di Emanuela FERRAUTO
A maggio 2025 il ritorno a Castrovillari, in occasione dei venticinque anni del festival Primavera dei Teatri, ci permette di rincontrare, dopo tanto tempo, anche Saverio La Ruina, uno dei fondatori di Scena Verticale e dello stesso Festival. La promessa di rivederci a Napoli è stata mantenuta grazie a Casa del Contemporaneo e a Sala Assoli. La Ruina ha potuto mostrare al pubblico napoletano tre dei suoi più importanti spettacoli, oltre al documentario Italianesi, osservato con emozione e commozione, in anteprima, proprio a Castrovillari. Importante, dunque, l’evento che lo ha visto in scena dal 28 ottobre al 2 novembre presso lo storico teatro napoletano, intitolato ad Enzo Moscato, ed anche l’incontro svoltosi presso il Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, il 27 ottobre, momento particolarmente intenso grazie alla profonda generosità di La Ruina che ha raccontato, con dovizia di particolari, il percorso di stesura dei suoi testi e anche le motivazioni e le volontà che lo hanno spinto a crearli. In particolare, ci soffermiamo su La borto, in scena il 30 e il 31 ottobre. Sia Dissonorata che La borto nascono nel primo decennio degli anni 2000, molto vicini come scrittura e come impostazione e, forse, indissolubili, ossia sarebbe necessario vederli e leggerli entrambi per immergersi nella profondità della scrittura di La Ruina. Del 2011 invece Italianesi, lo spettacolo in scena nel 2012 a Napoli a Galleria Toledo (successivo invece il documentario), e del 2015 Polvere. Escludendo Italianesi, che affronta tematiche storico-culturali molto importanti, gli altri tre testi citati sono uniti da un filo conduttore femminile: la donna viene analizzata attraverso le azioni degli uomini, facendo emergere, poi, dei racconti velati di ironia e, a tratti, anche di comicità, che però, inevitabilmente “schiaffeggiano” il pubblico. È il caso, appunto di Vittoria, protagonista de La borto, così definito perché, alla maniera verghiana, l’autore recupera il modo di dire popolare e popolano, pronunciato da una donna che non ha studiato, che si è sottomessa, che forse ha capito come può ribellarsi al marito. La Ruina ci accompagna quasi cinematograficamente, attraverso il racconto, all’interno di un contesto realmente esistito e da lui conosciuto, a metà tra Calabria e Lucania, così come è ibrida per alcuni aspetti anche la sua lingua; luoghi e tempi in cui le donne si sposavano molto giovani con uomini vecchi e benestanti, un mondo in cui la figlia femmina era un bel problema, ma poteva consentire alla famiglia anche un’evoluzione sociale. Ragazzine, dunque, educate al matrimonio, al patriarcato, all’esecuzione di doveri che oggi sono lontani dalle menti delle adolescenti, e che servivano anche come sfogo sessuale per i mariti, spesso brutti e malconci. Questa è appunto la storia di Vittoria che viene data in sposa al marito brutto e “sciancato”, ossia zoppicante, attraverso un meccanismo di vera e propria “compravendita”, in cui la donna vede poi il marito, o si rende conto di tale orrore, solo sull’altare. “Maritare” le figlie diventa, da una parte, uno sgravio per la famiglia, e dall’altra l’esecuzione dei doveri genitoriali, in quanto la figlia non è perduta, non è “dissonorata”, ma è “accasata”, composta esecutrice dei doveri matrimoniali e materni. La descrizione che porta in scena La Ruina è legata fortemente al cunto, all’oralità, al racconto anche ingrossato e deformato che si diffonde nelle piccole comunità isolate o nei paesi: tutti aggiungono un particolare o un commento e, così, anche i personaggi di Saverio La Ruina compaiono immediatamente nella nostra mente come grotteschi e ben caratterizzati e individuabili, collocati in luoghi delineati attraverso le parole del narratore-attore-autore. È importante, infatti, sottolineare il ruolo che ha il drammaturgo, il quale diventa attore-narratore, ma interpreta anche la povera Vittoria, la quale si ritrova – dopo la morte, durante un sogno, durante una degenza ospedaliera? Chissà! – davanti al Tribunale ultraterreno, in presenza di Gesù che la interroga e dei Santi, immaginati secondo l’iconografia popolare. Del resto, l’iconografia bizantina ha lasciato un rapporto viscerale tra uomini e Santi nella cultura del meridione italiano e, quindi, il dialogo tra Vittoria e il Tribunale ultraterreno è diffuso nell’immaginario di tutto il Sud Italia. Il racconto, quindi è costruito attraverso una cornice principale, il Tribunale ultraterreno appunto, che contiene all’interno il nucleo narrativo principale, ossia il racconto a ritroso, attraverso cui Vittoria descrive tutte le peripezie femminili, vissute e sofferte durante la sua vita, compreso l’aborto illegale. Alcune donne-streghe-maghe praticavano operazioni dolorose e pericolose affinché le povere donne evitassero di partorire continuamente figli, mentre i mariti non si curavano della loro crescita. Descrivere una donna del passato, in un contesto retrogrado, che decide di uccidere il feto per disperazione, perché ha troppi figli, perché non riesce a sfamarli, diventa una delle forme più alte di ribellione, ma anche una delle forme più tragiche. I dialoghi tra le donne che La Ruina, da solo, porta in scena, attraverso la narrazione, accendono i riflettori su un piccolo gruppo di donne del paese che, segretamente si confrontano sui metodi per evitare di rimanere incinte e di certo non parlano di contraccezione regolare. Spesso si tratta di espedienti che fanno anche sorridere il pubblico, allentando così la tensione che sfocia, poi, nell’atto dell’aborto.
La presenza di un attore-narratore maschile che interpreta la protagonista, situazione simile anche in Dissonorata, alimenta un pensiero costante, proprio perché la visione di questo spettacolo, nel 2025, genera ulteriori domande. Vittoria sembra un condannato a morte, passeggia per il paese con le braccia strette sul petto, le forme non si devono vedere, gli uomini del Circolo del Paese la spogliano con gli occhi. Non deve ricambiare, non può girarsi, sarebbe considerata una donna “facile”. Immediatamente tornano in mente tutti i discorsi sulla violenza psicologica, sul bodyshaming, ma anche quella violenza che spesso viene inferta, verbalmente e, purtroppo, anche fisicamente, agli omosessuali o ai travestiti. Ritornano in mente i casi di spose-bambine in alcuni contesti culturali internazionali o di pratiche di aborto ancora illegali in alcune parti del mondo. Il testo teatrale, dunque, cresce e si evolve con il pubblico e questo lo rende universale e senza tempo. Il caso di La borto, a circa 20 anni di distanza dalla sua stesura, ci dimostra che forse ancora dobbiamo lottare a lungo.
LA BORTO
SALA ASSOLI/ENZO MOSCATO NAPOLI
30-21 OTTOBRE 2025
La Borto
drammaturgia, regia e interpretazione Saverio La Ruina
musiche originali eseguite dal vivo Gianfranco De Franco
produzione Scena Verticale