Dissonorata di Saverio La Ruina alla Sala Assoli: spettacolo di forte ed esemplare denuncia della condizione femminile

di Antonio GRIECO

 Saverio La Ruina, bravissimo attore e tra i più interessanti drammaturghi italiani di questo scorcio di secolo, ha presentato alla Sala Assoli (dal 28 ottobre al 2 novembre) Trilogia del femminile, comprendente Dissonorata, La Borto, Polvere:tre interessanti monologhi sulla condizione femminile, di rara potenza espressiva, da lui stessi interpretati “en travestì”. Un mondo, questo della donna, che egli indaga ormai da anni – con un sapiente, musicale utilizzo del dialetto calabrese (La Ruina è nato in Basilicata, a San Severino Lucano, ma è poi vissuto sin dai primi anni di vita a Castrovillari, in Calabria, dove, nel 1992, ha fondato la compagnia “Scena Verticale”) – partendo da un microcosmo, lontanissimo da qualsiasi legame con la Modernità. Dissonorata, in particolare, narra, come in un immaginifico “cunto” calabrese, la storia di Pasqualina, della sua vita di fatica e di stenti, condotta in un remoto paesino rurale del Mezzogiorno. Fa da sfondo a questa isolata comunità ai margini della Storia – storia qui intesa come “civiltà del progresso”- la sottomissione totale della donna ad un potere patriarcale, violento, disumano, che non ha mai smesso di sopprimerne qualsiasi, se pur timido, tentativo di liberarsi da catene ancestrali.  Al di là di quel contesto culturalmente connotato, si intravede però in filigrana qui anche un Paese, quello italiano, che nel suo ottuso perbenismo e conservatorismo, si fa specchio di questo mondo arcaico e orrendamente maschilista. Con Dissonorata ci ritroviamo, infatti, nell’immediato secondo dopoguerra e “il delitto d’onore” – la legge, cancellata solo nel 1981, che consentiva di ottenere pene ridotte a chi uccideva una donna (moglie, figlia o sorella che sia) rea di aver disonorato la famiglia attraverso una relazione sessuale illegittima – sembra il perfetto suggello di quel totale, aberrante dominio dell’uomo in qualsiasi spazio relazionale. All’interno di questo orizzonte politico generale, così poco rassicurante per la vita e la stessa dignità delle donne, vigeva inoltre, allora, la regola, tramandata da secoli, del cosiddetto “matrimonio riparatore”, ovvero quella legislazione che prevedeva l’estinzione del reato di violenza sessuale se lo stupratore sposava la sua vittima. Giusto per inciso, ci sembra corretto ricordare che la prima donna in Italia ad aver coraggiosamente rifiutato questo inaudito sopruso “legale” fu, nel 1965, Franca Viola, che, giovanissima, diventò indimenticabile simbolo di emancipazione femminile. Lungo questa ben chiara traiettoria storico-politica, La Ruina ha scelto di raccontare il vissuto di Pasqualina, costretta sin da bambina a camminare tra la gente (perché donna) «con la testa bassa a contare le pietre per terra», tra ricordi più o meno vivi ed altri più vaghi, persi nella nebbia del tempo trascorso: «Che t’agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attuorne attuorne a capa” (“Che vi posso dire? Nella mia testa ho tanti di quei buchi, come se avessi una nebbia attorno alla testa)». Quando Pasqualina si invaghirà di un uomo molto bello e affascinante, che la metterà dopo poco incinta, tutto quel suo mondo disincantato e fragile andrà in frantumi. L’uomo, infatti, presto l’abbandonerà al suo destino di “disonorata”, posta ai margini della sua comunità.  La sua famiglia – sorelle, fratello, padre e madre – la isolerà, accusandola di aver rovinato per sempre la propria onorabilità e suo fratello Antonio tenterà di ucciderla gettandole addosso del petrolio, dandole poi fuoco senza pietà: «scappo a fora , mianzu a via, cu ‘a vesta c ‘avia pigghiatu fùacu e puri i capiddi, a pella, tutta a pirsona c’aviva pigghiatu fùacu…». Pasqualina darà poi alla luce il piccolo dal nome Saverio. Tutto il monologo ha inizio, come dicevamo, da un contesto socio-culturale molto ben strutturato, ma sbaglieremmo se pensassimo che la realtà da cui esso proviene appartenga esclusivamente al nostro passato, ad un’area area minoritaria e marginale della civiltà occidentale. Perché invece, come l’esperienza di questi anni ci insegna, queste crudeli violenze sulle donne, sia psicologiche che fisiche, ritornano, se pur in forme diverse, anche nel nostro bel mondo borghese, “illuminato” da terrificanti guerre fratricide e globali.  Si pensi che solo nel 2024 – come ci ricordano alcune recenti statistiche – di 113 femminicidi, 99 sono stati commessi in ambito familiare. Ecco, noi crediamo che, se pur indirettamente, Dissonorata ci parli di una violenza di genere che non si è mai davvero arrestata nella storia umana. Alla fine, il vissuto di Pasqualina ci fornisce, a nostro avviso, anche qualche speranza per il futuro: perché resistere alla violenza dell’uomo come fa lei, con la testa alzata ci sembra uno straordinario gesto di libertà e di generosità verso ognuno di noi. Dunque, possiamo infine dire che questo di Saverio La Ruina è un originalissimo Teatro civile di denuncia sociale che fa del microcosmo “anima”, il luogo privilegiato per orientarci nel tragico orizzonte umano in cui siamo immersi, in questo triste inizio di nuovo millennio. In conclusione, vorremmo solo aggiungere che questo spettacolo, come altri lavori di La Ruina, nasce dall’oralità, dalla memoria collettiva della sua comunità, per poi trasformarsi mirabilmente in una immaginifica scrittura scenica, esaltata sia dalla sua eccezionale bravura attoriale che dalla musicalità del dialetto calabrese che, quasi evocando la poetica di Ruccello o Moscato, si fa esso stesso corpo vivo del teatro, ineludibile atto di resistenza alla omologazione dei linguaggi espressivi della postmodernità.  Ottime anche le musiche dal vivo di Gianfranco De Franco, che accompagnano, con lievi, delicati suoni di puro dolore, la drammatica pièce di La Ruina. Prolungati applausi del pubblico in sala. 

DISSONORATA
SALA ASSOLI/ENZO MOSCATO NAPOLI
28-29 OTTOBRE 2025
Dissonorata
drammaturgia, regia e interpretazione Saverio La Ruina
musiche originali eseguite dal vivo Gianfranco De Franco
produzione Scena Verticale

NON POSSO NARRARE LA MIA VITA. UN TEATRALISSIMO SALVARSI

di Rossella PETROSINO C’è una frase colta nel climax della messa in scena che offre

UN FINALE CON LA CARTA DA PARATI INGIALLITA. SU FINALE DI PARTITA DI GABRIELE RUSSO

di Annamaria FERRENTINO Le luci di sala si sono spente e si sono accese quelle

“Crick” di Francesco Silvestri e di Melina Formicola alla Sala Assoli/Moscato. L’attualità di un testo che interroga drammaticamente le nostre esistenze

di Antonio GRIECO In una sala semibuia, un uomo seduto al centro della scena, con

AL SAN FERDINANDO NON TI PAGO! RICORDO COMMOSSO DI LUCA DE FILIPPO

di Gabriella NOTO La rappresentazione di Non ti pago!, in scena al teatro San Ferdinando

VITA DI SAN GENESIO. IL RITO D’ASSALTO E LA SACRALITÀ DEL FALLIMENTO

di Rossella PETROSINO Lo spettacolo Vita di San Genesio – che ha inaugurato la stagione

ROSA BALISTRERI: DALLA MUSICA AL RISCATTO. L’ATTUALITÀ NELLA VITA DELLA CANTANTE FOLK SICILIANA

di Emanuela FERRAUTO Lo spettacolo Terra di Rosa. Vite di Rosa Balistreri compie dieci anni,