Carlo Cerciello tra passato e contemporaneità
di Emanuela FERRAUTO
Il connubio tra Carlo Cerciello, Imma Villa e la tragedia ritorna sulla scena del Teatro Elicantropo di Napoli e ci accompagna attraverso un profondo studio non solo rivolto alla tragedia greca, ma soprattutto alle vicende contemporanee che stanno caratterizzando gli eventi bellici in corso. Osservare uno spettacolo diretto da Carlo Cerciello significa aprire i libri e ricominciare a studiare o riprendere da dove avevamo interrotto la lettura. Non è possibile descrivere o recensire un suo spettacolo senza documentazione, approfondimento e rilettura di numerosi testi e saggi. Il testo teatrale, infatti, diventa protagonista assoluto, arricchendo la messa in scena attraverso molteplici riflessioni che rendono questi prodotti non solo belli da vedere, emozionanti e coinvolgenti, ma soprattutto profondamente critici e di alta levatura. Cerciello inserisce spesso lunghi sottotitoli descrivendo, in sinossi, tutti i riferimenti a cui ha attinto per produrre e per rielaborare una trama conosciuta, ma universale, mettendo a confronto autori, periodi storici, interpretazioni; insomma, questo regista produce dei veri e propri saggi scenici che si connettono ad una fortissima denuncia nei confronti degli orrori della contemporaneità. Spettacoli, dunque, che sono palesemente schierati politicamente – e il teatro Elicantropo ha sempre mosso movimenti culturali e politici senza vergogna e con grande coraggio –, e che contengono riferimenti storici, filosofici e drammaturgici coniugati attraverso sottili fili conduttori. Indimenticabile Fedra, del 2016, in scena al Teatro Greco di Siracusa e poi a Pompei, ma anche il più recente Le Troiane, che ha debuttato nel 2024 al Teatro Elicantropo, ricevendo tantissimi articoli e recensioni positive. L’esperienza di questo regista fa di lui il vero artefice dietro le quinte: non lo vedremo sul palcoscenico, ma vedremo il suo alter ego, la trasposizione scenica di ciò che ha ideato la sua mente. Imma Villa e le giovani attrici, che ormai accompagnano la padrona di casa, non hanno nulla da invidiare agli attori dell’INDA, Istituto Nazionale del Dramma Antico, dimostrando come anche all’interno di un teatro storico napoletano, inserito in una piccola strada del centro storico, sopravvissuto ad epoche e a lotte politiche, si possa mettere in scena coerentemente, in maniera innovativa e colta, la tragedia classica. Per farlo bisogna conoscere la fonte, quella sofoclea, in questo caso, che presenta la nostra eroina Antigone, amata e riconosciuta anche dalle nuove generazioni, perché moderna, indomita, ribelle e giusta. Cerciello parte dunque dalla tragedia greca, passando attraverso l’Antigone di Anouilh, per arrivare a Hasenclever, a Brecht, fino ai nostri giorni. Lo spettacolo, in scena presso il Teatro Elicantropo per un intero mese, dall’8 gennaio all’8 febbraio, e poi in scena ancora a marzo, per la ripresa primaverile, riempie la sala ad ogni replica ed emoziona. La scena buia è costellata di botole-tombe. Le protagoniste si muovono attorno a queste voragini delineate geometricamente, entrando ed uscendo, coricandosi dentro, sedendosi a penzoloni sui bordi, coprendole. Sul fondo la scena si apre grazie alle proiezioni video, che costituiscono il filo conduttore con il presente, con gli scenari di guerra nella Striscia di Gaza, con la morte a causa di un potere imposto, di un territorio sottratto o attribuito senza criterio, a causa di due religioni coesistenti e contrastanti. Definisci Antigone, questo il titolo, riprende beffardamente la domanda glaciale di Eyal Mizrahi, presidente della Federazione amici di Israele, rivolta a Enzo Iacchetti, ospite della trasmissione Cartabianca; domanda inquietante, inaccettabile, quando si parla di guerra e di attacchi ai civili, soprattutto bambini. Lo spettacolo ha inizio con la presenza delle attrici in proscenio: indossano gli abiti di Antonella Mancuso che ricordano i colori della bandiera palestinese. Le attrici introducono la storia di Antigone attraverso un monito di pace, abbattendo la quarta parete prima di cominciare, tessendo un rapporto intenso con il pubblico che si accomoda, che le saluta, che le osserva e a cui loro stesse si rivolgono. Poi lo spettacolo vero e proprio ha inizio. Le luci sapienti di Cesare Accetta raccontano la storia, attraverso un chiaroscuro ombroso che illumina alcuni volti, alcuni oggetti, alcuni elementi, improvvisamente. Ogni fascio di luce sembra rappresentare uno schiaffo morale, un risveglio dovuto e voluto. Tutto lo spettacolo si svolge nelle viscere del mondo, come se tutti i personaggi fossero già morti e sepolti. Questo mondo caratterizzato dalla morte, dagli uomini e dai corpi che vagano, dalle oscurità profonde, si avvicina alla versione dell’Antigone di Walter Hasenclever, del 1916. L’intero racconto scenico è costruito al femminile, da Creonte, interpretato da Imma Villa, alla guardia, interpretata da Mariachiara Falcone. In scena ovviamente anche Antigone, interpretata da Cecilia Lupoli, e la sorella Ismene, interpretata da Serena Mazzei. Quattro donne raccontano il mondo, la ribellione, la resistenza, la morte in segno di rivoluzione, la ricerca della pace. Imma Villa interpreta un Creonte docile, apparentemente comprensivo, quasi legato all’idea di parentela da rispettare, ricordando il personaggio descritto da Anouilh nella sua versione della tragedia. Rivedere un Creonte terribile e sanguinario sulla scena contemporanea in effetti non avrebbe suscitato lo stesso orrore, ma il subdolo paternalismo del re nei confronti della nipote accende dubbi, perplessità, false speranze, e si aggancia al tentativo della sorella Ismene di far cambiare idea ad Antigone. Quest’ultima vive nella morte da tempo, elemento e condizione che si insinuano nella sua mente e nel suo animo sin dalla scoperta del corpo di Polinice. Le botole funeree che si aprono sul palcoscenico e attraverso cui si articola l’azione, memori di alcune immagini dantesche, diventano voragini profonde e senza fondo quando la voce dei personaggi echeggia e rimbomba per l’eternità, con effetti di suono fortemente cinematografici. I grandi assenti in tutto lo spettacolo sono appunto Emone, promesso sposo di Antigone, il cieco Tiresia, la Nutrice, il Coro. Quest’ultimo è uno degli elementi più interessanti ed eterogenei in tutte le versioni di questa tragedia, soprattutto nelle varianti novecentesche, influenzate dagli orrori dei grandi conflitti mondiali. Chi è il coro oggi? In Brecht i vecchi, in Hasenclever il popolo, i poveri, le donne, personaggi fortemente presenti in una versione cristologica molto interessante. Il Coro muto, oggi, è lo spettatore degli orrori delle guerre contemporanee, che viene stimolato non solo attraverso la conosciuta e riconosciuta storia di Antigone, ma anche attraverso le immagini proiettate durante lo spettacolo, grazie al lavoro di video editing di Fabiana Fazio: questa scelta registica, di stampo cinematografico retrò, sullo stile dei Cinegiornali e dei video dell’Istituto Luce, crea delle ipotetiche chiusure ed aperture di sipario, attraverso anche indicazioni e scritte dai caratteri di stile fascista. Lo spettatore viene letteralmente bombardato da immagini reali della distruzione sulla Striscia di Gaza e da immagini ricostruite con l’Intelligenza Artificiale, momenti accompagnati da una sofisticata ricerca musicale che stimola l’accelerazione ritmica del racconto, alternando rallentamenti caratterizzati dai dialoghi tra i personaggi e dalla narrazione scenica. In particolare, dovremmo soffermarci sul personaggio della Guardia che, in questo spettacolo, ha le fattezze di una donna e indossa una divisa che ricorda le Guardie Naziste femminili, all’interno dei campi di concentramento. Questo personaggio è fondamentale, è un cardine, uno nodo perfetto tra le tante versioni della storia di Antigone, descritte nel corso del tempo. È il personaggio più umano, più fragile, imperfetto, si sottomette al potere e incarna, nella versione di Cerciello, tutte le sfumature e i contrasti attraverso cui è stato descritto dai vari autori. Ubbidiente al potere, ridicolizzato per la sua sottomissione, quasi confidente e umano nel momento più duro e terribile di Antigone, vicina alla morte, comico nella sua rigidità e nella sua ripetitività. La Guardia rappresenta l’errore umano, l’affannarsi ad obbedire e a non sbagliare. In questo spettacolo questo personaggio, per il quale sarebbe opportuno sottolineare la bravura dell’attrice Mariachiara Falcone, è molto vicino a quello descritto da Anouilh, ma nello stesso tempo la ripetizione ossessiva del suo valore, della sua bravura, appare come una miserabile ricerca ossessiva della conferma di sé. La figura di Ismene, invece, controversa e analizzata in numerosi studi, è l’esempio della difficoltà umana davanti ad una decisione: ama la sorella Antigone, ma non la comprende, ricorda il passato e si addolcisce, la accusa e si sottomette a Creonte, pur soffrendo. In questo spettacolo si sceglie una sfumatura di Ismene più docile, equilibrata, meno sottomessa e rassegnata, più vicina alla sorella, che in altre versioni della tragedia, considererà pazza. Cerciello tiene conto della lunga descrizione di Ismene, firmata dal poeta greco Ghiannis Ritsos, che descrive il dopo Antigone, il post tragedia, il momento di grandissima decadenza in cui Ismene, rassegnata, aspetta che qualcosa avvenga, ricordando il passato. Del resto, essere l’ultima superstite di una famiglia dannata, forse rappresenta la dannazione peggiore. Cerciello sceglie alcune testimonianze del medico palestinese Ezzideen Shehab: la sua scrittura, nata dal pronto soccorso e dai corridoi degli ospedali, pratica una poesia civile che testimonia e chiede responsabilità. L’intero spettacolo è arricchito con le splendide musiche originali di Paolo Coletta, oltre alla scelta di alcuni brani editi, anche in lingua araba, che caratterizzano alcuni momenti intensi dello spettacolo. La scelta di una compagnia al femminile, che ha già lavorato insieme, nell’allestimento delle Troiane e che ritorna in scena compatta, coesa e perfettamente a tono con le richieste della tragedia, ha funzionato e funzionerà anche nelle nuove date che, a grande richiesta, accoglieranno il pubblico ancora dal 12 al 29 marzo, presso il Teatro Elicantropo. Intanto la quarta parete abbattuta all’inizio dello spettacolo, la cecità illuminata nell’oscurità, ritorna anche in conclusione: il freddo marmo che copre una tomba diventa un letto/pedana/ponte appoggiato sulle scale del proscenio, collegamento verso il Coro/pubblico, e su questa pedana si adagia il corpo di Antigone come in croce, rivolgendo la testa verso la platea. Sulle macerie dell’umanità esiste e resiste un ponte di pace, un ponte di ossa, come si dice nei versi proiettati, affinché si possa camminare sui morti per salvare ancora i vivi.
DEFINISCI ANTIGONE
Teatro Elicantropo Napoli 8 gennaio- 8febbraio 2026
12 -29 marzo 2026
Definisci Antigone
adattamento e regia Carlo Cerciello
con
Mariachiara Falcone (Guardia), Cecilia Lupoli (Antigone),
Serena Mazzei (Ismene), Imma Villa (Creonte)
scene Roberto Crea, costumi Antonella Mancuso
musiche originali Paolo Coletta, disegno luci Cesare Accetta
movimenti scenici Dario La Ferla, video editing Fabiana Fazio
foto di scena Anna Camerlingo
aiuto regia Aniello Mallardo, direttore Tecnico Andrea Iacopino
assistente alla regia Vittoria Sacco, datore luci Ciro Cuccaro
realizzazione scena Tecnoscena snc, realizzazione costumi Danzacreata srl
calzature Charles Dance Shoes, amministrazione Maria Luisa Martella
si ringrazia Fabrizio Pollio