“Stabat Mater” di Tarantino: spettacolo teatrale di denuncia civile e di pura poesia con la magistrale interpretazione di Fabrizia Sacchi 

di Antonio GRIECO

Nei giorni scorsi è andato in scena alla Sala Assoli/Moscato Stabat Mater (dal 9 all’11 gennaio 2026)un monologo di Antonio Tarantino (del 1993) per la regia di Luca Guadagnino con Stella Savino. Diciamo subito che la messa in scena, che nel titolo riprende la celebre preghiera medievale di Jacopone da Todi che evoca Maria ai piedi della croce di Gesù, si avvale di una interprete, Fabrizia Sacchi, davvero straordinaria; un’attrice che in ogni istante, con sorprendente vitalità e con l’utilizzo di un dialetto napoletano aspro e allusivo, riesce a rendere la figura di Maria Croce, una giovane prostituta che vive a Torino negli anni Novanta, personaggio che incarna una sconvolgente, attualissima verità umana e sociale. Osservando con attenzione quel suo incontenibile, caotico flusso di parole, pronunciate con profondo disprezzo nei confronti del mondo che le sta attorno, viene poi da dire – seguendo il pensiero di Leo de Berardinis (che, ricordiamolo, oltre che un grandissimo attore e regista fu anche un acuto teorico della drammaturgia contemporanea, con cui la stessa Sacchi ha lavorato) – che qui “l’attore è anche autore”. E questo perché l’attrice, con una personalissima capacità interpretativa, mentre fuma nervosamente una sigaretta dietro l’altra, ci guida all’interno di un universo buio, in cui la donna – ma in genere il diverso, l’Altro – può solo soccombere o sopravvivere di stenti di fronte alla cieca, inaudita violenza della Storia.  Il testo di Tarantino (per molti anni anche un apprezzato pittore), come dicevamo, evoca una Torino dei primi anni Novanta che rifiuta chi viene da altre storie e culture; ma possiamo dire che la condizione in cui vivevano allora i migranti non è dissimile da quella vissuta dalla gente del sud venuta al nord negli anni Sessanta e Settanta del Novecento per cercare lavoro; e nemmeno diversa da quella, apertamente xenofoba, in cui oggi sono costretti a vivere i tanti extracomunitari che una volta giunti in Occidente scoprono di trovarsi in una realtà, in cui tutti, uomini e donne, lontani gli uni dagli altri, soffrono in silenzio la loro condizione di apartheid costruita con cura scientifica dall’arcaica, postmoderna società dei consumi.  Ecco, allora, che Maria Croce, come oggi capita a tanti emigranti dei nostri giorni, è costretta a prostituirsi. Si innamora di Giovanni (Giuvà) -, siciliano, sposato con una donna dall’aspetto sgradevole (“barile di gorgonzola”) – dalla quale ha un figlio che non riconosce. Lei cerca di sottrarsi all’abbandono del suo amante, di ricucire gli strappi della sua vita costruendo legami sociali – con la signora Trabucco, l’assistente sociale, con il signor Ponzio (commissario) o con il dottor Caraffa (giudice) – sperando che le diano una mano per salvare suo figlio, che da adulto è finito in carcere per essere stato sorpreso dalle forze dell’ordine con una pistola. Tutti i suoi sforzi per riconciliarsi col “mondo di fuori” sono vani e presto si accorgerà che quello che ruota intorno a lei è semplicemente il nuovo potere: una società ingiusta, senz’anima, indifferente alla condizione di chi, come lei, vive ai margini di un microcosmo umano, sempre più simile ad una prigione, da cui è impossibile fuggire.  La solitudine di Maria Croce, dunque, non è altro che lo specchio in cui si riflette una società in cui i poveri alla fine possono solo soccombere, o pregare, come Maria ai piedi di Gesù, il figlio morto nella vana speranza di una rinascita. Teatro civile di denuncia  -“politica e sociale” -, questo di Tantantino (scomparso nel 2020); ma soprattutto Teatro di pura poesia, che attraverso “una spiritualità laica” e la “crudeltà” della scrittura scenica che in ogni istante interroga le nostre coscienze, ci mostra tutto quel sotterraneo malessere umano e sociale che la “buona borghesia contemporanea” si rifiuta di vedere e capire. La bravura della Sacchi sta invece nell’aver costruito, in una scena vuota e semibuia in cui a tratti compare anche Emma Fasano, l’innocenza e la ferocia espressiva della figura di Maria Croce, riportando in scena una donna “in rivolta” contro tutto e tutti; soprattutto contro quel disumano potere globale che, ieri come oggi, non ha mai smesso di umiliare e cancellare gli ultimi. Ottima la regia di Luca Guadagnino e di Stella Savino. Entusiasti applausi del pubblico in sala. 

STABAT MATER

NAPOLI TEATRO SALA ASSOLI- ENZO MOSCATO 

11 GENNAIO 2026

Stabat Mater
di Antonio Tarantino
regia Luca Guadagnino con Stella Savino
con Fabrizia Sacchi
produzione Argot Produzioni e Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito
in co-produzione con Teatro delle Briciole – Solares Fondazione delle Arti
e Fondazione Sipario Toscana onlus – La città del Teatro

Regia di Luca Guadagnino con Stella Savino

Con Fabrizia Sacchi

Produzione Argot Produzioni e Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito

In co-produzione con  Teatro delle Briciole – Solares Fondazione delle Arti e Fondazione Sipario Toscana onlus – città del teatro

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