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AMICO ROMANZO La casa dei salici di Sara CARBONE
- SIPARI APERTI Autoritratto. Istruzioni per sopravvivere a Palermo di Antonia LEZZA
- COME SUGHERI SULL’ACQUA Caleidoscopio: perché una pietra sa raccogliere le ortiche dell’infanzia di Ariele D’AMBROSIO
AMICO ROMANZO
La casa dei salici
di Sara CARBONE

La casa dei salici,
Casa Editrice Nord
La casa dei salici, edito in Spagna nel 2024, col titolo di Las vivas, è il primo romanzo tradotto e pubblicato in Italia dalla Casa Editrice Nord nel 2026, della filosofa e scrittrice Juana Cortés Amunarriz, originaria di Hondarribia (Fuenterrabía, in castigliano), comune spagnolo dei Paesi Baschi, sul confine con la Francia.
Per una fortuita sovrapposizione di tempi del racconto e tempi editoriali, il romanzo ibrida le vicende della storia spagnola con quelle italiane e, in maniera altrettanto casuale, rimanda a ricorrenze e commemorazioni contemporanee, riconducibili all’edizione italiana del 2026.
L’autrice, insignita di numerosi riconoscimenti letterari, tesse la trama di una storia tutta al femminile ambientata nella piccola comunità di Fuenterrabía, che si consuma sostanzialmente fra il 2 e l’8 settembre 1943, il giorno prima degli accordi di Cassibile tra il generale italiano Castellano e quello statunitense, Smith e quello in cui Eisenhower rende pubblica la notizia dell’armistizio alla radio. Le vicende vissute dalla vedova Miren, dalle sue due figlie, Arancha e Carmen, e dai personaggi, di volta in volta, messi a fuoco dalla penna di Cortés Amunarriz, accadono tutte nei luoghi della frontiera franco – spagnola mentre il secondo conflitto mondiale raggiunge la sua fase più critica ed è prossimo a un punto svolta la cui direzione si decide tutta in Italia: se, a settembre del ’43, infatti, la Francia è, da tempo, uno stato collaborazionista col Reich tedesco e la Gran Bretagna di Churchill lavora alacremente alla macchina Enigma, nel tentativo di decrittografare i messaggi in codice della Wehrmacht, solo una conferma della stipula dell’accordo tra esercito italiano e Alleati, che ci si aspetta a Fuenterrabía, può allentare la morsa della Storia che si stringe sulla “casa dei salici” e sul ristorante “Il faro”, dove, al cospetto di prelibatezze di mare si ritrovano cospiratori, collaborazionisti, spie ed enigmatiche presenze di un passato lontano, tornate a chiedere il conto. Che la vicenda narrata fenda uno dei punti di massima tensione della storia del conflitto così come quello di rottura, in cui ogni resistenza inziale sta per collassare, è evidente dalle traversie affrontate dalla rete clandestina delle Comète, un’organizzazione che trasferisce ufficiali inglesi dalla Francia collaborazionista alla Spagna neutrale, nella speranza che questi raggiungano l’ambasciata britannica e si mettano in salvo. Il pilota inglese che Emilia, attivista della rete, è riuscita a far nascondere nella soffitta della “casa dei salici”, latore di documenti utili a decrittografare messaggi in codice tedeschi, teme, infatti, di non riuscire a mettersi in salvo come i suoi predecessori aiutati dalle Comète, perché la polizia, ormai, è sulla pista dell’organizzazione i cui collegamenti si stanno sfrangiando. E se la conferma dell’armistizio in Italia serve a far prendere fiato alle donne di Fuenterrabía, ormai allo stremo delle forze, la visita del Caudillo, prevista nella piccola comunità basca proprio l’8 settembre 1943, serve tanto a lanciare il gomitolo della vicenda in avanti quanto a riavvolgere quello della storia. L’8 settembre può anche rappresentare una svolta per i Paesi belligeranti, ma non per la Spagna; Francisco Franco è ancora lì e il suo potere resta saldo dentro e fuori al romanzo: nessuno dei personaggi riesce a oltraggiare il suo corpo nel giorno della parata, organizzata nel piccolo paese basco; l’autrice, attraverso un’ellissi temporale molto ampia, deve, dunque, disporre un capitolo finale in cui l’epilogo della vicenda si colloca nei giorni in cui il governo del Generalissimo è finito. Il franchismo a Fuenterrabía è fin troppo saldo l’8 settembre del 1943 e respinge Miren, così come tutti gli altri resistenti del Frente popular, al 1936, all’inizio di una guerra civile di cui quest’anno, in concomitanza con la pubblicazione dell’edizione italiana del romanzo, se ne commemorano i novant’anni.
Ogni parola evoca la guerra ma la guerra nella narrazione è assente. La dimensione maschia della lotta resta sullo sfondo come gli uomini della storia: anelano tutti a imbattersi nella prodezza di un gesto eroico ma hanno già combattuto tutti, sia gli assenti che i presenti. Manuel Montes, tornato in paese dopo moltissimi anni, ha già dato sfogo alla sua ferocia 18 anni prima, trasformando il corpo della giovane Miren «in un campo di battaglia»; Sebastián, il «mago, capace di indovinare le carte o di far[…] comparire una moneta da dietro l’orecchio» della nipote Carmen, è stato già ucciso, a Bilbao, nel 1937, dall’esercito della Falange di Franco. Ora la scena è occupata tutta dalle donne e la loro guerra si ripete sempre uguale ogni volta che queste sfiorano un uomo: è una lotta corpo a corpo, a mani nude, fino a fracassare il cranio della vittima o a penetrarne il torace con una lama ma soprattutto a morsi, fino ad affondare i denti nelle membra dell’avversario e a sfilacciarle. E tra le donne ferine, viscerali, primitive, istintive del presente e gli uomini del passato, si frappongono il pilota inglese, nascosto in soffitta, ferito dal morso di un cane e la giovane Arancha che si adopera a curarne la piaga quasi a ricucire i brandelli di ciò che è stato separato. Ed è Arancha, protagonista di questa azione simbolica del “ricucire” a pacificare il passato e il presente.
I veri protagonisti del romanzo, tuttavia, sono due fluidi che si rincorrono fra loro in un sottilissimo gioco di alternanza: il sangue e l’acqua del mare. Pur non raccontando una guerra, il sangue è ovunque con il suo odore e il suo calore, la sua densità e il suo rosso pastoso. Ora è «la testa sporca di sangue» di un piccione andato a sbattere contro i vetri di una finestra, ora è «un paese diviso che puzzava ancora di sangue». L’acqua del mare, blu, eterea, leggera, fresca, aerea come il panorama di un paesaggio basco, subentra a donare levità alla pesantezza della morte. I due elementi arrivano a fondersi in una delle scene più potenti della narrazione: quando il cadavere di Luisa, la donna che per tutta la vita ha amato Sebastián, viene gettato in mare, il suo sangue «si dilui[sce] nell’acqua grigia», senza colore, e il suo corpo, cedendo il calore del suo fluido rosso al mare, si irrigidisce, si raffredda e «diventa[…] il mare». Alla fine della storia, «tutto si diluiva» agli occhi di Arancha a mano a mano che si allontanava da Fuenterrabía, fino a fondere, in un unico fluido, sangue e acqua salata.
Una carnalità diffusa, spinta e, ugualmente, connaturata, espressione di un temperamento sanguigno, appunto, avvicinano tutti i personaggi del romanzo al mondo animale – spesso anche a quello meno nobile: Manuel, per esempio, un uomo dal «collo taurino», non ha avuto alcuna stima di sua madre come donna e l’ha reputata niente di più che una “coniglia”, – e collocano inequivocabilmente la scrittura di Cortés Amunarriz nella nobile produzione letteraria di lingua spagnola e sudamericana fra Ventesimo e Ventunesimo secolo. I morsi delle donne di Fuenterrabía e le lotte corpo a corpo con gli uomini ricordano quelli di Blanca Trueba in La casa degli spiriti di Isabel Allende, romanzo che ha consacrato la scrittrice cilena alla notorietà presso il grande pubblico. Ma Allende è presente anche nella «scatola delle cose importanti» di Arancha, un tempo scatola per biscotti, che rimanda a quella in cui Clara Del Valle ripone “tutta la sua vita” prima del matrimonio con Esteban Trueba e che porta con sé quando si trasferisce alle Tres Marías. La capacità di figurarsi visioni, premonizioni del pilota inglese, mentre versa probabilmente in uno stato allucinatorio nella soffitta della casa dei salici, è ancora un rinvio alla capacità di veggente di Clara e ai deliri in carcere di sua figlia Blanca, del romanzo di Allende. Un coltellino, elemento reale, risolutore di un frammento della vicenda, e, al tempo stesso, amuleto porta fortuna nella convinzione della piccola Carmen, e la stessa figura di Sebastian, soldato ma anche «mago e affabulatore» spostano sia la storia autentica, quanto quella verosimile, sul terreno del “realismo magico”, sicuramente ancora di Allende ma soprattutto di Gabriel García Marquez. Una storia “delle storie” che si intersecano in La casa dei salici, quella delle due sorelle, Arancha e Carmen, recuperata sul finale, tra il capitolo datato 8 settembre 1943 e un epilogo successivo alla caduta del regime di Franco, ricorda la vicenda narrata in Le sorelle Agüero, romanzo pubblicato nel 1997 e scritto da Cristina García, autrice, questa volta di area cubana, pure lei in odore di realismo magico.
Un linguaggio icastico, una terminologia robusta che sostiene un impianto espressivo generale decisamente metaforico: il ristorante si chiama El Faro perché «un faro è una torre luminosa. […] Perché un faro fa da guida. Perché dentro il faro si è al sicuro dalla tempesta» ed è lì che ci si incontra quando emerge il bisogno di un luogo sicuro, al riparo dalla minaccia incombente; i tronchi dei salici diventano la pira del fuoco purificatore; i solchi scavati nel legno del tavolo sul quale Miren fa scorrere le dita sono quasi gli appunti di un diario segreto in cui registra gli eventi. Frasi nominali – «Occhi di rospo», «Pelle cetrina» (…) – anch’esse con una forte densità metaforica, caratterizzano una sintassi spezzata, composta di frasi brevi, quasi elenchi, periodi semplici all’interno di capitoli altrettanto sintetici che, spesso, alla fine, danno l’impressione di essere stati recisi all’improvviso e che risucchiano il lettore in una girandola di piani e tempi narrativi funambolici.
SIPARI APERTI
Davide Enia, Autoritratto. Istruzioni per sopravvivere a Palermo
di Antonia LEZZA

Autoritratto. Istruzioni per sopravvivere a Palermo, Palermo, Sellerio, 2025
L’Abbanìata è il grido del venditore ambulante che a Palermo illustra e soprattutto pubblicizza la sua merce: “Affacciateve/Affacciateve fuora/Tutte quante/Masculi femmine e picciriddi/Niscìte fuora ’u balcone” (“Affacciatevi/Affacciatevi fuori/Tutti quanti/Maschi femmine e bambini/Uscite fuori al balcone”
( pp.9-10) ), con cui si apre il testo, il monologo di Davide Enia, intitolato Autoritratto. Istruzioni per sopravvivere a Palermo, pubblicato dalla casa editrice Sellerio nel 2025, nella collana “Il divano”. Questo incipit ha un valore icastico; suona come un grido d’allarme rispetto alla partecipazione dei palermitani agli accadimenti, alla violenza diffusa ed alla presenza della mafia a Palermo come in gran parte della Sicilia. Questo grido è un richiamo al senso di responsabilità dei palermitani che devono avere contezza del fenomeno della mafia e devono in qualche modo sentirsi coinvolti e reagire. Questo il messaggio chiaro dell’autore che vuole in qualche modo insistere proprio sulla partecipazione attiva dei palermitani, sull’impegno di tutti. Da questo punto di vista “Autoritratto” è un testo molto importante! Non sarà mai superfluo ricordare che la pubblicazione di un testo teatrale rappresenta un fatto positivo sia dal punto di vista letterario che teatrale…
Letteratura e Teatro sono complementari perché si sviluppano su di un unico percorso che è quello di affidare al testo scritto la poetica dell’autore, in questo caso “Il cuntista”, e Davide Enia è uno degli esponenti più affermati di questo genere teatrale, non solo, e al testo teatrale l’aspetto performativo che senza dubbio rappresenta un valore aggiunto. Per questo motivo le case editrici che si dedicano alla pubblicazione dei testi di teatro, la storia del teatro e la critica teatrale sono meno sacrificate, dimostrano un impegno culturale coraggioso che va sottolineato per il contributo alla conoscenza della letteratura in generale. Apprezziamo pertanto case editrici come Sellerio, Editoria& Spettacolo, Gremese, Einaudi, Dante& Descartes, Guida Editori e poche altre che hanno nei loro cataloghi testi teatrali. “Autoritratto” è anche uno spettacolo che ha debuttato a Spoleto al Festival dei Due Mondi il 29 giugno 2024 con la regia dello stesso Enia, le musiche di Giulio Barocchieri, le luci di Paolo Casati e i suoni di Francesco Vitaliti, ripreso poi nei più importanti teatri con grande successo di pubblico e di critica. Ma veniamo al testo: 93 pagine (il libro è in formato 12/17) dense, ricche di momenti di vera poesia, toccanti, incisive. Insomma un bel testo da leggere! Incominciamo dalla lingua teatrale che è molto efficace. Com’è noto scrivere un testo teatrale non è cosa facile per il fatto che la lingua deve assumere toni, angolazioni, ritmi che accentuino il valore del testo che proprio perché destinato alla messinscena deve avere una sua forza espressiva, una sua efficacia. Nel caso poi del “genere” del cunto il rapporto tra suono, ritmo, e parola deve essere ben calibrato. E’ bravo Davide Enia a raccontare storie drammatiche, fatti scandalosi, eventi scabrosi con una forte tensione emotiva che non si lascia mai tentare dalla retorica. D’altronde Enia è certamente un autore/attore con un ricco patrimonio alle spalle e con una lunga esperienza teatrale; si pensi a spettacoli come “Italia – Brasile 3 a 2”, “Maggio ’43” e il più recente “L’Abisso”. Ma Enia è anche scrittore di romanzi di successo: il suo primo romanzo “Così in terra” (2012) è tradotto e pubblicato in tutto il mondo; nel 2023 Sellerio ripubblica il romanzo. Dal secondo romanzo che si intitola “Appunti per un naufragio” (Sellerio, 2017) è tratto lo spettacolo “L’Abisso” nel 2018, che rappresenta una testimonianza ancora oggi, nella tragica situazione dei migranti, di grande valore etico. Va aggiunto che dal punto di visto grafico “Autoritratto” ha un aspetto originale per l’alternanza di testi in corsivo come “i cunti” (pp.9-10; pp.47-49; p.89) e le traduzioni in lingua italiana che consentono ad un lettore non dialettofono di avvicinarsi a contenuti molto interessanti. Una scelta molto onesta. In “Autoritratto” compaiono anche una serie di note storico – antropologiche, segno di un’inclinazione dell’autore per la ricerca e per le varie testimonianze, come quelle dei funzionari della DIA, preziosissime, che hanno consentito a Enia di conoscere i fatti e di controllare le fonti. D’altronde l’apparato di note aiuta il lettore ad avvicinarsi ai luoghi e alle pratiche di una città ricca di storia e di tradizioni popolari com’è Palermo. Enia vuole raccontare e raccontarsi per non dimenticare, ma soprattutto, e questa è la novità del testo rispetto a tanta letteratura sulla mafia, dice che occorre parlare, non nascondere i fatti, come fanno anche le cosiddette persone perbene. Bisogna denunciare, reagire, urlare solo così si onoreranno i martiri, perché di martiri si parla. I martiri dall’una e dall’altra parte come il piccolo Giuseppe Di Matteo e poi Salvo Lima, padre Pino Puglisi, che è stato il suo professore di religione. “Ma come, dico, ma come è possibile, era così mite” -scrive Enia- ed aggiunge che Riina aveva compreso che proprio quella mitezza rappresentava un’alternativa linguistica al suo regno di violenza (p.61). E’ qui la forza della parola, quella parola che assume tanto valore proprio nel “cunto”! Seguono nel testo le “Istruzioni per sopravvivere a Palermo”, sette giorni dal lunedì alla domenica, sette momenti di forti “lezioni di vita”. E poi la strage di Capaci e l’attentato al giudice Borsellino, “ma a scuola -scrive Enia- per gli esami di maturità nella traccia di attualità nessun accenno alla strage di Capaci!” “Palermo chiede giustizia” -scrive una donna su un lenzuolo di suo pugno e lo appende fuori al balcone, su un altro lenzuolo è scritto: “Insieme possiamo farcela”. Seguono centinaia di lenzuoli bianchi. Qualcosa sta accadendo: Palermo carica di rabbia si sta finalmente ribellando. “E’ l’insegnamento del nostro professore di religione, bisogna nominare le cose, bisogna chiedere giustizia, bisogna pretenderla, bisogna scendere in piazza con il proprio corpo, bisogna imparare ad ascoltare l’altro e i suoi bisogni, e bisogna capire che, se nella tua città ti trovi di fronte a una pozza di sangue, l’immagine riflessa è il tuo autoritratto”. Così si chiude il testo ! Buona lettura !
COME SUGHERI SULL’ACQUA
Caleidoscopio: perché una pietra sa raccogliere le ortiche dell’infanzia
di Ariele D’AMBROSIO

Ma per Fortuna che Offenbach c’è
ovvero
Il Penultimo della classe
Book Editore – Poesia
Info:
https://www.rhegiumjulii.it/index.php?option=com_content&view=article&id=366&catid=50
Caleidoscopio:
perché una pietra sa raccogliere le ortiche dell’infanzia.
per
Ma per Fortuna che Offenbach c’è
ovvero
Il Penultimo della Classe
Mi capita, meglio ho l’opportunità di recensire il terzo libro di René Corona. Il primo è stato I bucaneve dell’altrove, il secondo Migrazioni come traduttore di un altro splendido poeta, Kadhim Jihad Hassan – e solo un poeta può dare voce a un altro poeta – ed ora questo titolo fatto di due: Ma per Fortuna che Offenbach c’è il primo e che cercheremo di capire, meglio sentire, il secondo Il Penultimo della Classe che già m’inquieta e m’incuriosisce.
Un libro poderoso e corposo, ma che non deve spaventare il futuro, si spera, prossimo lettore, se come me s’immergerà nel suo flusso di mare e di fiume, con la sua tranquillità che scorre, e di risacca che indicano il tempo, e con le sue onde e maree e cascate improvvise. Perché questo libro è un unico poema anche se accoglie circa centocinquanta poesie, mi pare di contare, introdotte da titoli capitoli che contengono a loro volta altri titoli insieme a numeri romani ed arabi. Qualcuno: e le g dove sono?, III. Elegia per una vecchiaia incombente e pendente, IV in morte della poesia, 3. Ciottoli a sassate e a forma di cuore, Caleidoscopio con Diva e Divano. Il tutto diviso in I atto e II atto.E già da qui si può percepire un’ironia sarcastica che non fa sconti ed una verità di vissuti che non si nasconde mai nell’ombra dei non detto. Ma è su questo I atto e II atto che mi soffermo solo un attimo per dire della poesia che si fa teatro per sottolineare ed amplificare la vita.
Un libro complesso e affascinante di cui ne ricopio uno stralcio, perché in questo – ma come in tanti altri che lo spazio non mi concede – trovo una sintesi che fa di questo lavoro l’espressione di una poetica ben definita insieme al suo stile e di cui parlerò.
Dal II atto 2. Il Divano, la XXXIX 1.: «dal lapidario comprai pietre preziose / forse filosofali e nel volucrario carpii presagi a piovere / spezie varie come dono culinario amoroso / zum Raum wird hier die Zeit / cantò Gurnemanz a Parsifal sul juke-box / selezionato da un viandante di passaggio col calesse / e aveva proprio ragione qui il tempo diventa spazio / e aggiunge il poeta e viceversa / dai deserti di Carmania riportai un po’ di terra rossa / perle d’oriente ventagli cinesi / vasellame di Cracovia porcellana di Limoges e di Bratislava / vetro di Murano torrone di Montélimar / diamanti d’Olanda orologi svizzeri terra di Siena / bacchette magiche sfere di cristallo con futuro assicurato / clessidre con fermagli per fermare il tempo / cene a lume di candela e violini tzigani con la luna piena / parole magiche per aprire il forziere della regina / tappeti volanti inestimabili con mappamondo / vino di Jerez ambrosia dalle isole / maschere apotropaiche / stelle marine stelle polari ippocampi caracollanti stelle alpine / polaroid di attrici degli anni settanta / diorama con attrici degli anni sessanta trenta quaranta cinquanta / e cartoline in bianco e nero souvenir de Paris / chiosco per la musica con orchestrina e musiche / di Francis Poppy / femmes fatales de la Belle Époque con strascichi e dentella nera / lunghi guanti neri velette all’antica per serate romantiche / donna dal seno scoperto sotto il pennello di Giovanni Boldini / che tira su i capelli biondi veneziani a chignon mignon / navi antiche con le stive cariche di diamanti poetici e tesori dell’isola / jazz-band con Trane Prez Miles Mingus Flanagan Monk Brubeck Blakej / Duke King Count Divina Bean Chet Ayler Evans Mehldau / bouquet e piante di anemoni gardenia azalee camelia passiflora viole / profumi misteriosi d’oriente e venti del nord e del sud mescolati / full di donne e scale reali da dove risalire verso le nuvole / violoncelli viole e violini accompagnati da Mozart Bach Leclair / Haendel Händel Handel altalena altisonante di variazioni onomastiche / chiese romaniche e barocche con risuonanti di requiem / di Fauré e di Lotti / barricate misteriose e sale da ballo / dizionari enciclopedie libri / perché i libri sono libri sono libri sono libri sono libri / liberi / e qualche volta anche rose / capitali del mondo / suoni dorati rime amorose / Und hat ein Wort dem Ohre sich geselt / Ein andres kommt, dem ersten liebzukosen (Goethe, Faust II) / e una parola è venuta al mio orecchio / e un’altra giunge per accarezzare / la prima / una parola chiama l’altra come in una giostra come un diorama / come un caleidoscopio / conosco l’arte di rievocare i momenti felici parafrasando / l’amico il fratello Charles / è la tenebrosa e profonda unità nella quale lunghe eco si confondono / da lontano / notte chiara dove profumi parole colorate poeti si mescolano / sette sono le muse sull’Olimpo / sette in Giappone le divinità della felicità / sette sono le note della musica / sette le Pleiadi / sette i poeti della Pléiade / sette i giorni della settimana sette i pianeti che si muovono / sette i petali della rosa / sette simbolo dello spazio e del tempo / sette i colori dell’arcobaleno / la totalità dell’universo quattro piú tre sette / per certi popoli quattro è il simbolo della femminilità / e tre della mascolinità / sette unione dei contrari e il padrone delle Parole / e delle nuove piogge / sembra settembre è tempo di migrar / settete settete / l’uselin batea le alette / nol savea dove volar / lè volà sora le terre / o le tette / (i nostri autunni oh Aleksandr) / È gentildonna graziosa e opulenta, / intelligente ed intellettuale; / dà il la dell’eleganza aristocratica al luogo; / magnifica, inguantata scollacciata / oh Gian Pietro // e tutto questo mentre dall’altra parte della città / Timone misantropo contempla dall’alto della sua torre / la decadenza dell’umanità / tuttavia imbarcai per Citera…». Ed è solo un segmento del libro, ma che mi permette di dire molte cose.
Analisi del testo? Versi liberi con spezzature o accapo che mi indicano più che una poesia prosastica che cerca un ritmo, una narrazione continua che cerca la poesia. Un collage costante di pensieri, riflessioni e ricordi anche presenti che diventano nel libro un caleidoscopio – parola presente in varie composizioni – per dettagli sempre diversi come quei vetri colorati all’interno del tubo a specchi che sembrano ripetersi ma che sono ogni volta diversi, pur specchiandosi, nella fantasia e nella casualità delle geometrie e dei colori. L’innesto di versi di scrittori e poeti noti, rivelati o nascosti, che si fanno poesia nella e della poesia in cui sono accolti, ma senza invadere mai. Il multilinguismo con prevalenza del francese – René Corona è francese italiano e la sua biografia di studioso, intellettuale e poeta di spessore la lascio al risvolto di copertina sinistra e all’info su riportato – diventa anche sonorità semantica – sarebbe bello ascoltarlo da chi conosce bene la lingua usata. Elenco di nomi che appartengono al vissuto dell’autore e di nomi noti specie in campo letterario, artistico e musicale e che, si badi bene, non fanno parte di un esibito citazionismo, ma sono parte di un vissuto profondo dove incontri, visioni, riflessioni, letture, luoghi, arte, analisi, proverbi rivisitati, canzoni popolari diventano emozioni all’interno di questa poesia funambolica tra il precipizio ed il salto, tra l’esterno e l’interno, tra la voce squillante e il sussurro intimo, dove profumi parole colorate poeti si mescolano ed aggiungo si rimescolano. …donna dal seno scoperto sotto il pennello di Giovanni Boldini / che tira su i capelli biondi veneziani a chignon mignon… . Che meraviglia ricordare questo quadro mentre il poeta ci dice della sua poesia scrivendo in poesia: una parola chiama l’altra come in una giostra come un diorama / come un caleidoscopio… . Un realismo che non è onirico ma che si fa senza confini e senza confine. Ed ancora: il gioco con la canzone e col dialetto ad esempio: l’uselin batea le alette / nol savea dove volar / lè volà sora le terre / o le tette… . Recuperi continui per salvare senza far morire, ed allora il gioco dei ricordi incatenati nei passaggi d’un’unica vita con il suo vagare, divagare, ma senza spaesamenti, sempre con una realtà e verità profonde da dichiarare.
Mi fermo un attimo su quel sembra settembre è tempo di migrar, che mi appartiene, ed è anche per dire che ogni lettore potrà scoprire qualcosa della sua vita, in modo così intenso ed incisivo da restare in silenzio. I pastori di Gabriele D’Annunzio, il poeta nascosto, ed è questa la poesia che “mi appartiene”: mio padre in macchina mentre guidava ed io sul sedile posteriore con la poesia imparata a memoria e lui che mi diceva: Settembre, andiamo. È tempo di migrare. ed io che gli rispondevo Ora in terra d’Abbruzzo i miei pastori e lui lascian gli stazi e vanno verso il mare: ed io scendono all’Adriatico selvaggio e lui che verde è come i pascoli dei monti. Ed è l’emozione di questo ricordo che mi prende e mi assale in una sorta d’amore melanconico. La poesia nella e della poesia. La poesia che diventa anche il vissuto di chi legge. Ed allora rileggiamolo di nuovo questo segmento dal II atto 2. Il Divano, la XXXIX 1.! Rileggiamolo ancora, …perché i libri sono libri sono libri sono libri sono libri / liberi… .
Come la copertina e il titolo, anche gli eserghi – numerosissimi in questo libro, e già efficacemente presenti nel I bucaneve dell’altrove – danno indicazioni di un percorso intellettuale e di scelte precise. Ne ricordo uno, all’inizio, che mi è piaciuto assai e che mi è rimasto particolarmente a cuore: «Musa, la lima ov’è’? Disse la Dea: / La lima è consumata; or facciam senza. / Ed io, ma di rifarla / Non vi cal, soggiungea, quande’ella è stanca? / Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.». Ed è Giacomo Leopardi che gioca all’ironia col nostro René Corona col sorriso dell’artigiano consapevole di potersi stancare cercando e ricercando nei suoi versi e per poi accogliere la sua imperfezione mentre il tempo scorre inesorabile : «… ma lo specchio delle mie brame e delle guance cascanti / … / anche le rughe attorno agli occhi / le famigerate zampe di gallina / e le occhiaie profonde come gore / composizione di decomposizione / un certo allargamento al basso ventre / e un certo ripiegamento su sé stessi / anche gli occhi non sono piú gli stessi / meno brillanti luce luce gridava in tedesco Johann Wolgang / e i peli nelle orecchie che intasavano di sicuro / l’udito…».
Ancora un passaggio repentino: «… il mondo è troppo piccolo per lasciare / insieme onesti e delinquenti / ma la poesia civile non fa per me …». Ma così rispondo a René Corona: la poesia è sempre civile quando s’interroga sui mali della storia e delle storie, sulle malinconie dell’esistenza, sulle angosce della vita e della morte.
La copertina del libro dicevamo, presumo scelta dall’autore, è un dipinto di Albert Besnard: “La Verità, portando con sé le Scienze, diffonde la sua luce sugli uomini”. Intanto mi compiaccio avendo sempre pensato, con Frank Oppenheimer, che L’arte non serve soltanto a rendere tutto più bello, anche se spesso è così. Gli artisti guardano alle cose del mondo con un occhio diverso rispetto ai fisici o ai geologi. Scienza e arte servono per comprendere la natura coinvolgendo le persone. E, mescolandosi, entrano a far parte del processo pedagogico. E la copertina per il titolo: Ma per Fortuna che Offenbach c’è ovvero Il Penultimo della Classe. Apprendo da Wikipidia che Jacques Offenbach è stato un compositore e violoncellista tedesco naturalizzato francese. È considerato il padre dell’operetta e fu anche uno dei più autorevoli compositori di musica popolare nell’Europa del diciannovesimo secolo. Ecco tutta l’ironia che fa capolino in questo libro e la sua “semplicità” cercata specie nella popolarità di alcune canzoni riportate ed elaborate in versi. E qui anche il penultimo della classe: «era stato l’ultimo della classe / grazie alla poesia era diventato penultimo / se avesse avuto più tempo / forse sarebbe diventato persino primo … / forse un paesaggio nuovo / forse / incontriamoci alla prima di Offenbach / e per fortuna che Offenbach c’è». La poesia che non ci fa essere ultimi e che ci aiuta anche con un po’ d’ironia e leggerezza con quelle cadenze popolari di cui spesso abbiamo tanto bisogno.
Ritornano in questo libro paesaggi dell’infanzia, con nomi di piante, fiori, uccelli, ben definiti: tarasacchi, marrubio, pispole, caprimulgo, asfodeli.
Ritorna qualche asticcio con le sue iuncturae foniche e omofonie per quella leggerezza di cui prima: «…così tra il lusco e il brusco et mes petites amoureuses / volevo raccontare la rava e la fava / di riffa o di raffa gatton gattoni / ma è tutto un magna magna …», «…gironzolando girovagando girandolando / …/ gigioneggiando gerundizzando…», «…non l’ho detto ma è la storia di due donne simili / diciamo a caso Eva e Ave o Vea e Eav…».
Ritorna l’attenzione per la lingua, meglio la parola salvata, anche desueta, anche dialettale dall’oblio d’una oralità d’uso per ritrovare il senso del suo dire: sequeri, zeugma, sororità, inverare, cogolo, botro, frombole, mende, comitale, arborare, gore, diosperi, mannelli, paronomasie, diorama, balogio, parletico, ferecratei, cavedio, belletta, bagigi, scolie, botro, frombole.
Ritorna il circonflesso francese su alcune î, a volte anche su qualche â, qualche ê, su qualche ô, mi pare di ricordare, come uno scudo pudico al possibile prolungamento del suono. Così come fanno capolino ogni tanto le onomatopee.
Mi capita, alla fine della lettura di un libro, specie di poesia, di fare un esercizio di memoria. Quali le parole che ricordo di più. Ed allora eccole: Elegia, Belletta, Diva, Divano, Lavandaie, Caleidoscopio. Del Caleidoscopio abbiamo già detto. Dell’Elegia il senso della saudade, della Belletta, o melma o fanghiglia, la condizione dei poeti oggi e che malgrado dichiarino morta la poesia la salvano scrivendola e scrivendone come fa il nostro autore malgrado copra anche la malinconia, del Divano perché culla e tormento del pensare, della Diva gli amorosi sensi ancora cercati nella tragicità del tempo che scorre e il cantami o Diva. Alle Lavandaie sento l’esigenza di una collocazione anche sentimentale e le vedo sul tetto di un palazzo a stendere lenzuola al sole con quell’odore di bucato pulito che mi riporta ad una infanzia fresca e materna.
Ci sarebbe da scrivere ancora tanto ma sono obbligato a concludere scusandomi di tanti punti sintetici, e dicendovi però che quanto scritto fa parte implicitamente di una dichiarazione di poetica che connota uno stile preciso che caratterizza, contraddistingue, definisce, specifica e identifica la poesia di René Corona. Ma cos’è la poetica? È un uso della parola che la poesia fa propria utilizzando una forza evocativa attraverso un significato che parla in più modi e utilizzando sempre il valore del suono, della comunicazione e dell’emozione. E la poesia di René Corona è tutto questo.