Ce steva 3 vvote: il comico, il tragico, il gioco

di Manuela DE FRANCHIS

Ce steva 3 vvote

Teatro San Ferdinando – Napoli

Tratto da Dieci favole antiche alla maniera di G. B. Basile di Manlio Santanelli con Federica Aiello e Maurizio Murano

regia (q.b.) di Manlio Santanelli

Iniziamo dalla fine: mani, inchini, applausi, una signora sulla settantina con un pesante cappotto verde chiaro che mi siede accanto si volta verso di me e mi dice “è stato così intimo… come se fosse privato”. Mi dice queste parole quasi commossa, quasi mi commuovo anch’io con lei, perché sarebbe facile confondersi, scambiare ciò che abbiamo visto con l’ennesima favola raccontata da genitori particolarmente fantasiosi per farci addormentare. Ecco, prima di tentare un’analisi strutturata (e dunque inevitabilmente almeno parzialmente fredda, impersonale) di “Ce steva 3 vvote: il comico, il tragico, il gioco”, mi preme affermare che, a mio avviso, il grande pregio di questo spettacolo sia la resurrezione di un elemento vitale, ma spesso in coma, del teatro: il Mitomagico (per non dire gioco, che mi parrebbe banale).

Quest’elemento è anzitutto dovuto alla natura del testo: tre favole, ma sarebbe forse più corretto parlare di cunto, che, come scrive Matteo Palumbo nella prefazione alle Favole, “non si assimila perfettamente ai modelli classici della tradizione novellistica. Mira a un’altra meta, nel cui orizzonte la realtà cede alla finzione e il verosimile è subordinato al fantastico”. La dimensione miracolosa e fantasmatica che viene presentata è finemente intrecciata ad una forte e sapiente ironia, che unisce ora suggestioni boccaccesche, ora archetipi della Commedia dell’Arte che si manifestano quasi come epifanie nei corpi degli attori (si tratta in entrambi i casi di elementi ontologicamente costituivi non solo del testo, considerandone genesi e modelli, ma anche del lavoro attoriale ad esso correlato) e infine l’emergere di un grottesco intelligente, pragmatico e sincero, come è emerso dall’intervista con Maurizio Murano. Esempio lampante è Lo cunto de Briggetella, una ragazza che, dopo aver lasciato il convento dove è cresciuta per Eccidio, un malommo, che la tozzaje capa e muro tanta vote da convincerla ad accettare di prostituirsi, riesce a tornarvi e, avendo dimostrato sincero pentimento alla Madonna, a riprendere la propria vita come l’aveva lasciata. Sembra, e nei fatti è, una storia drammatica, eppure quanto ha riso il pubblico in sala! Com’è divertente anche solo il testo, senza considerare la vis comica degli attori. Federica Aiello sostiene, a tal proposito, che sia l’ironia, espressa sulla scena in quel buffo “ah” di dolore emesso prima di ricevere la frustata (tradendo quella che sarebbe una logica naturalistica), a rendere tragico il racconto della fanciulla. Il grado di libertà raggiunto mediante il puro gioco scenico – l’assenza dei vincoli della verosimiglianza – ha come conseguenza diretta una sincerità ed un’onestà nel dolore, pur nella tragicità di una vicenda, spaventosamente simile alla vita. 

Il gioco ha una diretta traduzione anche nella grammatica scenica. Lo spazio questa volta non si articola sul palcoscenico, bensì nel foyer del Teatro San Ferdinando: al centro della scena due sedie rivolte al pubblico e, poco dietro, un praticabile basso basso con un tavolinetto rotondo ed un appendiabiti. Nient’altro. I cambi scena, che coincidono con il passaggio da un cunto all’altro, si esauriscono in un mezzo giro di sedia di qua o di là, un cappotto messo o levato, una corda tirata e qualche strofa di una canzone della tradizione Napoletana, quali Michelemmà o Quanno nascette Ninno, intonate a cappella. Non serve tanto per giocare a immaginare un mondo che non c’è e, sorprendentemente, non è affatto difficile immaginare un mondo in due sedie e un boa rosa shocking. “Per un teatro povero” direbbe qualcuno, “per un teatro necessario” direbbe qualcun altro… per un teatro… di tutti? Per un teatro che sappia dialogare con chi vorrà ascoltare perché ha rimesso tutto in gioco: il passato e il futuro, la tradizione e il contemporaneo, il pianto e il riso, una vita e un’altra. 

Tutto è bbuono chello ca fernesce accossì accosssì.

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