di Emanuela FERRAUTO
I numerosi studi dedicati a Franco Scaldati descrivono un mondo di ombre e di luci, spesso fioche, provenienti da candele, da lumini, da chiaroscuri poetici e funerei. L’apparenza ombrosa e oscura degli scritti di Scaldati nasconde e contiene invece una profonda poesia, ancestrale e umana, attraverso cui il poeta e drammaturgo siciliano descrive concetti semplici e universali su cui fluttuano i suoi personaggi. Lo spettacolo Totò e Vicè ritorna in scena a Napoli, attraverso un importante focus che si accende sulla drammaturgia contemporanea e che vede la presenza del Teatro Nest, a San Giovanni a Teduccio, e del Centro Studi sull Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo di Napoli. La combinazione perfetta che permette di ospitare la compagnia, diretta da Giuseppe Cutino, e di ritrovare tanti amici che hanno partecipato in passato alle attività del Centro Studi. Lo spettacolo, infatti, va in scena al Nest il 7 e l’8 febbraio e la compagnia è presente la mattina dell’8 febbraio presso il Centro Studi Teatro, per un importante incontro. Il testo in questione ci riporta a quel decennio proficuo per la drammaturgia siciliana, ossia gli anni Novanta, e ha vissuto diverse rielaborazioni e pubblicazioni. Se confrontiamo le versioni pubblicate nel 2003 da Rubbettino Editore, nel 2014 da Cue Press, ed infine nella raccolta di 8 tomi pubblicata da Marsilio Editore tra il 2022 e il 2025, il testo, pur subendo delle variazioni, presenta un’impaginazione particolare e fortemente identificativa, che viene riportata perfettamente in scena, non solo nella versione che in passato fu interpretata dalla coppia Vetrano e Randisi, per la regia degli stessi, nel 2013 (esiste anche la versione cinematografica del 2017), ma anche in quella premiatissima di Giuseppe Cutino del 2023, di cui parliamo. La struttura del testo deriva dall’unione di sette quadri che a, loro volta, derivano da altre rielaborazioni. Sono preziose le informazioni recuperate attraverso il ricchissimo Archivio Scaldati e riportate su www.archivioscaldati.it: «Totò e Vicè è il risultato dell’assemblaggio di selezioni tratte da più testi, raccolti tra il 1993 e probabilmente scritti non oltre il 1995; di questi, siamo riusciti a risalire ai seguenti titoli attraverso la consultazione dell’archivio nel quale si trovano raccolti come testi a sé: Totò e Vicè, 1993, (presentato alle Orestiadi di Gibellina nello stesso anno), Totò e Vicè e l’angelo delle lanterne, messo in scena in forma distinta dal precedente, (presentato con questo titolo sempre a Gibellina nel 1994), Totò e Vicè sono in realtà… due lucciole, 1995, Sono Totò e Vicè due pupi di zucchero, s.d., , mastra e bambina, s.d. ». Il riferimento alla suddivisione in sette quadri è importantissimo, perché nella struttura scenica la regia di Cutino tende a utilizzare la musica e la poesia come elementi unificatori, come una trama sottile che allenta e contiene il testo; un paracadute costante, un deltaplano drammaturgico e scenico che permette a questa drammaturgia, di natura apparentemente frammentaria, di volare verso cime poetiche altissime, utilizzando la semplicità profonda della scrittura dialettale di Scaldati, e di scendere in quota per planare sui volti del pubblico. Carezze frammentate e leggere che sollevano gli animi degli spettatori e rendono familiare, amicale, affettuoso e naturale il discorso sulla vita e sulla morte, quello più antico del mondo. All’interno dei sette quadri ritroviamo ulteriori suddivisioni, tranne nell’ultima, che riporta un unico titolo, Totò e Vicè svaniscono nell’aria. L’introduzione all’edizione Marsilio, firmata da Viviana Raciti, descrive l’idea originale di questi quadri, che deriva effettivamente dalla presenza di personaggi tipici che costruivano momenti dialogici e macchiette per il pubblico, in strada. Oltre a questo riferimento, è evidente, sia nella lettura del testo, ma soprattutto nella costruzione scenica firmata da Cutino, che i due personaggi siano una sorta di alter ego, di immagine olografica del pensiero dell’autore. Ci piace immaginare Franco Scaldati, con penna e carta e i suoi appunti, mentre osserva e riflette sul mondo. In effetti questa coppia “scalcagnata” sembra ripercorrere le principali riflessioni sulla vita, sulla morte, sul mondo. Uno dei temi che dovremmo indagare più approfonditamente, all’interno del teatro contemporaneo, è il rapporto tra ingenuità infantile e pazzia: questi due personaggi, soprattutto durante il loro ingresso in scena, che Cutino sceglie di collocare in platea, guardano negli occhi gli spettatori, dialogano con loro, chiedono e raccontano, come se fossero vecchi amici, come di solito accade in un piccolo centro o in un contesto provinciale. Il pensiero vola subito alla follia, alla commiserazione e al compatimento: poveri uomini mai cresciuti, apparentemente pazzi, che raccontano pensieri privati. Successivamente l’atmosfera si allontana da tutto ciò che potremmo definire realistico e proprio in quel momento inizia la magia. Le musiche originali di Maurizio Curcio, non previste dunque nello scritto originale, in scena insieme ad un altro musicista, Daniele Tesauro, coniugano i suoni della chitarra elettrica, della ricerca elettronica contemporanea e della fisarmonica. Se la presenza di questi elementi può far storcere il naso, all’inizio, in realtà nel corso della narrazione scenica, la musica diventa personaggio ed elemento fondamentale: la partitura musicale cuce perfettamente la drammaturgia ottenendo un prodotto che viene finemente decorato e ricamato anche dalle voci di Sabrina Petyx, storica compagna di lavoro di Giuseppe Cutino (per conoscere una parte della vita artistica di Cutino, di Petyx e di Sabrina Recupero, fondatori di M’Arte nel 1999, formatisi presso il Teatro Teatés di Michele Perriera, è fondamentale il volume edito da Editoria & Spettacolo nel 2008, M’Arte. I teatri di Giuseppe Cutino e Sabrina Petyx, a cura di Cristina Valenti. Ricordiamo anche il fortunato lavoro di Cutino/Petyx Lingua di cane, drammaturgia di Petyx, edito da Glifo Edizioni nel 2017 e il loro intenso lavoro presso il Teatro Garibaldi di Enna, con la Compagnia dell’Arpa) e di Egle Mazzamuto, cantante e attrice che nel 2004 conosce ed intraprende lo studio ed il lavoro attoriale e scenico di Franco Scaldati e della sua compagnia ed entra a farne parte in qualità di collaboratrice alla direzione artistica, di attrice, di cantante e di aiuto regia. La presenza delle due artiste è fondamentale, necessaria, imprescindibile, perché interpretano e vivono profondamente quei personaggi che Scaldati indica con nomi generici o rende anonimi: per esempio la Maestra e la Bambina, la Nonna e la Bambina, l’Ombra, Il vecchio e la vecchia, il nonno e la “nanna”, i topini, per citarne alcuni. Questi personaggi, che caratterizzano e suddividono i 7 quadri e le ulteriori suddivisioni interne ad ogni quadro, appaiono quasi come Coro greco, con la funzione riflessiva che inserisce prepotentemente il pensiero di Scaldati all’interno del dialogo drammaturgico e dell’azione scenica dei due personaggi. Le due attrici e cantanti, dunque, hanno la funzione fondamentale di osservatrici esterne, di commentatrici, di portatrici del pensiero autoriale. Spesso rappresentate in questo spettacolo nell’atto del cucire, ricordano le origini del drammaturgo siciliano, che si avvicinò all’arte, lasciando la scuola e lavorando come sarto in un teatro. Il cucire, il rammendare, il ricamare sono tutte parole chiave, metafore della scrittura e della vita stessa. Il tempo sembra scorrere, ma in realtà appare spesso circolare, a volte statico, per lo più atemporale, così come l’ambientazione, che non è citata da Scaldati, lasciando spazio interpretativo ai registi e agli attori. Gli unici riferimenti ai luoghi sono quelli citati dai due personaggi, che descrivono il Camposanto o le camere mortuarie, la casa, il paese. Accenni lievi, fluidi, vacui, che non permettono allo spettatore di soffermarsi a lungo, volutamente, sull’elemento realistico.
Questo testo, come molti altri, è privo assolutamente di didascalie, le battute spesso sono sintetiche, ripetute e agganciate, memori della tradizione orale del cunto siciliano, riportando in scena uno stile che ritroviamo nelle famose coppie del teatro siciliano contemporaneo, come Vetrano e Randisi, Scimone e Sframeli, ma anche all’interno dei testi di Tino Caspanello e di Rino Marino. Gli spazi bianchi, a tratti molto estesi sulla carta, sono in qualche modo riprodotti anche in scena, alternando una forte tensione ritmica, che sembra esaurirsi velocemente nella recitazione, per poi affievolirsi nel silenzio. L’idea della fiammella che scoppietta, che si accende, che brucia e poi si spegne, lasciando un alone di fumo nell’aria, è l’immagine che continuamente percepiamo davanti a questo spettacolo. Luci e ombre proiettate sul fondo, candele, candeline, ceri, chiaroscuri, questo è il mondo di Scaldati, che Cutino rappresenta perfettamente. I due attori, sui quali bisogna soffermarsi attentamente, Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, pur provenendo da lunghissime esperienze attoriali di altro tipo e soprattutto drammaturgiche, interpretano in maniera profonda, viscerale, consapevole, il mondo di Scaldati: non basta interpretare una parte, bisogna studiare la sua scrittura per comprendere a fondo ciò a cui lui era legato, ciò che lui percepiva e il mondo culturale da cui proveniva e a cui aveva attinto. I due attori conducono un lavoro sulla voce e sul corpo molto intenso, fisicamente proiettati verso gestualità bambinesche e movimenti lanciati all’interno di uno spazio apparentemente senza limiti e confini, proprio come si muoverebbe un bambino o un uomo mai cresciuto, perché problematico. Scaldati costringe i suoi personaggi a rimanere in una certa aura di incoscienza, di infantilismo, di apparente banalità, nonostante poi siano proprio loro a veicolare i messaggi fondamentali. Sicuramente ritorna alla nostra memoria la coppia dei becchini shakespeariani, che incarnano appunto l’incoscienza, l’ignoranza, l’apparente pazzia di Amleto e che conservano la verità. Importante anche il lavoro sulla vestizione e svestizione: Scaldati, all’interno del testo parla di abiti lasciati su una sedia, la sera prima, nell’andare a dormire, e mai ritrovati. La perdita dell’identità, il confronto tra corporeità e anima, l’essere e l’apparire: questi due personaggi sono anime in vita e corpi mai reali. Si può riflettere sulla vita solo nel momento della morte? Questo spettacolo è un gioiello della contemporaneità teatrale italiana, vincitore nel 2024 del premio ANCT Associazione Nazionale Critici di Teatro. Il teatro NEST e il Centro Studi hanno contribuito a portare avanti e a far conoscere questo prodotto pregevole, nella speranza che la drammaturgia firmata da Scaldati, autore complesso, possa essere conosciuta anche dai più giovani e da ambienti culturali e teatrali non prettamente legati al sud Italia.
Foto dall’Ufficio Stampa
TOTO E VICÈ
Teatro Nest Napoli 7-8 febbraio 2026
di Franco Scaldati
con Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo
e con la partecipazione di Egle Mazzamuto e Sabrina Petyx
musicisti Maurizio Curcio e Daniele Tesauro
musiche originali Maurizio Curcio – costumi Mario Dell’Oglio per DELL’OGLIO PALERMO 1890
movimenti di scena Totò Galati – disegno luci Gabriele Gugliara – datore luci Michele Ambrose
aiutoregia Peppe Macauda
adattamento, scena e regia Giuseppe Cutino
progetto Anton Giulio Pandolfo – Ass. Cult Energie Alter-native, Palermo
produzione esecutiva ACTI Teatri, Indipendenti, Torino con il sostegno di Babel/Spazio Franco, Palermo – Compagnia dell’Arpa