a cura di Simone SORMANI
L’esperienza operaia ha segnato un solco profondissimo nelle vicende di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia, che non rimasero estranee ai cambiamenti sociali avvenuti nel Novecento in tutta Europa. Attorno alle industrie siderurgiche Ilva di Bagnoli e di Taranto per anni si sono concentrati sogni di benessere e stabilità, lotte sindacali, speranze e amori. Poi l’inizio della deindustrializzazione, i licenziamenti, la scoperta che di lavoro si può morire per le sostanze nocive emesse dagli altiforni. Di tutto questo è rimasta traccia nell’oralità, nei racconti tramandati nelle famiglie operaie che Antimo Casertano ha trasposto nel testo teatrale Mare di ruggine – La favola dell’Ilva (vincitore del Premio Nuove Sensibilità 2.0 nel 2022 e del Premio Fersen; un’edizione illustrata con disegni di Ada Natale sarà presentata il 13 maggio in occasione del Comicon Festival alla libreria “IoCiSto” di Napoli). Protagonisti sono persone realmente esistite: i bisnonni, i nonni e i genitori di Casertano. Vite legate a doppio filo con quella dello stabilimento Ilva-Italsider, «il mostro color ruggine» affacciato sul mare azzurro di Bagnoli. Ad incarnarle sulla scena gli attori della Compagnia Teatro Insania.
La pièce (prodotta da Ente Teatro Cronaca e Solares Fondazione delle Arti), dopo il debutto al festival Primavera dei Teatri 2024 di Castrovillari e le repliche al Piccolo Bellini di Napoli, è tornata in scena lo scorso 28 marzo al Teatro Sant’Alfonso di Pagani (Salerno) per la rassegna Scenari pagani 27,organizzata da Casa Babylon Theatre.
«Quella che ti ho raccontato stasera è una favola. Una favola che proprio favola non è. Ha un inizio ma non una fine. O meglio, il finale è ancora tutto da scrivere. Una favola che mi è stata raccontata proprio quando avevo la tua età. Una storia lunga cinque generazioni. Una storia di mostri e di lavoratori. Quei lavoratori sono la tua famiglia. O insomma quello che ne resta». Così inizia Casertano, che nelle vesti di narratore fa da anello di congiunzione tra la generazione dei padri e quella di suo figlio. Del resto, l’idea di tramandare la memoria attraverso il teatro è centrale in questo testo. Si viaggia a ritroso nel tempo tra la dichiarazione dell’entrata in guerra di Mussolini e la repressione del dissenso in fabbrica, la rinascita post-bellica e l’entusiasmo per l’eternit – «il cemento-amianto che può resistere per l’eternità» –, i primi casi di “malattia del ferro” e le battaglie sindacali, fino al “martedì nero” del 3 novembre 1981, in cui l’allora Ministro della partecipazioni statali, Gianni De Michelis, annunciò, davanti a più di 2.000 operai, il ridimensionamento e la ristrutturazione del sito e l’inizio della cassa integrazione.
Dalla cornice della grande Storia emergono le vite di Nunzio e Claudia (Luigi Credendino e Francesca De Nicolais), Teresa e Antimo (Daniela Ioia e Ciro Esposito), Maddalena e Rosario (Lucienne Perreca e Gianluca Vesce), accomunate dal percorrere le stesse tappe seppur in epoche diverse: i colloqui per l’assunzione, da cui non devono trasparire determinate idee politiche, la paura dei primi giorni in cantiere – «è peggio dell’inferno, poi ci si abitua» –, i matrimoni. Un mondo di mani spaccate dalla fatica, di polmoni bruciati e di brindisi all’avvenire che la scrittura di Casertano e le intense interpretazioni dei protagonisti ci restituiscono intrecciando al duro realismo la poesia e la tenerezza di gesti e sentimenti quotidiani. Come il cosere, rammendare, rattoppare di Claudia, il tessere le trame, fin dove è possibile, della felicità accanto ai propri uomini, ai figli, che è ciò che fanno con delicatezza e forza le donne di questa pièce. Tutto si tiene attorno al lavoro, che si trasmette all’interno delle famiglie, e all’idea che lo sviluppo industriale possa non avere mai fine. «Il lavoro è il futuro…senza lavoro manca il futuro pilastro della famiglia…se entri in cantiere risolvi i problemi… il posto fisso è il pilastro della casa»: sono parole che si ripetono con circolarità ad ogni passaggio di generazione e scandiscono i capitoli di esistenze che sembrano non avere altre prospettive al di fuori dell’altoforno, di cui Casertano descrive con minuziosi dettagli tecnici il funzionamento in alcuni inserti nel narrato. I ritmi della produzione sono infernali, la macchina non si spegne mai e deve essere alimentata continuamente. Fumi e bagliori si sprigionano dalla struttura incrostata fatta di tubi al centro della scena; l’aria si fa calda, pesante, soffocante, con una sensazione immersiva che coinvolge anche il pubblico. La ruggine piove a coriandoli, pare quasi un gioco; si posa sugli abiti e la pelle, penetra nei polmoni, provoca tosse, affanno, getti di sangue dalla bocca. Il mostro è così, prima blandisce con le sue promesse e poi fagocita al suo interno, distruggendo sogni e speranze. E se qualcuno ogni tanto vi muore dentro pazienza, bisogna andare avanti: per un po’ di sicurezza economica si possono rischiare vita e salute. Marx, nei Manoscritti economico-filosofici, definiva “alienazione” questa forma di disumanizzazione dell’operaio che «sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito».
Ma c’è, sempre, un sussulto di dignità nei personaggi di questa pièce che li porta inevitabilmente a confluire in un unico corpo, in una massa di persone in cui ci si riconosce come “compagni”, fiduciosi che uniti si possa avanzare nella società, conquistare posizioni, essere protagonisti del proprio avvenire. È un fiume che cresce e si fa Storia nei vari passaggi che ne segnano il percorso. Le parole “sciopero”, “Costituzione”, “Statuto dei lavoratori” in questo scorrere carsico entrano nel linguaggio dei personaggi, ne plasmano un’identità nuova e mutano le loro relazioni con gli altri, rendendole più umane e solidali. «Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno» diceva Enrico Berlinguer, l’ultimo leader di quel Partito Comunista Italiano che proprio tra i distretti industriali Ilva di Bagnoli e Alfasud di Pomigliano d’Arco ebbe un forte radicamento.
La dismissione dell’Ilva-Italsider ci racconta però un finale diverso, amaro, di questa storia che Casertano e la sua compagnia di attori hanno rappresentato con verità e partecipazione emotiva, coralità, immagini dense di significati – alcune sono particolarmente pregnanti: il dirigente vestito da mago che esalta le qualità dell’eternit mentre in fabbrica si balla sulle note di un valzer; gli strumenti di lavoro che diventano simboli di martirio – come una favola proveniente da un passato mitico in cui alla metafora del mostro si accompagna quella di operai che hanno la gestualità di antichi cavalieri, di eroi in lotta per il pasoliniano “sogno di una cosa”: costruire sul lavoro e sulla dignità un mondo alternativo, democratico e civile.
Dove un tempo combattevano gli eroi, ora c’è un ammasso di cemento e ferraglia, abbandonato su uno dei litorali più belli al mondo. Un deserto in cui giacciono sepolti veleni e morti per causa di lavoro. Sono pagine di una favola che favola non è, che ci interroga ancora sul nostro presente di precarietà e diritti negati e chiede di non essere dimenticata.
Foto di Nina Borrelli
MARE DI RUGGINE
di Antimo Casertano
Teatro Auditorium Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di Pagani (Salerno)
28 marzo 2025
regia Antimo Casertano
con Daniela Ioia, Ciro Esposito, Francesca De Nicolais, Luigi Credendino, Alfonso D’Auria, Lucienne Perreca, Antimo Casertano
musiche originali Paky Di Maio
costumi Pina Sorrentino
scene Flaviano Barbarisi
laboratorio scene Giovanni Sanniola
direttore scena Antonio Chirivino
disegno luci Paco Summonte
movimento scenico Carlotta Bruni
assistente alla regia Alfonso D’Auria
progetto Compagnia Teatro Insania
produzione Ente Teatro Cronaca e Solares Fondazione delle Arti
durata: 80 minuti