di Gius GARGIULO
L’uscita dell’Odissea (The Odyssey) del 2026, film sceneggiato, diretto e co-prodotto da Christopher Nolan, un regista che utilizza la macchina da presa per sondare le profondità conflittuali dei suoi personaggi in maniera estremamente rigorosa, quasi matematica, ci ripropone le avventure di Ulisse, dopo Batman, Oppenheimer, Dunkirk e la guerra dei sogni di Inception. La pellicola si basa sull’omonimo poema epico di Omero e ha un casting stellare con Matt Damon (Odisseo), Tom Holland (Telemaco), Anne Hathaway (Penelope), Robert Pattinson (Alcinoo), Lupita Nyong’o (Elena di Troia e Clitennestra), Zendaya (Atena), Charlize Theron (Calypso) e Elliot Page (Sinone). Nell’edizione in italiano, per il nome del protagonista si è scelta la denominazione latina «Ulisse» invece del greco «Odisseo» utilizzato nella versione originale inglese (qui il sito ufficiale del film: https://www.odysseymovie.com). Ora che il film appena uscito ha già guadagnato in 4 giorni 250 milioni, la somma che era costato e quindi si avvia ad essere un grande successo al box Office ed anche poi un possibile candidato agli Oscar, possiamo riflettere su questa Odissea che non finisce mai, che ricomincia sempre e che stando ai risultati seduce ancora oggi il pubblico, specialmente i giovani. Nolan cerca di rappresentare un Ulisse introspettivo che vive e scopre gli orrori e i lutti della guerra anche se deve fare i conti con la legge del conflitto e della crudeltà della società omerica e poi classica che non concede il perdono ma considera la guerra «polemos» come un elemento costitutivo della natura stessa. Rifacendosi alla filosofia greca ciò che definisce l’essere umano per Heidegger, non è certo il saper ridere ma al contrario il suo «essere per la morte». Nel film ci sono molti combattimenti cruenti e accaniti, fughe precipitose e anche la guerra degli elementi che gli dèi scatenano contro questo presuntuoso mortale che li ha sfidati per conoscere e andare oltre i limiti che essi hanno imposto al genere umano. L’Odissea è come un teatro antico dove sulla scena si racconta la storia dello stesso eroe e delle sue imprese in tanti modi differenti per cui un’Odissea ne contiene tante quante sono quelle che sono state raccontate per via orale, attraverso la scrittura e passate sullo schermo a cominciare da quella dell’Ulisse dell’omonimo film in technicolor del 1954, diretto da Mario Camerini, con Kirk Douglas protagonista dallo sguardo vispo in cui si riflettono le sue astuzie ostentate con una Penelope Silvana Mangano ancora mondina e poco regina e un Anthony Quinn Antinoo capo dei Proci che riassumeva nei tratti dell’arrogante pretendente, la durezza dei pistoleri delle praterie dei tanti western che aveva interpretato. Il film è disponibile su You tube (https://www.youtube.com/watch?v=xhGWo-RVHx4). Ma quello che rimane forse nella memoria come l’Odisseo più rappresentativo di questa epopea dell’erranza e dell’errore, secondo l’accezione del nome di Odisseo, in greco Odysséus, dal verbo odýssomai che significa odiare o soffrire ma anche affrontare le peripezie di un viaggio lungo e pericoloso, è il Bekim Fehmiu della riduzione televisiva di Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava, del 1968, prima produzione Rai realizzata a colori, trasmessa sul piccolo schermo in 8 puntate con la traduzione dei versi greci della grecista Rosa Calzecchi Onesti. Sul sito di Rai Cultura sono disponibili backstage e vari episodi : (https://www.raicultura.it/cinema/articoli/2019/02/Odissea-Le-avventure-di-Ulisse–6256b79f-84c4-4fd2-87ce-a475ce4b1e2d.html). Ogni puntata era introdotta nel prologo, fuoricampo, dalla voce incerta dell’ormai ottuagenario poeta Giuseppe Ungaretti, che sembrava venire anche lui direttamente dall’antichità, quasi a dare una sorta di imprimatur di autenticità e fedeltà alla riduzione televisiva, mentre declamava i versi del poema omerico. Bekim Femiu invece di mostrare i muscoli oleati e gonfiati dei culturisti della west coast statunitense alla Steve Reeves, scritturati come eroi dei film mitologici di Cinecittà, aveva quelli tozzi, ottenuti con il sudore della terra o del mare. Potevano anche essere quelli del metalmeccanico alla catena di montaggio come un emigrato del sud del Mediterraneo, in un qualsiasi nord industriale, che aspirava poi a tornare a casa a sud, dalla moglie vestita di nero nell’anima, anche se si concedeva alcune distrazioni con belle «ninfe» evolute mentalmente e sessualmente. Questo Ulisse così mediterraneo, Fehmiu era di origini albanesi, aveva nella Penelope Irene Papas, il completamento forse più riuscito della donna dell’attesa nell’attaccamento profondo e intenso al mondo famigliare che l’attrice greca di cinema e di teatro, sapeva infondere al suo personaggio, come farà in seguito nel ruolo di Anticlea, madre di Ulisse ormai invecchiata, in una struggente interpretazione nell‘ Odissea (The Odyssey), una miniserie televisiva statunitense, del 1997, diretta dal regista russo Andrej Končalovskij. Papas, pur recitando in ottimo inglese porta nel tono e nello sguardo tutta la forza tragica dell’epos greco. La miniserie americana, in due puntate disponibile su You Tube (https://www.youtube.com/watch?v=VwdoA0_t2vI), ha come protagonista un Ulisse con volto e recitazione levigati di Anthony Assante, più a suo agio nei film di gangster, insieme a una Penelope, Greta Scacchi che dà l’impressione di essersi trovata da turista, in un’isola dell’Egeo ad interpretare questo personaggio per il pubblico di un villaggio vacanze. La presenza di Isabella Rossellini, Freddy Douglas e Christopher Lee, rispettivamente nei ruoli di Atena, di Ermes e di Tiresia, danno una ulteriore dimensione «fantasy» a questo film che rende visibili gli dèi nell’azione. L’altra Odissea è quella fantascientifica raccontata in cinemascope dagli spettacolari effetti speciali di navigazione spaziale e paesaggi lunari, nel film 2001 Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey) del 1968 (qui il trailer originale: https://www.youtube.com/watch?v=oR_e9y-bka0), di Stanley Kubrick, dove il ritorno è visto all’incontrario non è un «nostos» verso la Terra ma è un ritorno nel nulla, nell’origine dell’Universo, che terrorizza anche un’intelligenza artificiale come quella di Hal 9000 che di fronte al vuoto e alla perdita dell’integrità dei propri circuiti preferisce continuare un viaggio senza fine. L’Ulisse di turno, l’astronauta e scienziato Dr David Bowman, incarnato da Keir Dullea, disinnesca i circuiti intelligenti di Hal, robot ribelle ed è chiamato a creare una nuova umanità più raziocinante, capace di dominare e utilizzare anche le intelligenze artificiali «per seguir virtute e canoscenza». Ci sono nell’Odissea omerica le donne che anche in una società patriarcale hanno un ruolo determinante nell’accogliere l’eroe, amarlo e ritardando il suo ritorno in patria, specialmente Circe e poi Calypso con la quale Odisseo resterà sette anni avendo anche diversi figli. Ne avrà anche sull’isola di Eea, dalla maga Circe, tra cui Telegono, destinato poi a uccidere il padre senza riconoscerlo, in una ripetizione edipica, una volta sbarcato a Itaca in cerca di un dialogo col genitore dopo che Ulisse aveva riconquistato il suo regno, secondo versioni di poemi successivi del ciclo dei «nostoi» degli eroi dopo la guerra di Troia. Sulla base di queste varianti dell’Odissea omerica, dopo la morte di Odisseo, Telegono sposa Penelope e Telemaco sposa Circe sull’isola della maga sciamana. Un «happy end» incrociato diremmo noi oggi, da musical in stile Mamma mia, con in sottofondo le canzoni degli Abba o di quelle del Quartetto Cetra nella divertente e intelligente parodia televisiva del poema di Omero per la Biblioteca di Studio Uno del 1964 (https://www.youtube.com/watch?v=4GTxzXZaMxE). In effetti quella che dovrebbe portare tutto il senso dell’Odissea dal punto di vista femminile di una fedeltà indelebile a prova di decenni e di assalti di potenti e insinuanti corteggiatori è proprio Penelope che diventa come sappiamo l’equivalente femminile di Ulisse con la sua astuzia sia nell’inganno della tela sia nel diffidare dell’identità del marito fino all’ultimo, per essere sicura che sia proprio lui lo sposo ritornato, nel Canto XXIII, con la celebre prova dello spostamento del letto.
Il cavallo di Troia
Un altro dei momenti chiave dell’Odissea omerica è quello della narrazione dello stratagemma del cavallo di legno che nel film di Nolan viene raccontato direttamente da Ulisse alle due donne che per lui hanno contato di più, da una parte Calypso e dall’altra Penelope. In Omero, ricordiamo che nel Canto IV, Elena evoca i greci nascosti nel ventre del cavallo e il coraggio intelligente di Odisseo nel guidarli nell’impresa e nel Canto VIII, l’aedo Demodoco alla corte di Alcinoo, racconta lo stratagemma del cavallo, costruito da Epeo con l’aiuto di Atena e la caduta di Troia ma non viene mai esplicitamente detto che il re di Itaca è l’autore dell’inganno. Portare sullo schermo questo momento cruciale dell’Odissea per i registi è una vera e propria messa alla prova di capacità narrativa cinematografica come in quella delle versioni precedenti e in quella evocata nel film Troy. Il cavallo rozzamente assemblato con il fasciame preso dalle navi dei greci, in tutte queste trasposizioni sembra quasi un imponente e grossolano giocattolo, montato su di una piattaforma con quattro ruote di legno ai lati, pronto per essere trasportato dentro le mura di Troia. Nolan, invece, ne fa una gigantesca, elegante e armonica scultura lignea quasi di scuola fidiaca. Un cavallo inutilmente rampante verso il cielo con i posteriori imprigionati nella sabbia, abbandonato e conficcato per metà, sul bagnasciuga quasi come una citazione della potente scena finale del celebre film di fantascienza, Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes) del 1968, diretto da Franklin J. Schaffner, dove la Statua della Libertà, è sprofondata nella sabbia di Manhattan con tutti i valori del mondo che rappresenta. Emerge sull’arenile fino al busto, con il solo braccio che regge la fiaccola come in cerca di aiuto per venirne fuori (qui la scena della Statua della Libertà: https://www.youtube.com/watch?v=mDLS12_a-fk). Allo stesso modo, quel cavallo rampante verso il cielo imprigionato nella sabbia sembra il ricordo in chiave platonica e hegeliana di una idealizzata leggerezza dell’età dell’oro dell’esistenza umana, operosa e guerriera, difficilmente conciliabile con le sabbie umide e pesanti dell’esistenza. Inoltre a questa visione di crisi della bellezza di tipo apollineo corrisponde dall’interno, in negativo, l’epos con l’odore mortifero della guerra prodotto dai migliori guerrieri aristocratici greci per giorni chiusi in quel ventre sul bagnasciuga in una sorta di immersione dantesca, fino alla cintola, in un’acqua stantia di escrementi e di urina prima di uscire da quel nascondiglio puzzolente per dare la morte e porre fine alla guerra, aprendo le porte Scee ai greci venuti dalla vicina isola di Tenedo dove avevano nascosto la flotta. Questo forse, mi sembra uno dei momenti più intensi e significativi che Nolan riesce a trasmetterci come una specie di constatazione di un punto d’arrivo controverso in chiaroscuro sull’origine della nostra società occidentale.
Odissea senza eros
Anche la figura di Elena subisce il trattamento di svuotamento del concetto di bellezza e di carica erotica ad essa collegata, in quanto non riesce ad essere amata nella sua totalità di donna affascinante e seducente come traspare nel rapporto con Menelao che a causa della sua «fuga» da Sparta con Paride, per volontà di Afrodite, e dopo la carneficina di Troia, l’ha marchiata in volto trattandola con disprezzo dinanzi a Telemaco giunto nel suo palazzo per avere informazioni sul padre. Qui Elena chiede umilmente scusa al giovane figlio di Ulisse, sentendosi principale responsabile di tutte quelle sciagure apportate dal conflitto. Alla svalutazione della bellezza corrisponde anche una cancellazione dell’erotismo. Mentre il poema originale dell’Odissea include momenti di attrazioni amorose e relazioni sessuali, l’adattamento di Nolan elimina ogni dimensione erotica. Qui, Penelope respinge i suoi pretendenti con dignità e Calypso diventa una alleata che aiuta Ulisse a ritrovare la memoria. Eliminando la tentazione come motore narrativo Nolan concentra la sua narrazione sullo sviluppo morale e sulla comprensione della natura umana da parte del suo eroe. Ulisse, sopraffatto dal peso dei propri ricordi, cerca di sfuggire alla realtà consumando fiori di loto sull’isola di Calipso per lenire i ricordi dolorosi. Al contrario, nell’opera di Omero, sono i suoi compagni ad essere sedotti da questi fiori. Ulisse deve ricorrere alla forza per riportarli a bordo, a dimostrazione del fatto che, per Nolan, la forza di un leader risiede nella sua resilienza mentale di fronte alla realtà. Lo stesso principio vale per il breve episodio delle sirene che viene interiorizzato forse anche giustamente per evitare una forma di erotismo marino in chiave fantasy. Il passaggio è filmato nel silenzio delle orecchie dei compagni tappate dalla cera e da quelle di Ulisse, legato all’albero maestro della sua nave che può ascoltare nel silenzio queste voci che immaginiamo ipnotizzanti e lancinanti. Il canto silenzioso delle sirene di Nolan richiama con le dovute differenze, quelle di Kafka. Nel racconto scritto nel 1918 dal grande autore boemo, Il silenzio delle sirene (Das Schweigen der Sirenen), la silenziosità è più pericolosa del loro canto. Ulisse passa accanto a loro e le sirene tacciono. Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile lo sguardo dei grandi occhi di Odisseo. Questa riduzione della sessualità nel film di Nolan ricade ovviamente sui personaggi femminili di cui l’Odissea è piena. Oltre a Penelope abbiamo una rapida comparsa di Elena, e poi brevemente Circe e Calypso, senza dimenticare il debole di Atena per Odisseo che ella consiglia e protegge. Nolan fa sparire Nausicaa con i Feaci di Alcinoo e «acceca» anche la sessualità simbolica di Polifemo con la penetrazione del palo di legno d’ulivo nell’occhio del ciclope incastonato in un’orbita frontale simile ad un sesso femminile. In questo contesto si spiega anche la soppressione della parola che caratterizza l’astuzia dialettica di Ulisse e ne fa un eroe dell’epoca sofista in cui Omero e gli altri cantori raccontano le imprese degli eroi della guerra di Troia. Qui Ulisse Matt Damon parla poco perché sono i pensieri del reduce da una parte e l’oblio dall’altra a impedirgli di creare un discorso articolato e complesso di seduzione ma anche strutturato sul ragionamento logico matematico, come si vede in un passo del Canto IX dell’Odissea dove l’eroe deve distribuire, attraverso un calcolo complesso, la selvaggina cacciata dai suoi uomini tra gli equipaggi delle sue dodici navi.
La presenza degli dèi
Ulisse vive ancora in un universo simbiotico dove sono inseparabili il mondo degli dèi e quello in cui vivono gli uomini, la natura e la società, la soggettività individuale e la collettività. A livello psicologico in queste società arcaiche le divinità di secondo piano localizzate nella natura esterna sono allo stesso tempo le proiezioni dell’indole umana e della sua intimità come Circe che Nolan ci fa vedere quasi nella sua fattualità manipolatrice nel trasformare i compagni di Ulisse in maiali e nelle figure che esteriorizzano le passioni come quella del ciclope o delle sirene. Le divinità maggiori (Zeus, Atena, Apollo, Afrodite, Poseidone) sono nelle forze della natura e tentano di modificare il corso degli eventi contro o a favore di Ulisse e il regista inglese ne riduce all’essenziale la presenza antropomorfa nel film per evitare appesantimenti di tipo fiabesco. L’unica divinità ad apparire sullo schermo è Atena, interpretata senza convinzione e con qualche smorfia da Zendaya. È la dea della saggezza, della sapienza e della strategia militare, nonché figlia di Zeus. Compare a Ulisse nel film, più volte assumendo le sembianze di una sacerdotessa uccisa da alcuni guerrieri greci durante la guerra di Troia.
I duelli e battaglie
Come l’astronauta di Interstellar, Ulisse deve tornare a casa per ammettere che esiste l’irreversibile: viaggi nel tempo dai quali non c’è ritorno possibile. E qui la lettura di Nolan è in piena sintonia con il senso del testo omerico in quanto il ritorno a Itaca è il contrario di un ritorno a casa, dopo vent’anni di guerre il viaggio epico ha capitalizzato esperienze nella serie di episodi localizzati per sfociare nella conquista della temporalità simile a quella di un romanzo di formazione con la scarnificazione e con l’interiorizzazione del mondo esterno in una riconquista problematica per il protagonista, del suo essere Ulisse. Tuttavia, se l’Odissea di Nolan cerca di uscire da una struttura strettamente episodica: sbarco su un’isola, peripezie, fuga, per aprirsi alla proiezione, dal punto di vista del figlio e alla reminiscenza dal punto di vista del padre, non riesce tuttavia a far scorrere il tempo nei corpi e nelle menti. Troppo spesso indulge nei cliché visivi, campi lunghissimi di spiagge spoglie come la superfice di pianeti lontani, e mari in tempesta, per non parlare delle scene d’azione confuse. È proprio questo il problema del regista: non saper affrontare le verità più elementari, e anche le più strazianti, se non con narrazioni contorte, montaggi quantistici e colpi di cembalo e tamburi inopportuni, che, con la loro grandiosità ostacolano l’esperienza sensoriale della durata. I combattimenti, spesso con poca luce sono difficilmente comprensibili nella dinamica dei corpi e dei movimenti di massa nei duelli con spade, lance o corpo a corpo. La scena del massacro dei Proci è un altro esempio di questa confusione dell’azione collettiva. Inoltre, Ulisse continua a combattere con il suo mantello sulle spalle e il cappuccio da mendicante che gli ostacola vista e movimenti mentre se ne sarebbe dovuto liberare, per una fondamentale ragione tecnica, come in tutte le riduzioni cinematografiche per meglio mostrare la tensione dell’arco, il lancio dei giavellotti e tutta quella serie di scatti e di attacchi dinanzi allo spettatore che segue la storia. Invece nella sala della reggia poco illuminata, Ulisse mendicante e combattente si confonde nei suoi stracci ingombranti, con la massa dei Proci e solo a tratti si coglie la competenza guerriera necessaria per portare a termine l’agognata vendetta e il suo tempestivo intervento che salva la vita a Telemaco. Più efficace dal punto di vista dei riferimenti epici mi sembra un altro film dedicato allo stesso argomento dal titolo Itaca – Il ritorno (The Return) del 2024, diretto da Uberto Pasolini, sceneggiato da John Collee ed Edward Bond. Liberamente tratto dagli ultimi canti dell’Odissea, il film ripercorre l’arrivo di Odisseo a Itaca dopo vent’anni di assenza, lo scontro con i Proci e il ricongiungimento con Penelope (qui il trailer italiano: https://www.youtube.com/watch?v=uhKmyhtu8fA). Pasolini restituisce il pathos dei personaggi originali, l’umanità e l’inumanità contenuta nella tradizione omerica e mantiene alta la tensione narrativa nel ritmo dell’azione cinematografica, specialmente nei combattimenti e negli inseguimenti, adattando e saldando efficacemente sullo schermo le sequenze narrative del poema epico originale. Il film rivela un Odisseo (Ralph Fiennes) traumatizzato dalla guerra, ma emotivamente e psicologicamente determinato a riprendersi quello che è suo. Penelope (Juliette Binoche), in quanto moglie e madre, deve fare i conti con i propri demoni interiori con una affezione per uno dei suoi pretendenti, in un mondo maschile immerso nella forza fisica e nella violenza. Al contrario, la versione di Nolan tralascia i riferimenti omerici e la tensione muscolare spasmodica dei duelli solari degli eroi greci e troiani come quelli mostrati in Troy di Wolfgang Petersen del 2004 (qui il trailer italiano: https://www.youtube.com/watch?v=nnUq9tC3YP8). Nolan era stato incaricato di girare Troy ma poi impegnato con la trilogia di Batman aveva desistito e la regia era stata affidata a Petersen, capace di adattare nella visualizzazione cinematografica il senso profondo dell’Iliade e dei poemi ciclici sulla guerra di Troia coadiuvato in modo determinante, dallo sceneggiatore israeliano americano David Benioff che avrebbe infuso la sua competenza epica insieme a una sensibilità shakespeariana e tolkeniana nel Trono di Spade (Game of Thrones) dal 2011 al 2019, la serie televisiva HBO di grande spessore narrativo e di successo di pubblico (qui il riassunto della prima serie completa: https://www.youtube.com/watch?v=BbVuouBaMNA).
Fedeltà al testo dell’Odissea
Indubbiamente in un adattamento cinematografico, risulta difficile attenersi strettamente all’organizzazione narrativa del testo omerico dal momento che sono tante le avventure di Ulisse e numerosi i dialoghi significativi per cui una trascrizione fedele e totale dell’Odissea sullo schermo dovrebbe durare molto di più delle tre ore utilizzate da Nolan. Inoltre, l’organizzazione narrativa dell’Odissea sembra già molto cinematografica in quanto inizia in medias res, senza introduzioni iniziali, mettendo l’ascoltatore, il lettore e lo spettatore, in condizione di scoprire i personaggi nei momenti cruciali dell’azione. Il poema inizia con Ulisse che si trova da sette anni da Calypso sull’isola di Ogigia e con i Proci da tempo istallati nel palazzo di Penelope a Itaca, per cui si snodano successivamente le evocazioni delle imprese pregresse di Odisseo da parte di Ulisse stesso e di altri personaggi nel corso del poema simili a tanti flashback. Una struttura non lineare dove la cronologia dei fatti non corrisponde all’intreccio se non nella parte finale del ritorno a Itaca. Quindi si rivela una forzatura l’adattamento didascalico secondo una cronologia lineare, fissata a posteriori, con il racconto diviso in tre parti nella prima versione cinematografica assoluta, muta dell’Odissea, del 1911, di Giuseppe De Liguoro, Francesco Bertolini e Adolfo Padovan, disponibile in full movie su You Tube (https://www.youtube.com/watch?v=ZbR97hqfG2o). In effetti il film risultò piuttosto noioso e non ebbe all’epoca, il successo sperato di critica e di pubblico. Nolan, invece, senza modificare la trama originale scuce, sposta e ricuce molti episodi del poema come per esempio i fiori di loto che si trovano presso i Lotofagi e non certo presso Calypso «dai bei capelli», tanto innamorata di Odisseo da offrirgli l’immortalità. Il regista qui vuole sottolineare le conseguenze psicologiche e traumatiche di una guerra che si curano con il tentativo di dimenticare anche artificialmente le ferite non solo nel corpo ma soprattutto nell’anima. Le isole in cui sostano Ulisse e i suoi compagni sia pur tra difficoltà e tragici imprevisti, sono una specie di sospensione della memoria in vista del ritorno definitivo. Il personaggio di Agamennone (Benny Safdie) ricorda Batman con mantello nero e un elmo greco che si fonde coerentemente con il contesto narrativo in quanto portatore di tutte le drammatiche conseguenze della guerra da lui guidata contro Troia e del tragico ritorno a casa dopo tanti anni. Tiresia (James Remar) coperto di fango insieme agli altri morti che affiorano dal sottosuolo per bere il sangue sacrificale, con la sua profezia sul ritorno a casa dell’eroe, visualizza, con intensità teatrale, questo momento determinate della vicenda di Ulisse.
2026 Odissea nella tecnologia
L’Odissea di Nolan è il primo lungometraggio narrativo nella storia del cinema a essere stato interamente girato con cineprese IMAX e con oltre 610 chilometri di pellicola IMAX da 70 mm a 15 perforazioni, per aumentare il coinvolgimento dello spettatore attraverso questa altissima definizione. A causa della larghezza dei fotogrammi le «pizze» della pellicola vengono situate in orizzontale nello scorrimento davanti a un complesso sistema di illuminazione nel proiettore. Ho visto il film in una sala 4DX a Parigi, che offre una esperienza di cinema assoluto, attraverso una immersione totale nella vicenda dovuta all’alta tecnologia dei movimenti delle poltrone montate su cilindri idraulici che si spostano in perfetta sincronizzazione con le immagini più concitate del film sullo schermo per produrre effetti sensoriali specifici come il vento, la pioggia, gli uragani, la nebbia, il fumo e la luce. L’altissima definizione e la nostra poltrona agitata nelle tempeste di Ulisse con gli spruzzi d’acqua e il vento sui volti di noi spettatori, con il sibilo delle frecce sulle nostre teste, e il rumore sordo dei colpi di spada e dei passi di Polifemo che ci scuotono improvvisamente e violentemente facendo andare all’indietro lo schienale, non bastano a coinvolgere profondamente lo spettatore anche se bisogna riconoscere che è indubbiamente emozionante ed anche divertente condividere sul piano sensoriale con la nuova tecnologia, le avventure di Odisseo durante quasi tre ore di proiezione Ecco il pubblico in un sala 4DX durante la proiezione dell’Odissea di Nolan:( https://www.facebook.com/ulyces.co/videos/-cette-vidéo-montrant-une-projection-4dx-de-lodyssée-fait-beaucoup-réagir-sur-le/1971184627602164/). Tutte queste peripezie staccate tra loro, alla fine risultano fredde immagini che invece di dare il desiderio di continuare l’immersione sembrano respingerci e desiderare alla lunga, di uscire da questa storia.
«Odissea» senza fine
Per concludere, questa ultima fatica di Christopher Nolan, pur non essendo il capolavoro annunciato, va comunque vista attentamente, per la serietà, l’intelligenza e l’originalità con la quale il regista ha affrontato un testo fondamentale. Nel suo Ulisse ci sono anche la razionalità e il senso di colpa di Oppenheimer, l’irreversibilità del tempo del ritorno sulla Terra dell’astronauta Joseph Cooper in Interstellar, la necessità dolorosa e notturna di Batman, quello del Cavaliere oscuro (The Dark Knight) nel combattere un male di cui anche noi siamo parte, tutte componenti inserite non senza imperfezioni, sulla tela della vicenda omerica. Purtroppo, non c’è empatia con i personaggi. Risulta più coinvolgente anche se ricreato dagli algoritmi, il dialogo struggente tra Ulisse e Calypso che per decreto degli dèi deve lasciarlo partire, dalla sua isola,Ogigia, in una breve anteprima, con attori virtuali, ricreata utilizzando l’intelligenza artificiale di «Grok Imagine», il chatbot di Elon Musk, critico nei confronti del film di Nolan giudicato da lui troppo «Woke». Il video è visibile su questa pagina web (https://www.facebook.com/GreeceHighDefinition/videos/a-dialogue-scene-from-homers-odyssey-has-been-recreated-using-grok-imagine-ai-of/2039063700332787/). Per altre fasi dell’Odissea interamente rifatte con l’AI, vedi https://www.youtube.com/watch?v=7i2I8w-0Uw4). Mentre il senso del tragico dovrebbe stringerci l’anima, Nolan fa terminare la storia con l’abdicazione in favore di un ancora immaturo Telemaco e fa apparire l’esilio finale di Ulisse e Penelope, come una crociera di lusso per pensionati nell’azzurro finalmente inondato di sole dell’Egeo. Poche cose sono così difficili da filmare come il mare e nell’Odissea di Nolan la grande massa liquida appare fredda e vitrea anche quando non è in tempesta. Il mare è il generatore delle storie ed è la mappa non solo della navigazione ma dell’esistenza dei personaggi. Nel film Il disprezzo (Le Mépris) di Jean-Luc Godard del 1963 (qui il film integrale: https://www.youtube.com/watch?v=rC-2rhtVkn4), si immagina che il famoso regista tedesco Fritz Lang nell’azzurro del mare di Capri, debba dirigere una versione dell’Odissea mentre una biondissima Brigitte Bardot, vestita solo del suo personaggio, simile ad una Elena di Sparta e di Troia e un po’ di Saint-Tropez, luminosa ed enigmatica nella sua bellezza contesa tra il marito sceneggiatore Paolo (Michel Piccoli) e il produttore americano del film, Jerry Prokosch(Jack Palance), salendo i gradini rosso pompeiano di villa Malaparte, come quelli di un tempio omerico, verso l’orizzonte mediterraneo, ampliato dal CinemaScope, in uno sfavillante Technicolor, trionfo della saturazione cromatica, si erige in tanto rosso e verde smeraldo di vegetazione caprese, di fronte al mare come lo specchio indocile dei nostri desideri, l’abisso che circonda i nostri sogni e ci indica una Odissea possibile ancora da realizzare.