Che cosa ci insegna il calcioteatro tragico tra lo sguardo dell’arbitro e l’altro sguardo del VAR

di Gius GARGIULO

Il calcio è l’ultima grande rappresentazione teatrale a carattere religioso della nostra epoca sosteneva Pasolini che vedeva i calciatori in campo comporre autentici poemi con i piedi davanti a un pubblico che aspettava il finale con il pathos omerico per la vittoria degli eroi del pallone o con la loro dolorosa sconfitta. Alle imprese di questi dèi degli stadi e attori sul campo, i cantori di oggi cioè i giornalisti sportivi ma anche lo stesso Pasolini e tanti altri, hanno dedicato articoli, romanzi e saggi (1). Le loro imprese sono seguite, diffuse e riproposte continuamente dal medium televisivo e poi oggi anche riprodotte dai videogame che con grande fedeltà rifanno anche l’urlo di guerra degli stadi lanciato dalle folle di tifosi sugli spalti. Per una quarantina di euro possiamo dribblare avversari, effettuare passaggi decisivi «al bacio» e marcare stupende reti con avatar prestigiosi come Cristiano Ronaldo, Lionel Messi o Scott McTominay, davanti a uno schermo ad altissima definizione, seduti in ergonomiche poltroncine «ad hoc», joystick alla mano, giocando con FIFA e PES, i due videogiochi più famosi in assoluto per quanto riguarda il calcio. Attori straordinari nell’interpretare con mille sfumature diverse i loro personaggi, sono anche gli allenatori, i condottieri, maghi o scienziati del pallone, depositari di un sapere tecnico e di una carica umana da trasmettere ai giocatori. Sono tutti belli e vincenti all’inizio del campionato, accolti come profeti della vittoria calcistica, poi a fine stagione, in maggioranza sono pronti a fare le valigie. Sono spettacolari nelle riprese televisive che ne amplificano i gesti e le gesta, con i loro scatti d’ira quando inveiscono contro l’arbitro o quando prendono a calci scomposti con rabbia esplosiva opposta al controllo tecnico del pallone mostrato dai calciatori sul campo, bottigliette di acqua minerale o scagliando la giacca con violenza in un angolo del campo in occasione dell’assegnazione di un rigore che loro non condividono. Oppure vengono inquadrati dalla telecamera quando con occhio analitico danno indicazioni gesticolando in maniera codificata verso i loro giocatori in una fase strategica della partita. Sembrano tante mamme chiocce quando abbracciano e baciano i loro preziosi e costosi calciatori con carezze protettive distillando loro consigli tecnici e raccomandazioni più accurate e affettuose della madre di Cappuccetto Rosso prima di mandarla nel bosco, nel momento in cui li fanno entrare in campo dopo il riscaldamento o uscire perché stanchi e provati, nel corso della partita. Poi c’è l’arbitro, che, come le Moire, figlie di Zeus della mitologia greca, divinità della morte che scandiscono le fasi della vita umana, detiene il destino e la durata della tragedia calcistica nella sua scansione dei due atti inclusi i palpitanti minuti di recupero e anche del terzo atto quando ci sono i supplementari e poi nel momento della verità dei rigori, il duello western del calcio. Il mio collega John Foot dell’University College di Londra, italianista e storico del nostro Paese, con un cognome che sembra uno pseudonimo, ha scritto una importante e documentatissima storia del calcio italiano in cui egli vede riflettersi la nascita della Nazione (2). Foot ha scritto anche un breve saggio in cui considera l’arbitro come un simbolo controverso dello Stato italiano (3). In questo caso l’arbitro rappresenterebbe, come depositario della legge, anche lo Stato e per questo gli italiani, dice John Foot, che storicamente hanno un rapporto difficile con le istituzioni, hanno un rapporto molto problematico con l’autorità. Il calcio italiano quindi non è solo un gioco come ci dice Foot che cita l’esempio emblematico di un gioco da tavolo, Akkiappa l’arbitro, lanciato nel 2003 da Enrico Preziosi, industriale del giocattolo e presidente del Genoa Calcio, condannato per illecito sportivo. Akkiappa l’arbitro, fascia d’età raccomandata. 8-11 anni, si gioca su un piccolo campo da calcio plastificato sul quale sono attaccati alcuni pupazzetti a forma di arbitro, sul cui testone appare un pulsante luminoso. «Nella scatola sono inclusi due guanti imbottiti. Per vincere bisogna colpire, nel minor tempo possibile, la testa dell’arbitro illuminata».  Il gioco come ha denunciato all’epoca, il Codacons (l’ente per la difesa dei consumatori) è diseducativo «istiga il minore a colpire e schiacciare una sagoma umana, le cui fattezze riproducono le fisionomie di ben noti direttori di gara, ad esempio il Sig. Pier Luigi Collina o il Sig. Moreno» (4).Il gioco «Akkiappa l’arbitro», osserva Foot, «come metafora del rapporto tra gli italiani e l’arbitro è perfetto».Gli arbitri italiani, pur se armati solo di fischietto, ricordano a Foot gli sceriffi del selvaggio West: «Cercano di imporre la sempre più fragile autorità della legge e dell’ordine per fronteggiare il sospetto, l’ostilità e la violenza». La generale avversione alla figura dell’arbitro è riconducibile secondo Foot a un sospetto avanzato dallo storico Paul Ginsborg, il suo maestro. Ginsborg ha ravvisato nei rapporti tra i tifosi italiani e l’arbitro gli stessi sentimenti (diffidenza, disprezzo, cinismo, odio)«che caratterizzano il rapporto tra gli italiani e lo Stato» (5). Anche per la debolezza dello Stato centrale, continua Foot, ad imporre la sua autorità sulla totalità della Penisola. Giovanni Arpino, romanziere e giornalista sportivo, ha scritto che «coloro che detengono il potere, anche solo per un arco di tempo di 90 minuti, non saranno mai visti sotto una buona luce». Gli arbitri vengono derisi sia per il potere che detengono, sia per i modi con cui se ne servono. Sono universalmente identificati come imbroglioni e accusati quotidianamente d’imparzialità (6). L’arbitro in effetti in Italia, osserva John Foot, rispetto alle altre nazioni europee, è spesso contestato (dalla serie A ai campionati dilettantistici e persino a quelli degli allievi), non solo dai calciatori ma dagli allenatori e dai presidenti delle squadre per non parlare dei tifosi che per anni hanno immaginato e augurato al direttore di gara mogli e compagne infedeli solo per aver fischiato un fallo contro la loro squadra del cuore. A questo punto la folla come il coro di una tragedia greca riassume nell’insulto il destino dell’arbitro spesso criticato perché ritenuto non autonomo e imparziale nelle sue decisioni, una marionetta manipolata da un potere occulto, incapace di mantenere la schiena dritta di fronte alle pressioni ricevute, il che implica che un arbitro autorevole saprebbe respingerle. Ad ogni modo, gli italiani pensano che per poter vincere sia necessario avere l’arbitro dalla propria parte e/o l’approvazione di personalità̀ autorevoli. Si pensa insomma che la partita si giochi altrove nelle alte sfere del governo del calcio, come in un Olimpo dove gli dèi cospirano tra loro proteggendo alcuni eroi a discapito di altri. John Foot sottolinea allora che in Italia, questo modo di ragionare è diventato una scienza, nota come dietrologia, behindology in inglese. La scienza del ‘dietro il sipario’ (behind-the-scenes-ology) accettata come un luogo comune del discorso calcistico. Come se non bastasse molti allenatori di squadre di serie A, nelle loro infiammate conferenze stampa televisive di pre e post-partita, lasciano planare il sospetto che le squadre più ricche e blasonate creino negli arbitri una sudditanza psicologica a loro favore confermata dalle decisioni prese nel corso della gara. «Dobbiamo vedere in campo anche quello che non si vede» dice il motivato e onesto arbitro internazionale Cruciani (Stefano Accorsi) ai suoi collaboratori prima di dirigere un importante finale tra celebri squadre di club, finendo suo malgrado nelle spire della corruzione generale del sistema, nel non vedere neppure quello che si vede, nell’Arbitro, film dalle tematiche complesse, girato in uno smagliante e ben contrastato bianco e nero, scritto e diretto da Paolo Zucca nel 2013. Ricordiamo le polemiche «a posteriori» suscitate dalla storica moviola televisiva che ogni domenica sera negli anni Settanta del secolo scorso in numerosissime trasmissioni di argomento calcistico, con la minuzia filologica dello sguardo meccanico rallentato di questo strumento utilizzato per il montaggio dei film, metteva in evidenza i numerosi errori arbitrali nel corso delle partite del campionato di serie A. In questo clima già denso di pregiudizi, nella stagione 2017/18, entra in scena il VAR, una specie di convitato di pietra che (ri)porta l’arbitro nell’inferno delle polemiche e vediamo perché. Il VAR (acronimo di Video Assistance Referee, tradotto « Arbitro addetto all’assistenza video» o assistente video dell’arbitro), è una tecnologia basata su una ventina di telecamere che riprendono tutte le parti del campo di calcio collegate a 6 schermi, due in alto e quattro in basso collocati in un pulmino o in una stanza  «Video Operation Room» ubicata nello stadio in cui si sta svolgendo la partita detta anche «sala VAR» e permette di visionare un replay di quanto accaduto in campo, così da rettificare (se necessario) la decisione presa dal direttore di gara. Vi è uno schermo terminale anche ai bordi del campo dove l’arbitro può visionare le immagini dell’azione contestata inviategli dall’ arbitro di prima fascia insieme al suo assistente posizionati nella «sala VAR». A questo punto la procedura è la seguente: attraverso gli auricolari l’arbitro in sala VAR, comunica al direttore di gara quanto accaduto con un «silent check», ovvero un controllo silente. L’arbitro in campo decide a questo punto a sua discrezione se fidarsi della valutazione dei collaboratori o controllare in prima persona sul monitor a bordocampo. Nel primo caso fa proseguire il match, senza disegnare nell’aria il classico gesto dello “schermo” che indica la scelta di rivedere personalmente quanto accaduto. Il regolamento in questo caso specifico parla chiaro e l’utilizzo del VAR non è a discrezione dell’arbitro in campo, ma segue delle specifiche linee guida. In particolare, deve essere utilizzato in «casi di chiaro ed evidente errore» oppure di «mancata visione di un evento importante» come l’assegnazione di un rigore, un fuorigioco o l’annullamento di un gol viziato da un fallo dell’attaccante. Comunque, è sempre l’arbitro in campo a prendere la decisione finale dopo la visione del replay. Proprio il «controllo silente» ha alimentato numerose polemiche. Spesso non si capisce quando l’episodio diventa oggetto di un «check silenzioso» tra gli arbitri al Var e quello in campo. Una situazione che durante il corso del match frequentemente alimenta dubbi e tensioni e che viene chiarita solo poi nel post-partita grazie ad un’attenta osservazione e analisi delle riprese al ralenty e al linguaggio del corpo del direttore di gara. Insomma, c’è bisogno di oggettività. Anche se siamo in un ambito, quello delle decisioni arbitrali che per definizione stessa presuppongono un giudizio. La presenza di un VAR, legittima questa richiesta di oggettività nei pensieri degli addetti ai lavori. Ciò di cui ci si dimentica, però, che davanti al video c’è una persona, un altro arbitro. E allora la situazione cambia. Qui entriamo in un dualismo di tipo pirandelliano tra autorità dell’arbitro e sguardo analitico dell’altro arbitro che si trova dinanzi agli schermi del VAR e che rileva o pensa di rilevare una anomalia e richiama, via microfono, l’arbitro sul campo a rivedere una sua decisione. Questo richiamo dovrebbe essere per l’arbitro sul campo un aiuto per controllare la validità di una decisione o annullarla dopo aver interpretato attentamente l’immagine in replay riproposta dal VAR anche con la possibilità di zoomare, di rallentare ulteriormente da un altro punto di vista con la possibilità di tracciare delle linee virtuali, così da chiarire eventuali fuorigioco. Invece, in alcuni casi determinanti questo richiamo del VAR nel corso della partita, dopo che l’arbitro ha preso una decisione, si trasforma quasi in un richiamo non solo tecnico ma conflittuale tra modalità doxastica (l’opinione) dell’arbitro opposta a quella epistemica (la conoscenza esatta) o ritenuta tale, del VAR, in temini di logica modale. Quindi va a finire che il richiamo al VAR per l’arbitro in campo diventi anche morale come il richiamo-rimprovero di un maestro, l’arbitro del VAR che sembra dire allo scolaretto: «attenzione guarda bene qualcosa che non hai visto perché io te lo posso sottolineare e rifartelo vedere». A questo punto l’arbitro subisce la dittatura come verità superiore delle immagini del VAR con le quali il direttore di gara si confronta, invece di interpretarle e spesso cambia le sue decisioni quando le analisi ulteriori del dopopartita, effettuate con le stesse immagini del VAR da ex arbitri cooptati dalle trasmissioni sportive televisive, confermano che era l’arbitro sul campo ad aver visto giusto. Tutto ciò alla fine non fa altro che minare ulteriormente la credibilità dell’arbitro, metterne in crisi l’autorità soprattutto a partire dall’immagine che l’arbitro stesso ha del suo ruolo di fronte ad una tecnologia della visione ancora parziale. L’altro sguardo spesso incompleto del VAR mette in crisi lo sguardo panoramico della coppia d’occhi dell’arbitro operatore umano. In questo modo l’arbitro è nuovamente disprezzato dai giocatori, dall’allenatore e dal pubblico, inchinandosi al VAR e all’autorità «superiore» dell’altro arbitro dinanzi agli schermi o sarebbe meglio dire dinanzi alla parziale realtà multischermica. Se guardiamo il calcio come teatro tragico e «religioso», nel senso della rivelazione di una vertà, dobbiamo riconoscere che il primo personaggio tragico è proprio l’arbitro in campo e la sua capacità di analisi e di visione che il VAR accentua in una (di)visione tra il direttore di gara e l’arbitro davanti al VAR. È sotto gli occhi di tutti quelli che guardano una partita di calcio in televisione e che quindi possono vedere in seguito i replay delle azioni, che la visione  riprodotta dagli schermi collegati alle telecamere, è una visione cinematografica e televisiva sia pure ad alta definizione della realtà cioè a due dimensioni (altezza e larghezza) con l’illusione di una terza dimensione cioè la profondità di «campo». Quindi, più che di teatro a questo punto l’arbitro si trova a vedere un film di una scena teatrale e malgrado tutte le accortezze tecniche ci saranno sempre degli angoli e delle riprese che non riusciranno a dargli completamente una visione netta ed esaustiva a tre dimensioni dell’episodio osservato. Ne sanno qualcosa, tra i tanti, anche i giocatori e i tifosi del Napoli che recentemente nella stessa partita Napoli-Verona, si sono visti negare dall’arbitro e convalidare dal VAR un calcio di rigore contro e successivamente hanno visto prima confermato dall’arbitro sul campo e poi annullata dal VAR una rete in loro favore. In entrambi i casi le immagini del VAR bidimensionali non riuscivano a dare una completa copertura di tutte e tre le dimensioni del campo dell’azione per capire chiaramente cosa era successo e quindi l’arbitro, manifestando incertezza nelle sue decisioni, le annulla per confermare la realtà delle immagini del VAR sia pure incomplete e non risolutive. Una tragedia edipica rivive sul campo di calcio ogni volta che l’arbitro, come Edipo re  di Sofocle (Οἰδίπους τύραννος / Oidípous túrannos,) dopo un’attenta inchiesta e ricerca scopre di fronte al VAR come l’oracolo di Delfi della tragedia, che è lui stesso il responsabile dell’errore di non aver visto la «verità», l’altra scena «rivelata» dall’oracolo del VAR e quindi schiacciato tra colpa e destino, metaforicamente si acceca, rifiutando quello che i suoi occhi hanno visto sul campo. È pur vero che la tecnologia ha migliorato il gioco. La creazione della GLT (dall’inglese Goal-Line Technology o tecnologia della linea di porta )  e del fuorigioco semiautomatico hanno permesso di raggiungere dei concreti criteri di oggettività. Lo stesso non accade con il VAR, al centro di polemiche non solo su «come» giudica gli episodi dubbi ma anche su «quando» deve intervenire o meno.  Inoltre, sono frequenti anche i casi in cui sia pure con riprese ad alta definizione in ralenty risulta difficile capire cosa sia realmente successo. Questa vicenda dell’arbitro con il VAR ci insegna che va risolto un primo problema di tipo normativo, riscrivendo alcune disposizioni del regolamento che definiscano in modo semanticamente più chiaro, ad esempio, cosa significhi che il calciatore in fase di contrasto con l’avversario nella sua area di rigore, «aumenti la massa corporea» quando la palla gli colpisce il braccio in una fase del gioco in elevazione e non è il suo braccio ad andare incontro alla palla. Il calcio è uno sport di contatto fisico è una parte naturale del gioco. Se un difensore allarga le braccia per la difesa del pallone e un avversario gli viene addosso, non dovrebbe essere punito. Dovrebbe essere sanzionato, per esempio, quando volontariamente usa i gomiti per ostacolare e colpire l’avversario. Insomma, più precisione in un regolamento opaco che va aggiornato e migliorato in qualsiasi ambito dove ci sono azioni da “interpretare” e poi sanzionare.  Il secondo problema da risolvere è di tipo decisionale visto come procedimento razionalizzato. Dobbiamo guardare il problema da un’altra angolazione con un «mutamento di paradigma», fondamentale per molte scoperte scientifiche.  Il «mutamento di paradigma» viene spesso definito come il processo di vedere il mondo in un modo radicalmente diverso. Gli scienziati, per esempio, distruggono i quadri concettuali con cui rappresentano le conoscenze del mondo a loro disposizione e utilizzano la loro capacità percettiva di alto livello per organizzare gli stessi dati in modo del tutto differente creando così una nuova rappresentazione che può essere usata per trarre conclusioni diverse importanti e impossibili da intravedere con la vecchia rappresentazione. Affinché l’arbitro si possa sentire più sicuro delle sue decisioni e considerare il VAR un utile aiuto e non certo una entità dominante antagonista o coscienza universale, dovremmo uscire dalla visione, se vogliamo, in chiave estetico-cinematografica dell’illusoria «quarta parete aperta». Per ritornare al teatro della tradizione greca, non solo nel senso estetico ma anche in quello aletico, cioè di verità rivelata, partiamo come prima fase, dalla dimensione teatrale tridimensionale riprodotta con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale a partire dai dati visivi. Essa li seleziona a partire dalle immagini delle telecamere a sua disposizione. L’Intelligenza Artificiale opera una proiezione e simulazione dinamica dell’episodio di gioco incriminato permettendo di far vedere all’arbitro al 100% cosa succede in campo e regolare in questo modo la percezione di alto livello che aiuterebbe l’arbitro stesso a prendere la decisione finale. La Percezione di alto livello filtra e organizza gli stimoli ambientali. Queste proiezioni dinamiche si fanno da tempo in ingegneria dei materiali nautici, aereonautici e automobilistici a partire da immagini reali. Non si tratta di fantascienza ma si potrebbe applicare al VAR per aumentare il livello di sicurezza, un’architettura di controllo a due livelli. Si potrebbe adattare alle telecamere del VAR il  sistema di intelligenza artificiale più avanzato di Alpamayo (che sarà prossimamente montato sulle auto Mercedes-Benz, per la guida automatica con microprocessori NVIDIA) che opera continuamente, affiancato da un secondo software di guida autonoma basato su regole e modelli più tradizionali, progettato per essere prevedibile e stabile. Questo secondo sistema svolge il ruolo di supervisore: osserva le decisioni dell’IA e ne valuta l’affidabilità in tempo reale. Quando individua una situazione ambigua o un margine di incertezza nel comportamento dell’IA, il controllo passa immediatamente al sistema tradizionale, che applica procedure di sicurezza consolidate. In questo modo, il veicolo dispone sempre di una rete di protezione pronta a intervenire. Un tale sistema applicato al VAR eliminerebbe il secondo arbitro e porrebbe di fronte all’arbitro in campo la decisione da prendere con il modello di alto livello con una competenza su tutte le norme del regolamento. Con le entrate del calcio mondiale, (per la prima volta, nel 2025, i 20 club con i maggiori introiti del calcio mondiale hanno superato la soglia complessiva dei 12 miliardi di euro di ricavi) questo salto tecnologico sarebbe ampiamente possibile. Le decisioni arbitrali sbagliate purtroppo o fortunatamente a seconda della squadra che le subisce a vantaggio dell’altra, fanno parte delle incertezze del gioco come una rotazione incontrollata della palla, quel 5% di casualità rende il gioco ancora teatralmente più appassionante, come una opzione inattesa nell’intreccio.  Per concludere, se il calcio è il grande e ultimo spettacolo tragico e religioso nel senso pasoliniano, ma anche come avvenimento teatrale, che lo sia fino in fondo con la possibilità di essere visibile in tutte le sue parti e in tutte le sue componenti del dramma che viene messo in scena sul campo di calcio durante una partita eliminando il dualismo tra arbitro in campo e arbitro al VAR e rendendo questa tecnologia come abbiamo detto, più affidabile e completa. Altrimenti l’arbitro succube sul campo della tecnologia continuerà ad esserlo nell’immaginario collettivo dei tifosi stigmatizzato, nella celebre dimensione privata o teatralmente da Vaudeville alla Feydeau, se tornando a casa trova uno sconosciuto o una sconosciuta con la propria compagna o con il proprio compagno e si sente dire: «amore mio credi a quello che vedi o al mio VAR?».

1) Cfr. Gius Gargiulo, Il calcio ultimo spettacolo tragico, Paris, Houdiard, 2014, pp. 23-24.
2) Cfr. John Foot, Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, trad. di Fabio Ravera, Milano, Rizzoli, 2007.
3) Cfr. John Foot, La figura dell’arbitro nella storia italianahttp://www.csivarese.it/files/la_figura_dellarbitro_nella_storia_italiana.pdf
4)  Cfr. Il CODACONS contro il gioco «Akkiappa l’arbitro», « Comunicato stampa CODACONS», 1 Dicembre 2003, https://codacons.it/il-codacons-contro-il-gioco-akkiappa-larbitro/
5)  Cfr. JOHN FOOT : Storia dello sport che ha fatto l’Italia, in « Storie di Calcio»,6 Dicembre 2015, https://storiedicalcio.altervista.org/blog/john_foot_storia_calcio.html
6)  Ivi.




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