di Emma BECATTINI
(Assegnataria della Borsa di Studio Teatro a Napoli
https://www.centrostuditeatro.it/attivita-cst/2026/bando-di-selezione-borsa-di-studio-teatro-a-napoli-3/)
“Per me l’oralità non è solo l’emissione di parole, ma anche, se non soprattutto, uno dei cinque sensi: il gusto. E gusto, nel doppio senso di piacere della bocca – della lingua! – e di educazione emozionale rispetto a ciò che viene detto di bello. (…) Le parole che sento-immagino-assaporo-canto-scrivo, sono belle-buone-giuste, e, se possibile, anche utili talvolta”(1)
Venezia, 12 giugno 2026: l’aria sa di sale, la laguna avvolge la Biennale Teatro in un’aura mistica e febbricitante; sembra di vivere un sogno lucido. Entriamo in sala d’armi A, la tensione è palpabile, le luci si spengono, il palcoscenico si popola di tredici figure che sussurrano ciascuna tra sé, sembrano in preda a un delirio.
Napoli, 17 giugno 2026: il tepore del foyer del Ridotto del Teatro Mercadante accoglie con sorrisi familiari; l’aria tesa del festival in laguna cede il passo ad un’intimità domestica che mi fa sentire a casa in un luogo a me sconosciuto. In questa “casa”, le tredici anime irrequiete sembrano aver trovato la propria dimensione.
L’artaudiana memoria ricorda come il teatro non si misuri con la realtà, bensì con il suo doppio, binario parallelo di tutto il sostrato archetipico del quotidiano. La poetica di Enzo Moscato rappresenta un attraversamento puntuale di questo mondo-altro di corpi sfaccettati e animi altrettanto complessi. Prima a Venezia per il debutto mondiale e poi a Napoli per il Campania Teatro Festival, sono gli allievi attori della Scuola del Teatro di Napoli ad incarnare in scena Quindici ragazzə con qualche esperienza. Diretti da Arturo Cirillo e dai due allievi registi Isabella Rizzitiello e Niccolò Di Molfetta – parte di questi “giovani con qualche esperienza” – interpretano due testi già noti di Moscato: Festa al celeste e nubile santuario (1983), e Ragazze sole con qualche esperienza (1985). Io assisto ad entrambe le performance, con l’opportunità di gustare la fusione di due dimensioni su questi palchi.
È attraverso il teatro di parola e il dialetto napoletano che Enzo Moscato tratteggia le sue maschere: dei personaggi archetipici che in questa interpretazione vengono coralmente incarnati da più corpi in scena, in un agglomerato di tre attori per ogni personaggio. Grand Hotel e Bolero Film prendono corpo in Pietro Carfì, Francesco De Fusco, Marco Filosa, Gabriele Romagnoli, Gerardo Sirico e Lorenzo Vacalebre; Elisabetta e Annina si manifestano attraverso Carla D’Avino, Nicole Focacci, Emma La Marca, Fiamma Leonetti, Sara Marzullo e Anna Pimpinelli. Il potere corale della singola maschera moscatiana dona vita alle quattro figure: attraverso una serie di incessanti movimenti che diventano danza e una degustazione collettiva della parola. Una parola che si destreggia e scivola di mano in mano ai singoli attori, colti da questa trance estatica del giallo cui danno vita, con la convivialità di quando si gusta una cena in compagnia.
Sfrecciando nel mezzo del traffico napoletano per raggiungere la stazione, Rossella Petrosino (collaboratrice del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, incontrata anche alla prima dello spettacolo a Venezia) mi racconta di come i Quartieri Spagnoli di cui parla Moscato oggi non siano più il riflesso di quanto raccontava lui. La “gentrificazione” ha trasformato anche Napoli, che oggi è inevitabilmente cambiata, e così anche coloro che la abitano. Eppure, sul palcoscenico, lo scollamento tra la città reale e quella poetica si annulla: i ragazzi in scena non imitano nostalgicamente una Napoli scomparsa, ma si lasciano possedere dai suoi fantasmi, dimostrando che la lingua di Moscato ha ancora la forza di abitare e deformare il presente come una sorta di membrana che unisce due mondi e che può essere indossata in forme diverse.
Durante la messinscena a Venezia l’atmosfera è elettrica, due grandi schermi incorniciano il palcoscenico proiettando i sottotitoli dello spettacolo. Il ritmo incalzante di questa parola che danza però implica una scelta: decidere di affidarsi alla comprensione razionale del testo grazie alla didascalia in lingua conosciuta, o lasciarsi trasportare dalla narrazione. La seconda opzione implica l’accettazione di non comprendere appieno il senso razionale del dialetto stretto, entrando in un vortice di (ri)cognizione ad un livello altro. La sala a Venezia risente di ciò, si percepisce una difficoltà nello scegliere una sola via. Durante la replica di Napoli la sala è calda, familiare, contenta; nella capacità di comprendere una lingua si cela la possibilità di lasciarsi andare. L’assenza dei disturbanti pannelli esplicativi rende la scena non bisognosa di “essere capita”, ma solo ascoltata, assaporata nel suo gusto. Napoli è il luogo in cui i sensi si attivano e ci si abbandona al calore di una conoscenza più profonda: un percorso nato da una scintilla veneziana di comprensione intellettuale e razionale. A suggellare il lavoro della compagnia è la figura “corifea” di Maria, interpretata da una splendida Giulia Alfano, chiave di volta del giallo in scena. È lei a guidare la compagnia in una dimensione comunicativa differente: laddove la parola si fa indicibile, Maria subentra con il gesto, azzerando ogni distanza e traducendo il gramma in movimento.
Dopo la replica di Napoli ho modo di scambiare qualche osservazione con i giovani attori, che mi descrivono la connessione di un’energia quasi magica creatasi nella replica serale di Venezia. E non fatico a crederci, perché questi ragazzi sono stati in grado di dare corpo ad una realtà ulteriore, alle figure fantasma della poetica moscatiana, con la semplicità di un incantesimo che lascia senza parole.
Un teatro di parola come quello di Moscato, interpretato dalla freschezza di una nuova finestra aperta sul teatro, da Nord a Sud, vuole lasciarsi travolgere dall’incanto. E l’incanto c’è!
Al termine dello spettacolo, le figure vengono nuovamente colpite dalla convulsione di parole sussurrate. Pian piano si fondono a una musica che diventa sempre più alta, accompagnata dalle registrazioni di grida dell’ospedale psichiatrico, quello di Artaud, in un impasto sempre più confuso. Sembra un tentativo di ristabilire le due dimensioni fuse durante lo spettacolo, permettendo alla platea di tornare alla propria, e agli spiriti di ritornare nel mondo che ci hanno concesso di assaggiare.
1) E. Moscato, Del geroglifico cantante. Contributo per una corporalità dell’orale e una soffialità/cantalità della scrittura, in Il teatro per la parola, la parola per il teatro. Pubblico e operatori della scena a confronto (Benevento Città Spettacolo, 4 settembre 2007), a cura di Antonia Lezza e Enzo Moscato, Napoli, Quaderno edito dal Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, 2008, p. 12. https://www.centrostuditeatro.it/attivita-cst/2008/il-teatro-per-la-parola-la-parola-per-il-teatro/