di Antonio GRIECO
Festa di Piedigrotta, la commedia di Raffaele Viviani andata in scena al Teatro Trianon Viviani (dall’8 al 13 settembre), con la regia di Nello Mascia e le elaborazioni musicali di Eugenio Bennato, è una esplosione ininterrotta di suoni, azioni, canti, musica: una inedita, libera energia vitalistica, che, a tratti, fa pensare – anche per il prezioso comportamento attoriale della folta compagnia teatrale composta da ben 28 elementi – a un rito dionisiaco, liberatorio e corale, che destruttura radicalmente il teatro di finzione per alludere all’inarrestabile flusso del divenire. Sta qui, in questo poetico, disincantato sguardo al caotico, imprevedibile mutamento del mondo che abitiamo, a nostro avviso, l’importante contributo di Viviani al teatro contemporaneo. La commedia è del 1919, appena un anno dopo la fine del primo conflitto mondiale, e, in quella festa inscritta da secoli nella storia della città di Napoli, i tanti ragazzi dei quartieri popolari paiono scorgere una luce, forse una vaga, illusoria promessa di un futuro migliore. Sembra, soprattutto volgendo l’attenzione al desiderio di libertà che manifesta ogni singolo personaggio della commedia, che il popolo minuto intenda deliberatamente lasciarsi alle spalle l’incubo di quella strage infinita che ha distrutto milioni di esseri umani negli angoli più remoti del nostro disastrato pianeta. E l’aver messo in luce più volte, nel corso della messinscena, questo attualissimo aspetto sotteso alla rappresentazione vivianea, è, senz’altro, un indubbio merito della regia di Mascia che, dopo aver aperto lo spettacolo con La rumba degli scugnizzi (canto che, come sappiamo, è parte illuminante de L’ultimo scugnizzo), imprime subito una precisa linea drammaturgica alla messinscena, trasformandola in un’ azione corale che tiene insieme musica, poesia, danza, e quella singolare gestualità espressiva, teatralissima, da sempre costitutiva dell’identità stessa del popolo napoletano. Il che ci induce a pensare che vi sia un indiscutibile legame, se pur sotterraneo e indiretto, tra il teatro di tradizione e le esperienze più vive del teatro moderno e contemporaneo.
Tutto, in Festa di Piedigrotta, si svolge, come sempre, nel teatro di Viviani, all’aperto; qui siamo nella Villa Comunale di Napoli, non molto distanti dalla Chiesa della Madonna di Piedigrotta e da quella “grotta”, la Crypta Neapolitana, scavata nel tufo della collina di Posillipo dove, sin dall’antichità, si svolgevano culti e riti pagani. Si incontrano nel verde parco cittadino mondi diversi: passano le giovani coppie, gli scugnizzi, i “bazzarioti”, venditori di dubbia onestà che non lasciano in pace nessuno; ed anche piccoli delinquenti che pensano solo a rubare e ad imbrogliare il prossimo; su di una panchina sono seduti marito e moglie e, accanto a loro, ci sono Nunziatina e Beniamino, due fidanzatini che cercano, di tanto in tanto, di appartarsi, quando i genitori, continuamente disturbati dal frastuono delle Trumbettelle e delle Tammorre, riescono finalmente a prender sonno. Qualche volta, i due coniugi cercano disperatamente di invitare gli scugnizzi a sospendere i ritmi violenti e incalzanti delle percussioni, ma è del tutto inutile perché, questi sveglissimi giovani gli ricordano che a Piedigrotta tutto è permesso (“e Piedigrotta vò dì ammuina”). Altra caratteristica della festa sono gli scherzi, gli sfottò alle persone di ogni ceto sociale con la “lengua di Menelik”, che è una trombetta di carta colorata tipica della festa di Carnevale, o con altre forme di indubbia creatività; uno di questi scherzi, il più esilarante, è rivolto proprio a quei due genitori cui, mentre dormono, vengono sottratte abilmente le scarpe senza che essi si accorgano minimamente di niente. Ma nessuno ha visto nulla, nemmeno la Guardia municipale che è di piantone, a pochi passi da loro. A colpire qui, in questa fase dell’azione teatrale, al di là di qualche allusione – a parer nostro un po’ troppo “forzata” – all’amore libero, è il movimento travolgente delle danze delle giovani attrici che, con le loro voci, con i loro corpi e la loro naturale sensualità, danno vita ad una incredibile sarabanda, allusiva e sottilmente ironica. Così, la messinscena, soprattutto nel secondo atto, finisce sempre di più per assumere l’andamento di un giocoso musical contemporaneo. Ma non vi è nulla di meramente estetizzante in questa scelta registica, perché la scena si affolla di una umanità invisibile, di un mondo – come quello, ad esempio, dei disoccupati – che reclamano i propri diritti, la propria libertà, soprattutto un lavoro, perché “l’industria nostra – dicono sarcasticamente in coro mostrando uno striscione con parole d’ordine che rinviano al socialismo e alle lotte operaie del Novecento: «è sempe ’o buonumore ccà sulo ’a panza e ’o coro sapimme cultivà». Altre significative presenze di questa affollata messinscena sono il coro delle lavandaie, l’acquajola, ’o maruzzaro, ’o ficurinaro, che viene astutamente raggirato da un gruppo di vivacissimi lazzari; le ragazze di Santa Lucia; il soldato che al ritorno dal fronte trova la sua fidanzata sposata; ma, soprattutto, emblematica in questa commedia è la figura di Mimì di Montemurro, un giovane provinciale che viene dalla Basilicata per vedere la festa ed è immediatamente preso in giro da un gruppo di indiavolati giovanotti dei Quartieri. Non riesce a capire il motivo di tanta ostilità verso un forestiero come lui, e grida tutta la sua indignazione accusandoli di non essere i veri figli di Napoli, ma solo di “rappresentare la feccia mondiale” dell’umanità; singolare, poi, è che quest’uomo, docile, spaesato e mite (interpretato magistralmente da Oscar Di Maio), finisca poi per sposare una bella napoletana e venga difeso, energicamente e coraggiosamente, da un gruppo di popolane napoletane che riscattano così la vera anima della città, solidale e aperta da sempre verso i più deboli. Insomma, per concludere queste brevi annotazioni, abbiamo l’impressione che Viviani, se pur in modo non esplicito, in questi due atti sembra qui dirci che per chi soffre e vive ai margini della società, in realtà, la festa è solo un inganno che non aprirà mai davvero la strada ad un mondo nuovo: un pensiero, assolutamente estraneo al modello borghese dominante nel suo tempo, cui alludono anche le tristi parole di uno del coro dei “pezzenti” – Spallucchiello” (interpretato dallo stesso Mascia) – che animano la festa: «Tutta ’ ’a gente ca passa ’a ccà / se diverte a senti’ ’e cantà, / lle piace ’e senti’ sunà, / ma, p’ ’o soldo, ll’hê ’a sparà! / E io cchiú sono e aizo ’a voce / pe’ mettere ’n croce / ll’umanità! / Si mme portene ’a quistura, / llà ’a zuppa è sicura, me l’hann ’a purta’ ». Siamo nel 1919 e questo sguardo “lungo”, sociale, umano, artistico, di Viviani pare già scorgere all’orizzonte il brutale, crudele mondo che verrà, non molto diverso dal nostro fosco, tragico presente.
Dopo aver assistito alla messa in scena di uno dei capolavori del nostro autore – attore, ci sia consentita un’ultima osservazione. Viviani è un autore poco rappresentato – forse, anche ancora poco conosciuto e compreso – e sarà sempre tardi il giorno in cui la cultura italiana si accorgerà che egli, senza alcun dubbio, è un grandissimo poeta e drammaturgo di statura europea. Ed è anche per questo motivo abbiamo salutato con grande piacere l’apertura della nuova stagione del Teatro di Forcella, firmata quest’anno dal neodirettore Pierpaolo Sepe, con un’opera particolarmente emblematica di uno dei più originali, moderni autori del nostro teatro. Tutti bravissimi gli attori in scena guidati dall’ottima regia di Nello Mascia, anch’egli attore in questo spettacolo: Federica Aiello, Rossella Amato, Federica Avallone, Claudio Bellisario, Roberto Caccioppoli, Ciro Capano, Stella Cerciello, Christian Chiummariello, Davide Chiummo, Viviana Curcio, Filomena Diodati, Vittoria Giuliano, Antonio Guerra, Sabrina Incoronato, Ernesto Lama, Giuseppe Lanciato, Francesco Luongo, Gino Monteleone, Alfredo Mundo, Gaia Patti, Antonio Pezone, Luca Saltarelli e Ivano Schiavi. Notevole anche la performance canora di Pietra Montercorvino. Straordinaria la presenza di Oscar di Maio che interpreta in modo eccellente Mimì di Montemurro; bene le elaborazioni musicali di Eugenio Bennato. Ottimi anche i costumi di Francesca Romana Scudieri, le percussioni di Ciccio Merolla, le luci di Gianluca Sacco e le coreografie di Ettore Squillace; assistente alla regia Roberto Giordano, fotografo di scena Pino Miraglia.
sagra popolare in due atti versi, prosa e musica di Raffaele VivianiNapoli, 1919
personaggi e interpreti (in ordine di apparizione)
la Memoria | Spalluchiello Nello MasciaPiedigrotta Federica Avallone
don Gennaro | Maruzzaro Gino Monteleone
donna Filumena | Acquaiola Federica Aiello
Nunziatina Gaia Patti
Beniamino Claudio Bellisario
Olimpia | Vicenza Sabrina Incoronato
Maria Stella Cerciello
Turillo | Cusemiello | Totonno | Solista del carro delle ‘Mpechere Ivano SchiaviRafiluccio | Perillo | Giorgio Alfredo MundoBambina Vittoria GiulianoPapele Antonio PezoneAlisandro Christian ChiummarielloMeniello Antonio GuerraSciacillo Giuseppe LanciatoGuardia municipale | Ficurinaro Roberto Caccioppoli‘Ngiulina Viviana CurcioAitano Davide Chiummo
Giuvanne | Girolamo Luca Saltarellila Cantante Pietra MontecorvinoSolista del carro delle Lucianelle Serena PisaSolista del carro delle Lavannare e del carro dei Pescatori Ernesto LamaNunziello Ciro CapanoCaterina Rossella AmatoMimì di Montemuro Oscar Di MaioLuisella Angela BertaminoErricuccio Francesco LuongoSolista e percussionista Ciccio MerollaAve Maris Stella Filomena Diodati
elaborazioni musicali Eugenio Bennato
spazio scenico Raffaele Di Florio
coreografie Ettore Squillace
costumi Francesca Romana Scudiero
luci Gianluca Sacco
audio Daniele Chessa
regia Nello Mascia
assistente alla regia Roberto Giordanoelettricista Antonio Minichinoaiuto fonico Stefano Cammarotamicrofonista Antonio Picciolimacchinisti Giovanni Auletta, Gianfranco Izzoattrezzista Giuseppe Simiolisarte di scena Cira Izzo, Sara Massariufficio produzione Daniela Ricciodirettore di produzione Luciano Quagliozziamministratrice Francesca Buzzurrosegretaria di compagnia Silvia Di Meocomunicazione e ufficio stampa Paolo Animatofotografo di scena Pino Miragliagrafica Arkèpromozione Anna Caruso, Valeria Vellantesocial media Gabriella Galbiatirealizzazione video e pubblicità Sud promotionscenografia Imparato e figlisartoria Canzanellaluci e fonica Emmedue
produzione Trianon Viviani