LE BACCANTI DI TERZOPOULOS: il successo al Teatro Grande di Pompei nell’eterno scontro tra uomo e divinità

di Emanuela FERRAUTO

Compie sette anni lo spettacolo firmato dal regista greco Theodoros Terzopoulos, che recupera LE BACCANTI euripidee, nella traduzione rivoluzionaria di Edoardo Sanguineti, e che il 18 giugno apre la stagione 2026 di POMPEII THEATRUM MUNDI, appuntamento al Teatro Grande di Pompei, con uno dei testi più famosi e più amati della drammaturgia classica greca. Questo spettacolo sembra aver scatenato riflessioni discordanti, secondo quanto previsto dallo stesso regista. Partiamo dal presupposto che Terzopoulos insiste fortemente sulla visione dello straniero non accettato, che incarna in qualche modo l’attore e il Teatro, cacciati e alla ricerca di un’affermazione, di un luogo, di un viaggio che possa arricchirli. Tutti coloro che sono diversi rispetto alla regola e alla legge, diventano perseguitati, esuli e rifugiati. Naturalmente in questo discorso si inserisce anche la visione contemporanea che si concretizza sul palcoscenico attraverso l’inserimento di riferimenti alle attuali guerre, elemento che via via sembra dissolversi nel corso dello spettacolo, ma che caratterizza fortemente l’apertura: un sottofondo di esplosioni ed urla, la presenza di scenari apocalittici, bombole ad ossigeno e  una teca-bara-culla trasparente, tutti elementi che coniugano ironicamente la vita e la morte. L’inizio del racconto scenico destabilizza, perché fortemente dilatato attraverso una scena reiterata in cui Enzo Vetrano, immobile per un lunghissimo tempo, sin dal momento in cui il pubblico comincia ad accomodarsi fino all’inizio dell’azione, è posizionato all’interno di una bara-teca trasparente, al centro del palcoscenico: gli spettatori pensano infatti che si tratti di un manichino. L’attore invece si rianima ed esce dalla teca trasparente, diventando un bambino che gioca in una culla; ritorna dunque il rapporto nascita-vita-morte e appare evidente il concetto del gioco, il famoso to play dal doppio significato teatrale.  La regia rispetta la didascalia iniziale del testo originale: sullo sfondo dello spazio scenico la reggia di Penteo; accanto, una tomba e rovina di una casa, coperte con tralci e grappoli di vite; sulla scena appare Dioniso (dall’ed. di Vincenzo di Benedetto pubblicata da BUR Rizzoli nel 2006). In realtà l’apparizione di Dioniso arriva dopo un tempo lunghissimo. I tralci di vite scendono sullo sfondo come tenda metallica che incornicia l’ingresso di un’immaginaria reggia di Penteo, la tomba trasparente contiene colui che poi si identificherà in Cadmo, e dietro, su una base soprelevata, appare un personaggio effeminato, una pseudo statua vivente che spesso interviene in lingua greca, che sembra incarnare Zeus, quest’ultimo effeminato, giocoso, bambinesco, presente nel corso dell’intero spettacolo a supervisionare quanto accade. Ai lati due servi-valletti vestiti con un completo maschile bianco, che agitano dei ventagli orientali; appaiono come personaggi ambigui, dal volto bloccato in una risata disumana, finta e artificiale, che ricorda sicuramente le maschere sorridenti del teatro giapponese, definite “omote”, ma anche la sovrapposizione con le maschere del teatro classico e con quelle mostruose barocche. Il concetto di Teatro è rappresentato proprio da questi due giovani personaggi che si integrano nella vicenda in silenzio, mostrando movimenti lenti, cadenzati, ironici, discordanti e distorti, seguiti da un personaggio femminile che intona arie e canto lirico. Si muovono come soldatini, come bamboline artificiali, come marionette: è questo il Teatro che sopravvive, sbeffeggiando il pubblico, in questo mondo in distruzione? 
La storia di Dioniso è complessa, così come sono controverse le sue origini e per questo motivo il dio, giovane e affascinante, dal femmineo capo ricciuto, a differenza dell’interprete Roberto Latini dal capo glabro, appare alla ricerca di un’identità, che sia soprattutto divina, affinché possa essere accettato, temuto e rispettato, come gli altri Dei, e non deriso come folle stregone ubriacone che conduce le donne alla perdizione. Il regista ha costruito l’intero spettacolo riflettendo soprattutto sull’identità dello straniero non riconosciuto, ma all’interno della tragedia greca euripidea, in particolare nel testo LE BACCANTI, il rapporto tra la legge divina e quella umana, tra l’apollineo e il dionisiaco, sono costanti che non possiamo trascurare. Sebbene Dioniso, in qualche modo, appaia accattivante, sensuale, inebriante, il protagonista contiene nel suo animo un grande dolore, quello di non essere accettato. Una visione che inevitabilmente affronta e attraversa il filtro della psicoanalisi novecentesca e di tutto il teatro che arriverà dopo. Se però ritorniamo alle origini del testo, ricordiamo che i due personaggi, Dioniso e Penteo, rappresentano due facce della stessa medaglia: qual è la legge che bisogna seguire? Rispettare un Dio sconosciuto e arrogante o il volere di Zeus? Seguire l’ordine dato dalle leggi umane che ci conducono verso il rispetto dei valori o rifiutare la divinità? Questo dissidio, questo scontro è costante in tutta la tragedia e torna ripetutamente all’interno anche dei testi più tardi, dimostrando che la cultura greca comincia ad affermare una riflessione dell’uomo nei confronti della divinità, accennando ad un libero arbitrio che arriverà dopo molti secoli o che forse non è mai arrivato. Dioniso nasce da Zeus e Semele, la quale riesce a salvare il figlio dall’ira di Era, consorte ufficiale del dio capriccioso che cuce il feto nella sua coscia, immagine che viene rappresentata in scena con l’abbraccio, dentro un mantello gonna, tra Zeus e Dioniso. Questo momento cruciale sembra segnare l’animo del giovane dio, che ribadisce con forza come sia stato protetto da Zeus, prima della nascita, e per questo motivo ne sottolinea i natali. Lo straniero vuole affermare la sua identità e la sua natura e lo fa nella maniera più violenta. Ci si chiede, a questo punto, se l’affermazione e il  riconoscimento della natura divina siano poi l’obiettivo più alto che voglia raggiungere un uomo, visti gli esiti delle pratiche dionisiache. Se invece trasportiamo nella contemporaneità la volontà di affermazione di un uomo lontano dalla terra natìa, allora si comprende la necessità di sopravvivere e di avere un’identità definita.
Il femmineo, elemento costante nelle pratiche bacchiche e presente nel testo, in questo spettacolo viene condotto ad estreme conseguenze: dalle scarpe rosse con tacco, mostrate dal presunto Zeus posto sul palcoscenico, al travestimento di Penteo che vuole salvare la madre Agave e viene ingannato dallo stesso Dioniso, fino al travestimento che ridicolizza gli anziani, Cadmo e Tiresia, resi ubriachi e coinvolti nei riti bacchici, perdendo il loro ruolo di saggi. Tutti gli attori, attraverso la recitazione, il respiro e il movimento corporeo, conducono l’intero spettacolo ansimando, simulando la tensione sessuale nel corpo, senza mai rilassare i muscoli, il volto, la voce, attraverso un costante ed enorme sforzo fisico e vocale. L’approccio, dunque, degli attori è sensuale, animalesco, disinibito, ma mai volgare. La voce si insinua nelle orecchie, persuade, promette, questa è l’ebbrezza metaforica di Dioniso. La presenza fortissima del coro, dei corifei e dei messaggeri, che Terzopoulos rispetta secondo la volontà greca e rende personaggi fondamentali e potentissimi sulla scena, si attua attraverso movimenti, recitazione e canto, tutto perfettamente sincronizzato. Il coro di questo spettacolo, caratterizzato da giovani attori, dimostra un enorme lavoro dietro le quinte perché non presenta nessuna sbavatura: da molteplice diventa unico personaggio, potente, solido, corale. Le Baccanti sono coro e viceversa, i gruppi si sovrappongono, camminano, marciano, ansimano insieme. Lo straordinario lavoro di questi attori è il focus toccante e potente dell’intero spettacolo. 
Si rispetta la volontà della tragedia greca e non si riporta l’orrore in scena, ma si racconta grazie all’intervento del messaggero che, nel corso del lungo monologo, continua a sopportare la tensione fisica, quasi sessuale, voluta dal regista. Unico elemento sanguinario è la testa di Penteo, che Agave, nella breve e commovente interpretazione di Alvia Reale, riconoscerà troppo tardi.  Anche la corifea, interpretata da una splendida Gemma Carbone, sensuale, a cavalcioni sul tympanon, il tamburo usato durante gli spettacoli antichi, così come i Kymbala, piccoli piatti di bronzo emisferici, usati per dare accenti sonori forti e per scandire il tempo, si muoverà come piccola serpe ansimante e strisciante, conducendo il coro verso lo sparagmós, in quello spannung narrativo che attiva il silenzio nel pubblico e che provoca la catarsi finale. La tensione, resa costante grazie all’interpretazione di tutti gli attori, si scarica nella tragedia finale, che travolge come una valanga: il dolce Cadmo, interpretato da Enzo Vetrano, che aveva giocato e bevuto con Tiresia, interpretato da Stefano Randisi (la straordinaria coppia di attori siciliani ha già partecipato ad un’altra produzione di Terzopoulos, Aspettando Godot, in questi giorni ancora in tournée), coinvolti nell’estasi bacchica, rivela poi alla figlia Agave che quella è la testa mozzata del nipote. La madre addolorata piange, il sangue non sgorga sul palcoscenico, ma i nastri rossi hanno caratterizzato l’intero spettacolo, anche quando il coro ha cercato di ripulire il palcoscenico da questo rosso, ricordando l’ossessione di Macbeth nel lavarsi le mani per eliminare la colpa. Lunghissimi gli applausi del pubblico numeroso, che invoca a gran voce il nome “Theo” affinché il regista si mostri sul palcoscenico, momento molto emozionante che lo stesso artista ricorda sui social per giorni, ringraziando affettuosamente il pubblico di Pompei.

Foto di Johanna Weber

POMPEII THEATRUM MUNDI

TEATRO GRANDE DI POMPEI

18 GIUGNO 2026

LE BACCANTI

di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
con Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
coro (in o.a.)Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumpos
assistente alla regia Stravos Papadopoulos
assistente alla drammaturgia Michalis Traitsis


produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

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