‘S-Enz’. L’opera poetica di Enzo Moscato nell’elegante drammaturgia sonoro-visiva di Ludeno, Polcari e Cyop

di Gabriella NOTO

Sala Assoli/Moscato è gremita, a chiusura della IV rassegna We love Enzo, dedicata al drammaturgo napoletano, evento che anche quest’anno è stato caratterizzata da vero interesse e da un pubblico profondamente emozionato.

Saranno i piccoli spalti, sarà che siamo tutti un po’ stretti, spalle e fianchi addossati gli uni agli altri, ma la sensazione è che, nell’attesa che lo spettacolo inizi, si stia un po’ rigidi, con il fiato sospeso, innanzi al palco spoglio.

Un leggio intrecciato di piccole luci, rosse. Le rose, rosse anch’esse, ricordano Compleanno dello stesso Moscato, ma anche Le cinque rose di Jennifer, dell’amico Annibale Ruccello. La musica, note sommesse e gravi, come tonfi in uno stagno. Luci che sono soprattutto ombre. Bastano queste briciole, essenziali ed eleganti, perché il pubblico sia già in commossa attesa, presente, emozionato.

Musica e testo procedono dai primi istanti strettamente intrecciati, a formare una drammaturgia sonora in cui il gioco delle note esalta e sovverte il gioco delle parole. Le parole accendono, sul fondo della scena, frammenti di segno rivoltosi, tribali, rabbiosi. È una lenta, attenta costruzione, un’architettura composta di musica, di parole, di immagini, che si forma in un breve crescendo, innanzi al pubblico, illumina un ricordo, espone una scena, fa rivivere il pensiero colto in un momento di riflessione. Eppure, all’acme tutto crolla, il faticoso afferrarsi a un’idea si fa impossibile, il lampo di luce si spegne: si ritorna in un quieto crepuscolo. Per un attimo.

Ancora musica, ancora parole, nuove illustrazioni: è l’esperienza scenica di come si possa raccogliere l’invito moscatiano a interpretare (to play) giocando con il testo, con la messa in scena, con la musica, e, infine con gli accadimenti della vita, con i ricordi. Tutto può essere ridotto in briciole, in “cracole”, nella continua ricerca di un senso nuovo, sfiorato e già perduto irrimediabilmente. 

I brani scelti, nella composizione drammaturgica di Giovanni Ludeno, che è anche interprete di quest’opera, sono accostati con studiata raffinatezza. Lacerti tratti da opere teatrali come Compleanno, Occhi gettati, Partitura, Luparella, Co’Stell’Azioni, Orfani veleni e scampoli da altri scritti di Moscato come Gli anni piccoli, ma anche versi di Giacomo Leopardi e Dante Alighieri.

Il talento attoriale di Ludeno, le musiche splendidamente ipnotiche di Paolo Polcari, le vivide opere grafiche di Roberto Cyop, tratti che sanno di sogno, ingenui nella loro nettezza eppure misteriosamente minacciosi, realizzano un lavoro elegante e autentico che avvince il pubblico. 

È la costruzione di una fascinazione che, parola a parola, nota dopo nota, in un sembiante di disordine, riesce pienamente a dare vita e corpo alla suggestione potente della poetica di Enzo Moscato, vera protagonista. La sua Napoli, città mondo e “saittella” infetta, odiata e adorata, i suoi ultimi senza speranza, vibranti di desideri malati, innocenti e perversi, sguaiati e sublimi, refrattari a qualsiasi giudizio ed etichetta. 

La tessitura di testi esalta la straordinaria capacità di Moscato di fare della propria lingua una sperimentazione continua e ossessiva che, attraverso la frammentazione ed il gioco lessicale, ha il dono illuminato di condurre la parola ad un senso altro, imprevisto, eppure totalmente aderente alla necessità comunicativa dell’autore. La tessitura di brani permette di cogliere come da questa ricerca sulle parole, tra parallelismi, briciole, ossimori (o-sse-ssimori), emerga l’urgenza poetica di costruire, a partire dalla propria esperienza di vita –“l’osservazione della cosa sé”– un “noi” autentico e vero. Tensione filosofica accesissima e vana, che, per Moscato, si alimenta e prospera nel suo continuo, fatale fallimento. 

L’interpretazione convincente e forte di Ludeno e la sua straordinaria vocalità attoriale, rendono la sfaccettata bellezza della lingua moscatiana, capace di sollevarsi dalla laidezza più bassa e cavernosamente dialettale al lirismo assoluto. D’altronde sbriciolate, rimescolate, sconvolte nel loro suono e nel loro significato le parole, nell’opera di Moscato, sono votate a divenire poesia: “Giacché la poesia è una ricerca incessante, una processualità, un pellegrinaggio, un esilio sine die, un andare e ritornare, senza posa e senza senso, su se stessa all’infinito, come il mare e le sue onde, piuttosto che un approdo, una meta, un appiglio precisi” (Orfani veleni).

Ed in questo lavorio continuo nessuna parola, mai, è data per “vera” o “finita”. La tensione poetica di Moscato, che è estetica, etica, politica vive nel tradimento continuo. Il tradimento delle parole, così conciate e usate da divenire altro, il tradimento dei “padri” (quelli della grande tradizione teatrale). Infine, il tradimento della messa in scena, accadimento sempre unico, irripetibile, in cui l’opera sfugge continuamente al suo stesso autore.

In questo incessante mutare, la rappresentazione teatrale vive quella in-finitezza, quella metamorfosi ondeggiante, riflettente, cangiante che è il senso profondo dell’opera moscatiana e che la rende affascinante e respingente, prossima e inafferrabile, celata anche quando appare palese.

“Nessuna parola già detta andrebbe abbandonata mai, in teatro.” L’indicazione, tratta da  Ritornanti, suona oggi, a distanza di due anni dalla scomparsa di Enzo Moscato, profetica e chiarissima. È l’invito ed il desiderio del grande drammaturgo di continuare ad esser “tradito”, attraverso la rappresentazione appassionata e consapevole delle sue opere. 

L’indiscusso talento ed il serissimo lavoro di Giovanni Ludeno, di Paolo Polcari e di Roberto Cyop, realizzano un’opera rigorosa ed eclettica che inquieta e commuove. Un omaggio misurato ed autentico ad Enzo Moscato, che lascia respirare con eleganza il suo pensiero di teatrante, di filosofo, di splendido poeta nel sofferto, sconcertante spirito delle sue opere.

Foto di Pino Miraglia

‘S-Enz
adattamento drammaturgico di Giovanni Ludeno
con Giovanni Ludeno 
musiche Paolo Polcari
paesaggio visivo Roberto Cyop
produzione Casa del Contemporaneo
Rappresentato a Napoli,  “Sala Assoli Moscato”, 12-22 marzo 2026.

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