Lettere di donne a Casanova, seguite da Giacomo Casanova, Sulla lingua francese,a cura di Gius Gargiulo, pubblicazione gratuita dell’Associazione culturale Palma Cappuro, Sorrento, 11 dicembre 2025.

di Annalisa ARUTA STAMPACCHIA

Questa prezioso e brillante volumetto, corredato da eleganti immagini, sulle Lettere di donne a Casanova a cura di Gius Gargiulo, edito dall’Associazione Palma Cappuro insieme al Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, è stata presentato durante la serata di gala dell’Associazione culturale Palma Cappuro, che si è svolta a Sorrento l’11 dicembre 2025.
Il curatore del volume Gius Gargiulo, eminente specialista di Giacomo Casanova, ha inteso apportare alla sua sterminata bibliografia un nuovo contributo, utile per esplorare, conoscere ed apprezzare la personalità cangiante, il multiforme ingegno dell’ineffabile seduttore più conosciuto al mondo, insuperabile latin lover einfluencer ante litteram del Settecento europeo, di cui è caduto nel 2025 il terzo anniversario della nascita (Venezia, 2 aprile, 1725, Praga, 4 giugno 1798).
Casanova durante la sua vita fu avventuriero cosmopolita, giocatore e libertino, amante delle humanae litterae e lui stesso autore in vari ambiti letterari, dalla saggistica al teatro, dalla memorialistica al romanzo utopico fino alla redazione del suo capolavoro in lingua francese l’Histoire de ma vie, scritto a Dux in Boemia dove trascorse gli ultimi anni della sua vita al servizio del conte di Wallestein.
Ormai nei dizionari il suo nome, consacrato alla fama, è diventato nome comune: dire «è un casanova» con la minuscola significa indicare per antonomasia qualcuno come esempio di seduzione a cui le donne raramente riuscivano a resistere.
È proprio su questo versante che queste lettere di donne al Cavaliere di Seingalt ci stupiscono: non un volgare, frettoloso seduttore in cerca di ripetute e ripetitive soddisfazioni erotiche, cultore raffinato dell’ars amatoria, lettore attento de l’Académie des dames e altri vietatissimi testi libertini circolanti «sous le manteau», uomo a cui piacevano le donne, ma che soprattutto aveva a cuore il loro piacere. Infatti sapeva farle felici non solo con i giochi erotici in cui era maestro, ma anche grazie alla sua cultura e all’uso raffinato della conversazione attraverso la quale rendeva speciali gli incontri ,dove alla celebrazione del sesso si univa delicatezza di modi e gentilezza di cuore. Le Lettere di donne a Casanova selezionate da Gius Gargiulo, ne sono prova dal punto di vista della controparte, attestando quanto le sue amanti apprezzassero queste sue doti e avessero a cuore il rapporto amoroso stabilito insieme, ma anche la sua amicizia, il suo star bene in salute e perfino la qualità del suo sonno! Queste poche pagine bastano a rivelare l’immagine di un amante premuroso, gentile, delicato e spesso generoso che lascia un segno indelebile nel cuore e nella mente delle sue conquiste perché concepiva la partita dell’amore come un gioco a due e mai come brutale esibizione di possesso. Leggerle oggi potrebbe essere efficace lezione ,profittevole esempio per tanti uomini del nostro mondo per far capire come quanto, amando una donna, sia importante darle piacere, e soprattutto ‘com-piacerla’, cioè creare un rapporto di duplicità fatto di gentile delicatezza, per trarne insieme il massimo del piacere.
Lo leggiamo nelle parole scritte tra il 1757-1758 da Manon Belletti, giovanissima figlia di Silvia e Marco, famosi attori della Comédie Italienne, di cui si innamora Giacomo arrivando a Parigi dopo la famosa e miracolosa fuga dai Piombi veneziani.
Manon lo chiama «mio caro amico» perché ha paura che scoprano in famiglia il suo sentimento per Giacomo, custodito dentro di sé con gelosa cura nella consapevolezza che la semplice amicizia si sia ormai trasformata in amore, ne è testimonianza l’inquieto desiderio di vederlo, la tristezza per la sua assenza. Scrivergli anche di notte è un modo per dare un senso al tempo senza di lui, pensando di vegliare sul suo sonno che gli «augura il più profondo del mondo». In un’altra lettera scritta a mezzanotte (aprile 1758) «afferma il mio Giacomo ama solo me», le manca la sua tenerezza e al «caro amico» manda baci e l’augurio «di buona salute senza raffreddori e emorroidi».
Sono lettere delicate che pur nella passione che esprimono non escludono amicizia e sollecitudine per l’uomo che ama e la sa amare con un «savoir vivre» ineguagliabile.
La corrispondenza con Francesca Buschini si articola su un diverso respiro di sentimenti e altro registro di lingua, colorata dal dialetto veneziano e da errori grammaticali che ci affascinano per la spontaneità e la freschezza della scrivente.
Checca, così è soprannominata questa semplice e schietta popolana, è anche l’ultima fidanzata ed amica di Casanova prima della sua partenza definitiva da Venezia. Essa avverrà a seguito dello scandalo per la pubblicazione satirica Né amori né donne ovvero la stalla ripulita, un libello dove Casanova, ritenendosi offeso durante una lite a casa del figlio di Michele Grimani, si vendica e, sotto forma di favola mitologica, rivela di essere il figlio di Grimani, suo protettore, ma anche il suo vero padre. La vendetta letteraria gli costa l’ultimo e definitivo allontanamento da Venezia. Le lettere a Checca Buschini della plaquette appartengono a un carteggio piuttosto consistente di 33 lettere e sono interessanti anche perché illuminano un periodo altrimenti poco conosciuto della vita del celebre avventuriero. La giovane, avvenente popolana, certamente illetterata è però intelligente e devota al suo «amatissimo Giacometto» che, sapendola sempre a corto di «besi», è generoso con lei, la fa vivere senza affanni pagandole anche l’affitto. Con animo grato Checca gli scrive: « sono confusa di non sapere come ringraziarvi di tanto bon core che avete con me  poiché vi ricordate di socorermi in tanto gran bisognio che ho di denaro!». 
Quando Casanova le comunica di voler andare a Vienna con «un pallone che andarà per aria» preoccupata, con allegra vena ironica, gli scrive «ma vardate bene che il pallone non si spachi poiché voi pesate tropo!».
Henriette, misteriosa contessa di Schuckmann, tra le molteplici figure femminili che costellano il Pantheon delle conquiste di Giacomo, occupa un posto a parte. Infatti la loro storia d’amore breve, ma intensa lo ha segnato profondamente anche per l’improvvisa scomparsa di Henriette che, come unica traccia del suo addio, lascia un laconico messaggio inciso con un diamante su di uno specchio: «Ti dimenticherai anche di Henriette». Profezia? o piuttosto sfida, per un ricordo struggente e il cocente rimpianto di un amore indimenticabile ?…
La lettera della contessa Henriette di Schuckmann che Gargiulo aggiunge a questa piccola raccolta (da alcuni invece attribuita ad un’altra Henriette forse conosciuta nell’estate 1786 a Dux) è documento estremamente interessante per la singolare, sorprendente personalità della mittente, donna fuori dal comune per la rivoluzionaria modernità con cui esalta libertà di costumi e indipendenza. In assoluta controtendenza col mondo che la circonda, si dichiara uno spirito libero come Casanova e adora solo il buon senso mentre la raggela il buon cuore che per di più confessa : «mi rende indifferente e non riesco a nasconderlo». Non l’aiuta certamente vivere dove secondo lei «si coltiva solo la bontà d’animo, si chiede solo questo ed è assolutamente il passaporto che si presenta in ogni società». Sono sconcertanti queste sue parole scritte, da Bayreuth nel 1796, a Casanova che afferma di aver conosciuto dieci anni prima, nel luglio 1786 a Dux nella biblioteca del conte di Wallenstein. Cogliendo perfettamente valore e originalità della personalità del destinatario ne loda la conversazione e la gentilezza, l’una cifra di distinzione esemplare da vero uomo del XVIII secolo, l’altra suo dono naturale e irresistibile, doti entrambe che lo rendevano unico agli occhi non solo delle donne, ma di chiunque capitasse nella vertiginosa sfera di azione dove, sul tavolo da gioco della vita, Casanova puntava ora sull’apparire ora sull’essere.
Henriette ricorda con quanta gentilezza Casanova le ha offerto un «bella edizione di Metastasio elegantemente rilegata in marocchino rosso». Si annoia mortalmente a Bayreuth e contro la noia, «questo omicidio morale che mi perseguita», diffidando di tutti gli chiede: «Venite ad illuminarmi». È il solo modo per sfuggire ai pregiudizi e alle superstizioni morali che regnano intorno a lei, infatti lo prega di essere il suo «Apollo», il dio, splendente emblema di tutte le arti, da seguire liberamente per non assimilarsi ai suoi compatrioti.
La lettera di Elise Von Der Recke, ultimo amore di Casanova al castello di Dux, che chiude questa breve, ma significativa silloge è ancora un segno indelebile delle straordinarie virtù di indimenticabile e al tempo stesso amabile seduttore che allo charme penetrante e sottile univa gentilezza, generosità ed anche profondità di spirito.
Il loro incontro avviene alla stazione balneare di Toeplitz dove Giacomo già al servizio del conte di Walstein si recava in visita ai principi de Ligne. È un’amicizia affettuosa che lo sostiene moralmente durante gli ultimi penosi anni della sua vita in cui si manifesta la grave malattia alla vescica, causa poi della sua morte. 
Anche Elise è malata, parla della morte di cui non ha paura, anzi ne subisce un certo fascino. Il pensiero di avere un’anima, «la speranza -dice- che le nostre facoltà spirituali non ci siano date solo per questo breve spazio di vita» sostiene il suo coraggio.
Nelle parole di Elise è espresso il sereno convincimento di chi ha amato la vita e mettendo in conto anche la morte che inevitabilmente ne fa parte, «si ritiene felice che la vita e la morte abbiano un fascino per me». Si tratta di un’anima bella come appare quando aggiunge « la mia capacità di percepire le bellezze del mondo, la dolcezza dell’amicizia e la felicità incrollabile della virtù non si spegneranno mai».
Se da una parte in questa lettera scritta il 20 aprile 1798, poco tempo prima della morte di Casanova (4 giugno 1798), ci colpisce la serenità di Elise, dall’altra è proprio questa profonda spiritualità della scrivente che lascia spazio e dà spessore alla figura umana di Casanova. In trasparenza emerge un uomo, infine liberato dal suo ‘personaggio’, eterna vittima di un mito e delle sue infinite contraddizioni, che alla ricerca della sua verità è messo di fronte all’esigenza di una dimensione interiore.
In ognuna delle Lettere delle donne a Casanova Gius Gargiulo ci offre un archetipo diverso, ma significativo delle tipologie e sfumature amorose che hanno costellato la vita del nostro avventuriero. Manon incarna l’amore sorgivo e romantico e esprime in modo accorato il desiderio che il destinatario mantenga il segreto del loro sentimento; Francesca Buschini nella sua schiettezza di ragazza del popolo, illetterata ma non rozza, rivela con semplicità e ironia l’affetto sincero, per il «suo Giacometto»; Henriette, donna enigmatica, misteriosa che non teme di rivelarsi moderna, rivoluzionaria contro ogni conformismo e ipocrisia, incarna l’aspirazione all’arte e al bello, eleggendo Casanova a suo Apollo e guida; Elise, l’ultimo fuoco d’amore vissuto da Casanova, fa vibrare nelle sue parole, quasi incorporee, una ricerca di serena e consapevole spiritualità.
Gius Gargiulo chiude la pubblicazione con il testo di Giacomo Casanova Sulla lingua francese. Perché ella sia diventata quasi generale, s’ella merita d’esserlo, se tale sarà sempre riprendendolo nella sua versione originale in italiano con introduzione e note (1).
Casanova scrive queste pagine mentre si trova a Dux dove riesce a riempire con intensità rinnovata anche gli ultimi anni, rabbuiati dalle malattie e dalla perdita del suo favoloso vigore, grazie alla scrittura a cui si affida come rifugio per rimemorare la sua incredibile vita nell’Histoire de ma vie, capolavoro assoluto e summa dell’epoca dei Lumi. Scrive godendo del fatto stesso di avere vissuto, consapevole che « Felice o infelice la vita è il solo tesoro che l’uomo possiede, e coloro che non l’amano non ne sono degni». Dopo avere attraversato tutta l’Europa talvolta prendendosi gioco con astuzia, ma spesso anche con garbo di potenti e bricconi, ormai a Dux è approdato a una superiore saggezza, a un intelligente distacco senza rimpianti per i suoi giorni pieni di esperienze, espedienti avventurosi, leggendarie e miracolose fughe dove lo avevano accompagnato sagacia, destrezza e fortuna e lo aveva sorretto la sua incrollabile fede nella forza della vita. Scrive allora con grande godimento e quasi con furiosa rabbia la sua autobiografia che, sebbene veneziano e innamorato della lingua italiana, preferisce redigere in francese perché, come annota egli stesso, è più diffusa e conosciuta della sua lingua natale.
Casanova «nato curioso», come asserisce nei suoi Mèmoires, viaggiatore instancabile, mago nell’arte del sedurre, passionale per temperamento, ma anche letterato e intellettuale del «siécle de la curiosité», il Settecento, fu uomo di passioni dettate dall’ insaziabile «curiositas», motore e guida della sua esistenza. Grande passione ebbe per la lingua francese fin dal suo primo soggiorno a Parigi (1750-1752) dove prese lezioni dal poeta e drammaturgo Prosper Jolyot de Crébillon. La conoscenza e l’uso della lingua francese offrivano una nuova opportunità al veneziano, figlio di poveri attori: esibire un’altra «lettre de noblesse», funzionale all’accettazione e ascesa nell’aristocrazia a cui agognava tanto da autoproclamarsi allo scopo Chevalier de Seingalt.
Nel ‘700 la questione della lingua in Francia e in Europa in generale, è al centro di esigenze filosofiche e dispute culturali. Basti ricordare l’interesse portato verso il problema da Rousseau, Voltaire e, nell’Encyclopédie, da Diderot, D’Alembert e le chevalier de Jaucourt. La lingua diventa uno strumento della ragione, uno specchio dell’intelletto e una questione politica e identitaria cruciale, gettando le basi della linguistica moderna. Il francese si impone come lingua franca europea, sostituendo il latino nelle corti, nella diplomazia, nella scienza e negli scambi intellettuali, come testimonia anche il celebreDiscours sur l’universalité de la langue di Antoine de Rivarol in cui il letterato difende il primato della lingua francese per purezza e chiarezza, vincendo nel 1785 il concorso indetto dall’Accademia di Berlino sul tema.
Nel Settecento si fa strada un nuovo umanesimo linguistico in cui la conversazione, lo scambio delle idee, il successo dei salotti ridefiniscono il ruolo sociale della lingua; ed è questa l’ottica nella quale possiamo leggere il saggio di Casanova Sulla lingua francese.
Egli osserva che la bellezza della lingua d’oltralpe si fonda sul rigore ed essenzialità della sintassi che producono grande chiarezza nella comunicazione del pensiero più che in altre lingue d’Europa. Nel francese si nota, scrive Casanova, una costruzione «sempre semplice ed affatto priva di inversioni» dove la disposizione delle «parole nel ragionamento secondo il loro ordine grammaticale» arriva anche per i critici alla perfezione. Deriva da ciò la preferenza di Carlo V che la riteneva adatta alle negoziazioni, ai trattati, a tutti i grandi affari tanto da diventare lingua di Stato. Il francese è una lingua che coltivando chiarezza ed essenzialità si oppone al preziosismo o all’eccesso di metafore del barocco servendosi anche dell’ausilio dell’Académie française come salvaguardia della purezza e «nettezza» della lingua.
Casanova come Rivarol considera la cultura francese superiore alle altre del resto d’Europa, identificandola con la raffinatezza di Versailles e attribuisce a Parigi la funzione di faro di civiltà. La principale qualità della lingua francese è la grazia che insieme alla chiarezza raggiunge l’idea di bellezza e diventa attrattiva per tutti. Infatti queste sue doti sono il vestito con cui si presenta mettendo insieme pensiero, parole e frasi che ne sono la stoffa, mentre eleganza, armonia e modestia ne sono la forma. Nel suo ragionamento sulla lingua francese Casanova introduce il buon senso che, canone essenziale di giudizio sul bello, deve essere ben sviluppato per accordarsi con la ragione e, lontana dall’arbitrio, produrre simmetria e ordine nell’uso del discorso. All’insidiosa domanda che gli potrebbe essere posta su come si sviluppa il buon gusto, se è «perfezione dell’anima», Casanova si sottrae con una «pointe d’esprit», quasi una ‘piroetta’ degna del danzatore esperto di minuetto che era stato, rifiutandosi di addentrarsi « nella metafisica ne’ profondi abissi della quale la mente nostra deve sempre temer periglioso l’immergersi!».
La disanima puntuale e stimolante di Gius Gargiulo sul paragone tra la perfezione del francese come appropriata ed elegante veste del pensiero, ci richiama alla memoria la passione e gusto per la moda dell’avventuriero, ricordando come l’uso del suo francese si accompagnasse alla teatralità nei gesti e colore nell’espressione, a conferma di un’ indimenticata ascendenza attoriale.
Il veneziano, come sottolinea Chantal Thomas, ha una vera predilezione per le lingue a cui « porte une attention passionnée – une attention de tous ses sens – non seulement au français comme idéal d’une perfection aristocratique et libertine, mais à toutes les langues étrangères que son mode de vie vagabond lui fait approcher» (2).
Questa passione per le lingue gli deriva dal talento naturale per la conversazione e impararle gli offre maggiori «atout»per riuscire a tenere banco nei salotti dall’Europa alla Russia. Tra di esse la sua lingua prediletta è senza dubbio il francese come ne reca testimonianza accanto al testo Sulla lingua francese riproposto da Gius Gargiulo, la Lettre à Léonard Snetlage Docteur en droit de l’Université de Gœttingue (3), un pamphlet in francese, scritto nel castello Dux e pubblicato nel 1797, l’anno precedente la sua morte. Casanova intende dare con esso una risposta al Nouveau Dictionnaire français contenant les expressions de nouvelle création du Peuple français. Ouvrage additionnel au Dictionnaire de l’Académie française ou à toute autre Vocabulaire (4) di Leonard Snetlage. È un’opera, scarsamente conosciuta perché difficilmente reperibile, infatti fu ripubblicata a Parigi solo nel 1903 dal Docteur Guédé in pochissimi esemplari. Oggi la possiamo leggere nell’elegante veste delle Éditions Allia (Paris, 1998): Giacomo Casanova, Ma voisine la postérité, Á Léonard Snetlage Docteur en droit de l’Université de Gœttingue, Jacques Casanova, Docteur en droit de l’Université di Padoue.
Per Casanova, uomo dei Lumi, abilissimo nel raccontare, nel conversare, nel raggirare il prossimo con le sue capacità oratorie, la lingua è argomento accattivante e i neologismi nati dalla Rivoluzione alimentano la sua «curiositas».
Sfoderando le variegate risorse del suo spirito satirico e le doti di caustico conversatore, Casanova cerca di smontare l’apparato lessicologico-filosofico sotteso ai lemmi selezionati nel linguaggio magmatico della Rivoluzione da Snetlage. Scriverea Snetlage, chiamato scherzosamente «confrère» tedesco, è una occasione per riaffermare la sua passione per la lingua francese inquadrandola nel solco dell’ammirazione per la corte e per Parigi. Al contrario di Snetlage che rifiuta l’Ancien Régime e si compiace nella ricerca di nuovi termini nati con la Rivoluzione, Casanova, ribelle e non rivoluzionario, è un libertino che vuole celebrare la Francia, patria di quelle donne belle ed eleganti che hanno fatto il suo «bonheur» di avventuriero del piacere che ama l’ancien Régime, la corte, gli splendenti colori di Parigi o i buoni sapori di un mondo perduto, eppur vivo nella sua memoria. Il veneziano nella Lettre lancia i suoi strali contro Snetlage per avversarne i neologismi rivoluzionari e utilizza ironia e sarcasmo verso un interlocutore, Snetlage, che intende  soprattutto sbeffeggiare fino all’irriverenza.
Il controdizionario contenuto nella Lettre, in risposta al filologo tedesco, vuole difendere ancora l’essenzialità e la purezza della sua cara lingua francese contro la barbarie rivoluzionaria.
Il pamphlet contro Snetlage si chiude con un  interessante e originale Épilogue. In esso Casanova, come aveva già annunciato nella «dédicace» della Lettre al conte Joseph de Walstein-Wartemberg, scrive con lo sguardo rivolto al futuro, a «ma voisine la posterité» (5). Attento e curioso dell’avvenire più che del passato propone nell’Épilogue un tipo di sperimentazione per scoprire l’origine della lingua naturale (6).
Anche qui si serve dello stratagemma epistolare fingendo che si tratti di una lettera inviata nel XIV secolo da Eduardo III, re d’Inghilterra, alla contessa di Salisbury per proporre «quelle serait une langue véritable fille de la nature» .
Questa tematica nel Settecento ha dato occasione a frequenti « querelle » e dibattiti da Rousseau a Condillac, all’ Encyclopédie. Rousseau, esaminando il problema, in una prospettiva antropologica nell’Essai sur l’origine des langues, afferma che «la première invention de la parole ne vient pas des besoins, mais des passions». Condillac tratta epistemologicamente la questione dell’origine della lingua. Infatti per definirla si appoggia all’ipotesi di comunicazione delle idee attraverso i suoni come conseguenza diretta della facoltà di pensare: per Condillac esiste un comportamento linguistico puramente naturale, cioè un linguaggio innato esente da ogni artificio: mentre per Rousseau possiamo parlare di un linguaggio dei gesti, per Condillac il linguaggio è linguaggio d’azione. L’epistemologia sensualista, iniziata da Condillac, diventa la base di una nuova concezione linguistica adottata anche dall’Enyclopédie per cui «une langue bien faite» è la condizione necessaria del progresso scientifico.
Casanova paladino per scelta, di una vita scenario di mille avventure, contrassegnata dal trionfo dei sensi, a proposito del problema dell’origine della lingua, per elezione è vicino al metodo conoscitivo sensualistico di Condillac.
Se il piacere della conversazione lo porta a riflettere sulla realtà che ormai è vecchio e a prendere atto della giovinezza del suo corrispondente, d’altro canto lo affascina discettare sull’importanza e i problemi della parola.
Tutto ciò avviene nella lingua, il francese che ama per la sua «pauvreté», per la sua essenzialità e perciò l’esame del dizionario di Snetlage significa difenderne la purezza contro i rozzi termini della Rivoluzione condannando o accettando le nuove parole  oppure proponendo altre definizioni .
Casanova, come annunciato nella « dédicace » della Lettre à Snetlage, scrive con lo sguardo proiettato alla « posterité », e attento e curioso dell’avvenire più che del passato propone come conclusione al suo lettore/corrispondente una sua idea su come possa nascere il linguaggio e dove possa trovare spazio anche la libertà di scelta dei soggetti sottoposti alla prova.
Supponendo che l’origine della lingua sia di tipo sociale egli immagina che in un territorio recintato e isolato, nominato Sorviodunum, il carillon di un grande orologio suoni le ore con ventiquattro arie diverse. In questo spazio vivono cinquanta fanciulli e cinquanta fanciulle allevati da balie sorvegliate da eunuchi. Esse hanno l’obbligo di non parlare mai con i loro pupilli. Questi canteranno i motivi musicali suonati da carillon e a poco a poco a seconda dei loro bisogni e desideri cominceranno a formarsi una lingua comune senza mai sentire altre parole. Unico mezzo di comunicazione l’orologio che parlerà a tutti i bambini in cento lingue diverse, che essi potranno ascoltare, ma senza comunicare tra loro.
Le arie che si alterneranno suonate dal carillon diffonderanno un senso di bellezza e di armonia capace persino di preservarli, mentre le ascoltano, da qualsiasi malattia. Arriva poi il momento di fare loro conoscere le lettere dell’alfabeto(7) ciò li metterà in grado di formulare le parole e soprattutto  di conoscere insieme alla loro armonia il suono stesso delle parole da cui deriva, si associa l’immagine stessa della parola: «le son du mot et sa cadence, d’où dépend leur représentation»(8). Casanova, avventuriero sempre alla ricerca del piacere dei sensi, convinto assertore del sensualismo in filosofia, riconosce l’udito come il più importante dei cinque sensi poichè serve a emettere la parola : « le seul objet du plus important de tous nos sens. Tel est l’ouïe » (9). Infatti l’udito è dotato di tre paia di nervi a differenza della vista che ne ha solo due: i sordi, aggiunge, anche se sono in numero minore dei ciechi sono più disgraziati, infatti chi è nato sordo è anche purtroppo necessariamente muto. L’armonia delle parole si giudica con l’udito, l’organo che gli ha consentito fin dalla sua gioventù di apprezzare la grande bellezza della prosodia della poesia greca e latina, mentre la poesia tedesca per lui è povera,  non è che «de la fausse monnaie» (10). Sono l’armonia, il gusto, l’abilità e l’ingegno nella scelta dei termini, la varietà nella composizione della frase che gli hanno permesso di entrare in scena come conversatore raffinato nei salotti e a corte.
A conclusione e coronamento del progetto della colonia di Sorviodunum, dopo un secolo sarà realizzato un dizionario che Casanova, con un ultimo guizzo beffardo, definisce opera «additionnel composé par quelqu’un de nos savants docteurs», garanzia finale della sua teoria sull’origine della lingua naturale.
L’immagine che egli ci trasmette di questo mondo edenico, popolato da bambini belli, in ottima salute intenti a costruire e ad apprendere attraverso la musica  una lingua naturalmente armoniosa, riscatta la visione cupa di un vegliardo intristito in una Dux freddamente ostile.
Là dove la sola salvezza è la scrittura, anzi la riscrittura nei Mémoires della sua mirabolante esistenza. Alla voluttà della miracolosa resurrezione del tempo passato possiamo aggiungere il sorriso che gli strappa questo utopico e grazioso affresco di paese di fantasia, orientato verso l’avvenire dove è bello « cominciare » a parlare. Nato all’interno di un «divertissement» intellettuale, come possiamo considerare la Lettre à Léonard Snetlage in cui manda al diavolo il suo « confrère» tedesco,  questa chimerica sperimentazione gli offre ancore un « bonheur »: quello di immaginare un mondo che sboccia permettendogli di poter affermare ancora una volta «j’ai envoyé à l’enfer la tristesse» (11) e, con lo sguardo verso il futuro, consegnare «ce petit texte» come un messaggio a noi, «[sa] voisine, la postérité».
Ringraziamo Gius Gargiulo che con Lettere di donne a Casanova ha sollecitato l’attenzione e riaperto un dibattito fecondo su uno dei massimi rappresentanti del XVIII secolo europeo che rimane troppo spesso confinato nei clichés ripetitivamente riduttivi della sua stupefacente personalità. Lo studioso attraverso la scelta di lettere molto significative, scritte a lui da donne diverse per educazione, ceto, visioni o aspirazioni esistenziali, ha rivelato nel celebre avventuriero e seduttore caratteri di insospettata modernità.
Gargiulo, con la ripubblicazione corredata da essenziali e calzanti tratti esplicativi del saggio casanoviano Sulla lingua francese, ha focalizzato l’importante interesse di Casanova per il francese e il problema della lingua in generale consentendoci di ricordare la Lettre à Snetlage sua ultima opera scritta dall’esilio in Boemia e quasi ignorata testimonianza della sua grande passione per le lingue e in particolare per la sua lingua di elezione.

1) Il testo di Casanova è scritto in italiano, inedito nella sua versione originale è stato tradotto in francese e pubblicato da Jean-Baptiste Para nella rivista Europe, n. 697, 1987, p. 108-111, con introduzione di Furio Luccichenti. Gius Gargiulo ha pubblicato per la prima volta questo testo italiano nella sua trascrizione con introduzione e note nel volume Passioni e teatri di Casanova, a cura di Gius Gargiulo, Osmannoro ( FI), 2002. Questo testo è ripreso nella plaquette.
2) Chantal Thomas, Casanova. Un voyage libertin, Paris, Denoël, 1985, cit. p. 126.
3)  Jacques Casanova, À Léonard Snetlage, Docteur en droit de l’Université de Gœttingue, [ 1797], Paris, Librairie Vve A. Thomas et Ch. Thomas, 1903. Per comodità ci riferiremo all’edizione Allia, Paris, 1998, (Ma voisine la postérité).
4)  Léonard Snetlage,Nouveau Dictionnaire français contenant les expressions de nouvelle création du Peuple français. Ouvrage additionnel au Dictionnaire de l’Académie française ou à toute autre Vocabulaire, Préface, Gottingue, Jean Chrétien Dieterich Libraire, 1795.
5)  Jacques Casanova, Lettre à Léonard Snetlage, cit, Dédicace: « Monsieur le comte, ma voisine la postérité, saura que quand j’ai publié ce petit ouvrage,  j’avais l’honneur d’être à votre service ».
6)  Questo tipo di sperimentazione non è insolito nel XVIII secolo. Ricordiamo che Marivaux nella commedia La Dispute, in un atto e in prosa, rappresentata nel 1744 per conoscere l’origine dell’infedeltà, immagina che quattro bambini siano educati lontani dal mondo, in case separate in modo che non si siano mai visti. Quando il sipario si alza sono stati appena lasciati liberi di incontrarsi. Marivaux si esprime cosi alla fine del primo atto della commedia : «On va donc pour la première fois leur laisser la liberté de sortir de leur enceinte, et de se connaître ; on leur a appris la langue que nous parlons ; on peut regarder le commerce qu’ils vont avoir ensemble comme le premier âge du monde ; les premières amours vont recommencer, nous verrons ce qui en arrivera …». Il fine della Dispute è decidere quale dei due sessi ha dato per primo l’esempio dell’incostanza in amore e rispondere alla questione se l’incostanza deriva dall’uomo o dalla donna.
7)  Giacomo Casanova, Ma voisine, la postérité, cit,p. 149.
8)  Ibid, p. 29.
9)  Ibid, p.135..
10)  Ibid, p. 40.
11)  Giacomo Casanova, Histoire de ma vie, Texte intégral du manuscrit original suivi de textes inédits, Paris, Robert Laffont, 1993, vol. I, p. 140.

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