono come ipnotizzati e cedono alle «tentazioni totalitarie di un partito-azienda».
Il potente e ‘onnisorridente’ industriale Silvio Berlusconi si cimenta nel paragone temerario con Machiavelli di cui, nel 1993, ripubblica il Principe. Con la ripubblicazione della famosa opera politica è al terzo posto come statista del ‘900 in questa impresa editoriale, dopo Mussolini e Craxi e parimente ai suoi predecessori la fa precedere da una prefazione personale. Luogo immaginario dell’incontro di fantasia secondo Magrelli sono gli Inferi dove il mago della comunicazione è destinato a finire per avere condotto gli italiani, con abili raggiri e studiati tranelli, ad accettare l’«immaterialità» della sua Terra promessa, facilitato anche da una certa irresponsabilità della sinistra. Berlusconi, negromante, incantatore o, se preferite, imbonitore continua e codifica il cliché, avviato da tempo, del salotto nudo dove, ormai, all’incontro conversativo e di dialogo si è definitivamente sostituita un’arena dove esiste un conflitto innescato a favore delle telecamere e in cui, confronto e cortesia, sono regolati solo dai conduttori di talk show.
Concluderei queste note suggerite dal bellissimo testo di Gius dove alla passione conversativa si accompagnano acume e documentazione, riprendendo Valerio Magrelli e la sua poesia che è la copertina speciale de La Lettura,supplemento del Corriere della sera del 1 marzo 2026. in occasione del Mese della Poesia e per i 150 anni del Corriere della sera.
La trascrivo di seguito, senza commento, perché i suoi versi come «uno sciame di farfalle» dicono «il peso e la mobilità della parola».
Il salotto non è più nudo.
È una farfalla, diceva Mallarmé
questo giornale che si disfa al vento,
anzi è uno sciame di farfalle che
volano via più leggere del piombo
da cui sono istoriate.
Piombo sull’ala: perfetto paradosso
per dire il peso e la mobilità
della parola, insieme al suo carattere.
E tutto questo in un destino effimero,
che pure, quotidiano, varca i secoli.
Valerio Magrelli