Lampedusa Beach, lo sguardo estremo sui migranti, memoria viva del passato e del presente

di Antonio GRIECO

In questi giorni funestati da guerre, dalla violazione dei più elementari diritti delle nostre comunità, da ingiustizie globali, il teatro ha scelto sempre più di non restare in silenzio, di narrare storie sommerse, che i potenti hanno deliberatamente scelto di non vedere. Le storie dei migranti, per esempio, quelli che vengono dall’Africa e che, con sofferenze indicibili, scompaiono da anni negli abissi del Mar Mediterraneo, ormai trasformato in un infinito e silenzioso “cimitero d’acqua”. Queste tematiche caratterizzano Lampedusa Beach, spettacolo andato in scena, per la regia di Alessandra Cutolo, al Ridotto del Teatro Mercadante di Napoli (dal 26 febbraio all’8 marzo). Il lavoro, un monologo sulla migrazione – primo capitolo della “Trilogia del naufragio” scritto dalla drammaturga e scrittrice siciliana Lina Prosa nel 2003 – racconta di una giovane africana, Shauba, un attimo prima che anneghi, quando finalmente sta per raggiungere con una carretta del mare le coste italiane della Sicilia. Di fronte a questa narrazione di violenze continue, di stupri, di scafisti assassini, di governi inetti, la mente corre veloce sia alla tragedia avvenuta nel 2013 a Lampedusa che alla “Strage di Cutro”, quel tragico naufragio di una imbarcazione proveniente dalla Turchia avvenuto nel 2023, in cui persero la vita circa 100 migranti, compresi 34 bambini. Vani furono i tentativi di due pescatori del luogo di salvare le vite umane nel buio della notte, a due passi dalla costa; grandi in quella occasione, come in tante altre simili, sono state le responsabilità del nostro governo che continuò a far finta di nulla, mostrando ancor più lo sguardo feroce nei confronti dei migranti, con decreti volti ad impedire il soccorso in mare delle Ong. La conseguenza di tutto ciò è che ancora oggi il “mare nostrum” non fa che restituire decine di salme sulle spiagge del sud del nostro Paese. Il teatro, come nello spettacolo visto al Mercadante, ha scelto di raccontare vite spezzate da un potere infame, e in questo caso questo prodotto scenico rientra nel genere che viene spesso chiamato, per il suo sguardo sul sociale “nascosto”, “Teatro civile”.  Questa definizione di genere teatrale, che ha precise limitazioni e caratterizzazioni, distingue in parte Lampedusa Beach, che invece fa del racconto di Shauba, migrante in viaggio sul solito, fragile barcone verso l’Italia e della sua terribile morte negli abissi del nostro mare, un’opera di autentico lirismo. Non solo per la bravura delle protagoniste, Cristina Parku, giovanissima attrice italiana, che interpreta magistralmente Shauba, e Moussan Yvonne N’dah, ma anche per il delicatissimo equilibrio drammaturgico tra immagini (bellissime e struggenti quelle del video di Caterina Biasiucci che scorrono sul velatino trasparente di proscenio), gesti, parole, suoni, canti popolari di quella incantevole “terra del sole”. Un grido di dolore, quello di Shauba, che sale dal basso ed evoca la drammatica condizione umana di chi è costretto al viaggio “della salvezza” per sottrarsi alla ferocia di un Capitalismo onnivoro, che costringe chi vive in quel mondo incantato a mangiare “un giorno sì e l’altro no”. Shauba parla di tutto questo mentre, indossando occhiali da sole, sta per scomparire nelle acque gelide e profonde del Tirreno; in questi attimi, come in un sogno, intreccia un fitto dialogo con Mahama, forse una parente che l’ha incoraggiata a partire. Ma poi per Shauba ci sarà solo il buio, i pesci che la sfiorano, il suo corpo che si disfa inesorabilmente al contatto con l’acqua, i corpi degli altri migranti morti come lei nel naufragio; corpi che alla fine lei coprirà pietosamente con un grande lenzuolo bianco. «Io sono là da dove sono partita», dirà Shauba, parlando del suo tragico destino. Lei, infatti, non è mai davvero andata via dalla sua amatissima terra d’Africa. Il suo cuore è ancora lì, con tutti i suoi pensieri, con tutti i suoi ricordi del vissuto adolescenziale. Questo spettacolo, crudele e insieme teneramente lirico, è un pugno nello stomaco per chi si ostina a non vedere e capire cosa accade a coloro che, in ogni parte del globo terraqueo, non hanno voce. Insomma, un teatro di resistenza collettiva che ci invita a guardare in noi stessi, a non essere complici di quella disumanità globale dei potenti che ormai ha raggiunto, come abbiamo visto in queste settimane in Palestina o in Iran, uno stadio primitivo di non ritorno. Eccezionale la prova attoriale di Cristina Parku e di tutti gli altri attori di colore in scena. Notevole l’idea registica di Alessandra Cutolo, che ha saputo trasformare l’originale testo di Lina Prosa in un duro atto di accusa verso tutti i potenti del mondo, e, nel contempo, in un invito a non dimenticare, a restare umani, a resistere, a rifondare le nostre vite anche in questo terribile, opaco orizzonte umano. Prolungati applausi del pubblico in sala.

Foto Ivan Nocera

Lampedusa Beach”
Ridotto Mercadante Napoli 
26 febbraio -8 marzo 2026
di Lina Prosa
regia di Alessandra Cutolo
con Cristina Parku e Moussan Yvonne N’ dah
in video Ese Nosakhare, Fortune Smith, Muyl Oteki, Ifeoma David, Quenn Avanhenhen, Gift Osayemore, Osariemen Omoruyl, Ese Asemota, Eki Monday, Faith Ohiledo
scene e costumi Fabio Sonnino
Luci Carmine Pierri
Video Caterina Biasiucci
Direttore di scena Domenico Riso
Datrice luci Desideria Angeloni
Tecnico video Piero De Francesco
Fonico Guido Marziale
Sarta Annalisa Rivieccio
Foto di scena Ivan Nocera
Si ringrazia Terme Stufe di Nerone
Produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale        

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