di Mirella SAULINI
L’elegante volumetto dal titolo un po’ enigmatico, Se ti parlo, mi parlo, contiene una serie di lettere, scelte e introdotte da Maria Procino, che Eduardo e Luca De Filippo, padre e figlio, si scambiarono tra il 1949 e il 1979.
Luca nacque nel 1948, dunque i primissimi scritti, lettere e telegrammi, sono indirizzati da Eduardo a un bambino che non era certamente in grado di leggerli. Scritti nell’urgenza di comunicare, essi sono l’espressione di un sentimento paterno profondo che, manifestandosi nella scrittura, sta gettando le basi di un legame il quale, rivela l’epistolario, con l’andare del tempo diverrà sempre più solido.
Si tratta di lettere personali e anche se i due interlocutori sono stati grandi protagonisti del teatro del ventesimo secolo e, nel caso di Luca anche del primo quindicennio del ventunesimo, questa corrispondenza non aggiunge nulla alla storia del teatro. A portarci alla lettura è piuttosto il desiderio di conoscere dall’interno sentimenti, lati del carattere, spinte ai comportamenti di due persone, un padre e un figlio che però si chiamavano Eduardo e Luca De Filippo e che un po’ tutti abbiamo conosciuto dall’esterno, dalla nostra poltrona di platea in un teatro o in un altro.
Non c’è bisogno di scomodare la psicoanalisi per sapere quanto il rapporto con i genitori possa essere complicato. Nel nostro caso, le lettere rivelano un padre che, se per il ruolo assegnatogli dalla natura è il punto di riferimento, il modello, sa farsi modello e guida senza essere invadente. Forse per questo non avvertiamo mai nella scrittura di Luca l’antagonismo, la ribellione all’autorità genitoriale; nel reciproco rammarico delle lunghe separazioni, il giovane si rivolge all’adulto con fiducia, gli rivela umori e sentimenti, la propria insofferenza per l’autorità scolastica, i turbamenti intimi di adolescente innamorato. Si confida e spesso chiede, anche quando è a corto di denaro. Ogni volta la risposta dell’adulto lontano appare appropriata.
Non troviamo nelle lettere frasi che possano suonare come una sorta di ricatto morale a Luca perché egli intraprenda la carriera d’attore. È difficile credere che il già quarantottenne Eduardo, guardando il piccolo nella culla non abbia visto in lui l’erede della tradizione teatrale di famiglia, non lo abbia visto già grande sul palcoscenico. La speranza, sappiamo, non è andata delusa. Il modello ha funzionato; è lo stesso Eduardo a sottintenderlo allorché rivela: «Mi ha chiesto lui di fare l’attore. Gli ho detto: sappi che è un mestiere duro […]. E invece è venuto fuori un vero talento teatrale.» (p. 163). Poche parole nelle quali si sommano l’orgoglio del padre e l’orgogliosa consapevolezza del maestro.
Il libro è suddiviso in sezioni ordinate cronologicamente che Maria Procino fa precedere da una Nota biografica; a introdurre la sezione è però una pagina che porta l’indicazione degli anni entro i quali furono scritte le lettere e una fotografia che ritrae padre e figlio. Così vediamo il piccolo Luca diventare adulto e un non più giovane Eduardo diventare sempre più anziano.
Altre foto sono quelle delle lettere; alla scrittura stentata e a qualche errore di Luca bambino, si contrappone la scrittura grande e fluida di papà. Con l’iniziale maiuscola o minuscola, la firma è sempre la stessa: non un distaccato «tuo padre», bensì un affettuoso e amichevole: «tuo papà» o semplicemente «papà»; Luca, dal canto suo indirizza le lettere al «Caro papà».
Utili Note Biografiche (p. 159-162) e un’Appendice Fotografica, completa di referenze (p. 165-180) nella quale i De Filippo sono ritratti sia nella vita familiare, insieme ai propri cari, che in quella di protagonisti della vita teatrale italiana e internazionale, completano l’epistolario.