di Emanuela FERRAUTO
Il debutto della tragedia Elettra di Sofocle presso il Teatro Greco di Siracusa, a maggio scorso, in occasione del consueto cartellone firmato dall’Inda, ha destato clamore, ha scatenato applausi e ha decretato il grande successo di pubblico. La regia di Roberto Andò e la traduzione di Giorgio Ieranò portano in scena un cast d’eccezione che riceve calorosi consensi dal numeroso pubblico, non solo a Siracusa, ma anche durante le repliche pompeiane dall’11 al 13 luglio 2025, in scena presso il Teatro Grande del sito archeologico campano che ci ha accolti in un’atmosfera suggestiva. Il lungo studio del regista Andò emerge costantemente durante la visione dello spettacolo, curatissimo sia nella regia, ma soprattutto nella ricerca delle caratterizzazioni dei personaggi, mostrando un importante rispetto filologico nei confronti del testo originale e della poetica sofoclea, la cui visione del rapporto tra uomini e divinità è diversa e più antica rispetto a quella dei tragediografi greci di epoca successiva. L’incombenza ossessiva della presenza del dio, attraverso tutte le sfaccettature del rapporto uomo-divinità, è espressa e sottolineata continuamente negli scritti sofoclei. La rabbia rivoluzionaria dei personaggi, maschili e femminili, spesso è punita a lungo, ma sono i valori il perno fondamentale di tutto il discorso, lontani da una visione moderna o contemporanea, ma necessari al racconto antico. Se in epoca moderna e contemporanea il punto di vista femminile e femminista si è diffuso a scapito di Agamennone, agevolando e sostenendo la figura di Clitemnestra, anche attraverso il famoso racconto della Yourcenar, questa tragedia sofoclea presenta al pubblico una chiara visione che non è univoca, ma necessariamente molteplice. Da un lato Agamennone, re tornato in patria ed ucciso barbaramente, derubato dal potere, dall’onore, dal ruolo; dall’altra parte Clitemnestra che spiega alla figlia, ammalata dalla rabbia eterna, che il marito ha ucciso una delle sue figlie, Ifigenia, giovane ed innocente, per un banale errore, per la guerra, per la sete di potere. Sofocle non menziona e non si sofferma sul rapporto tra Agamennone e Cassandra, ma fonda l’odio di Clitemnestra soprattutto sul barbaro sacrificio della figlia, strappata ingiustamente alla madre da un padre che decide di partecipare alla guerra di Troia, in aiuto del fratello Menelao, dopo il rapimento di Elena. Un altro punto di vista, il principale, da cui si ramificano gli altri, è quello di Elettra: il suo odio nei confronti di una madre empia, le sue ripetute accuse e offese, permettono di rivalutare la figura di Agamennone, padre e re distrutto ingiustamente, e di una famiglia smembrata, di una dinastia evirata, il cui declino nasce da morte e genera morte. Anche Oreste, il fratello che Ecuba aveva affidato bambino ad un pedagogo affinché si salvasse dalla distruzione, fisica e ideologica, della reggia di Micene, presenta il suo punto di vista: il finto morto, creduto tale e desiderato morto dalla stessa madre, che si rigenera e vendica una dinastia, ripartendo dalle ceneri e dal concetto di giusta vendetta. Infine la sorella Crisotemi, che continua a vivere all’interno della reggia, sopportando la presenza della madre e dell’amante assassino, cercando di riportare un equilibrio inesistente, accusata da Elettra di non essere abbastanza forte. I legami tessuti e intrecciati tra tutti questi personaggi sono fitti e indissolubili e Sofocle costruisce una rete attraverso cui ogni personaggio non può esistere in assenza dell’altro. Il regista Roberto Andò presenta la scena, firmata insieme alle luci da Gianni Carluccio, attraverso una parete diagonale di una reggia, abbattuta sul fondo del palcoscenico. Il ricordo va subito ai resti dei palazzi del terremoto de L’Aquila, agli edifici bombardati in Ucraina o a Gaza. Il monocolore grigio, mantenuto anche attraverso le tonalità poco sgargianti degli abiti e dei costumi di Daniela Cernigliaro, ispirati alle donne italiane del dopoguerra, momento storico in cui l’Italia convive con le macerie psicologiche, economiche ed edilizie, contrasta con i gioielli di Clitemnestra e con il mantello rosso sangue indossato da Egisto. Micene è crollata, sono crollati i valori antichi su cui si costruivano solidamente le regge, le dinastie, il potere dei sovrani. I personaggi entrano ed escono attraverso le finestre delle pareti abbattute del palazzo reale che è attorniato da massi e da resti, ma non è ancora completamente distrutto. La reggia sembra una trappola per topi, un edificio senza regalità, il cui potere è stato sostituito da morte e da inganno. Esiste ancora una speranza? Elettra e Oreste rappresentano il futuro. L’intero spettacolo è costruito attorno ad Elettra, così come lo ha ideato Sofocle, sebbene la regia scelga di presentare un pianoforte polveroso e di allungare leggermente la scena finale. Sonia Bergamasco, nei panni di Elettra, alterna momenti di dolore e di disperazione alla rabbia, all’invettiva e alla speranza, rispettando quanto richiesto dal testo originale, che è costruito sapientemente attraverso un’alternanza tra flashback, ricostruzione a ritroso, racconto principale e visione del futuro, affinché il pubblico di tutte le epoche possa ricostruire l’antefatto e comprendere la disperazione di Elettra. Il pianto diventa uno degli elementi cardine di tutto lo spettacolo, forse eccessivamente abbondante rispetto a quanto descritto da Sofocle, che distingue un prima e un dopo della disperazione: Elettra afferma infatti che << neppure piangere mi è concesso, tanto quanto recherebbe conforto al mio cuore>>, per poi esplodere in pianto dopo la falsa notizia della morte del fratello, tanto che Sofocle riporta su testo ripetute battute <<ahi, ahi, ahimè>>, pronunciate da Elettra, che scoppia in pianto trattenuto a lungo. Bergamasco rappresenta un’Elettra moderna, dagli abiti stracciati, esile e scattante, sporca e impolverata, sembra reduce da un bombardamento, sembra emergere davvero dalle macerie, appare coinvolgente, versa vere lacrime, ammutolisce il pubblico, gli spettatori vivono davvero il suo dolore, vorrebbero dirle che Oreste è vivo ed è davanti a lei e il suo corpo non è contenuto nell’urna dell’inganno. Anche Oreste, interpretato da Roberto Latini, prorompe in un pianto liberatorio, meno greco, più contemporaneo e cinematografico, atteggiamento in netto contrasto, poi, con la sua volontà sanguinaria e vendicatrice, accettata dalla cultura del tempo; in effetti, l’erede di Agamennone riprende ciò che davvero gli era stato tolto. Clitemnestra, interpretata da un’elegante e solida Anna Bonaiuto, appare indissolubile, fiera, ma scalfita nell’animo da un sogno premonitore. Il senso di colpa degli antichi si trasforma in sogni, in divinità che appaiono, in simboli, in segni divinatori. La tomba di Agamennone diventa luogo di culto e di comunicazione costante, sebbene non sia visibile. Crisotemi, interpretata dalla delicata Silvia Ajelli, incarna il mezzo di comunicazione, gli occhi che vedono la tomba del padre adorna di doni e di una ciocca di capelli, quella di Oreste (sebbene Latini sia assolutamente lontano da questo particolare fisico in quanto completamente calvo), e diventa messaggera di speranza, forse inconsapevole. L’uccisione della madre avviene all’interno della reggia, così come quella di Egisto, interpretato dal fiero Roberto Trifirò, che dopo aver visto il cadavere di Clitemnestra si rende conto della sua fine. La regia rispetta le volontà antiche e così i massacri, le uccisioni e ogni scena sanguinolenta e cruenta sono invisibili agli occhi degli spettatori. Le urla e i colpi provengono dalle viscere della reggia, da quelle finestre della parete abbattuta, già tomba in cui una certa cultura è morta, certi valori sono sotterrati in attesa di un’evoluzione. Ricordiamo il prezioso contributo delle corifee, attrici d’esperienza e apporto indispensabile per la protagonista in scena: Bruna Rossi, bravissima nei panni della nutrice in Fedra, in scena nel 2016 a Siracusa per la regia di Carlo Cerciello, ma anche i nomi notissimi di Paola De Crescenzo e di Giada Lorusso, senza dimenticare un volto noto dell’attri e docente dell’Inda, Simonetta Cartia. Completano il cast Danilo Nigrelli nel ruolo del Pedagogo e Rosario Tedesco in quello di Pilade, il numeroso coro delle donne di Micene, formato dalle immancabili allieve dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico. Una imponente produzione che scatena i lunghissimi applausi del pubblico pompeiano e i commenti compiaciuti degli spettatori italiani e stranieri che hanno occupato gli spalti dei due teatri antichi. Un plauso speciale è rivolto a Sonia Bergamasco, una vera e propria stacanovista, impegnata non solo nelle lunghe repliche siracusane e in quelle più brevi a Pompei, ma contemporaneamente a giugno nel debutto de La principessa di Lampedusa, spettacolo tratto dal romanzo di Ruggero Cappuccio, che la stessa Bergamasco ha diretto e interpretato, in prima nazionale, per il Campania Teatro Festival 2025.
Foto tratta dal sito del Teatro di Napoli
ELETTRA
POMPEI THEATRUM MUNDI
TEATRO DI NAPOLI
POMPEI, TEATRO GRANDE
11-12-13 LUGLIO 2025
ELETTRA
di Sofocle
traduzione Giorgio Ieranò
regia Roberto Andò
con Sonia Bergamasco(Elettra), Anna Bonaiuto(Clitennestra),Roberto Latini(Oreste),Silvia Ajelli(Crisotemi), Bruna Rossi (Corifea) Paola De Crescenzo (Corifea), Giada Lorusso (Corifea), Danilo Nigrelli (Pedagogo),
Roberto Trifirò (Egisto), Rosario Tedesco (Pilade), Simonetta Cartia (Capo Coro)
Coro di Donne di Micene
Clara Borghesi, Carlotta Ceci, Ludovica Garofani, Gemma Lapi, Zoe Laudani, Arianna Martinelli, Francesca Sparacino, Francesca Totti, Siria Veronese Sandre (Accademia d’Arte del Dramma Antico)
scene e disegno luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche Giovanni Sollima
suono Hubert Westkemper
movimenti Luna Cenere
assistente alla regia Luca Bargagna
assistente scenografo Sebastiana Di Gesù
assistente costumi Pina Sorrentino
produzione Inda – Istituto Nazionale del Dramma Antico, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale