GUIDA GALATTICA PER I LETTORI | GENNAIO 2026

AMICO ROMANZO

Il Prodigio. Cronaca della necessità del mistero

di Rossella PETROSINO



Fabrizio Sinisi, Il prodigio, Milano, Mondadori, 2025 

C’è un diffuso desiderio di “non-identificato” che agita il nostro tempo, un’attrazione magnetica verso l’ignoto che ci spinge a guardare al cielo, sperando di trovarci qualcosa che non somigli a noi stessi. Come ci insegna una certa filosofia, questa brama di scoperta è spesso figlia della paura, laddove si cerca l’altrove non solo per stupore, ma anche per esorcizzare il terrore del vuoto, cercando di dare un nome e una forma a ciò che ancora sfugge al nostro controllo. Questa dinamica è emersa con forza durante i mesi più bui della pandemia di Covid-19, quando l’aria stessa era diventata una minaccia invisibile e il cielo sgombro era diventato lo schermo su cui proiettare il bisogno di segni radicalmente alieni alle nostre preoccupazioni. Così, la proliferazione odierna di rapporti sui UAP (Unidentified Aerial Phenomena), ovvero i “fenomeni aerei non identificati”, non è che il proseguimento di quella pulsione utopica; insomma il bisogno di sfuggire a un mondo che ci ha scoperti fragili e che ora ci chiede ossessivamente di dichiarare chi siamo. Se “considerare” significa, letteralmente, stare in compagnia degli astri (cum sidera), allora guardare in alto verso le stelle è il primo passo di ogni rivoluzione interiore. Proprio su questo confine tra cielo e terra, tra crisi e sconcerto, si muove Il prodigio, l’esordio narrativo di Fabrizio Sinisi.

Il romanzo racconta un evento inspiegabile: l’apparizione di un volto gigantesco e stilizzato nel cielo di una metropoli italiana. Quello che inizialmente sembra un fenomeno virale da social media si trasforma rapidamente in un’ossessione collettiva che scardina l’ordine pubblico e la razionalità. Al centro del caos troviamo Don Luca, un sacerdote moderno, disinvolto nell’uso dei nuovi media e profondamente umano, che si ritrova a gestire non solo il fervore mistico (e talvolta fanatico) dei fedeli, ma anche il proprio vuoto interiore, accentuato dalla scomparsa di Marta, la donna che ama. 

Per Sinisi, che ricordiamo essere un drammaturgo, il Volto nel cielo è innanzitutto uno “spropositato oggetto teatrale pronto a caderci in testa”. Questa teatralità ritorna anche altrove, il protagonista Don Luca è un prete-attore, un “mattatore” televisivo, un uomo di spettacolo più che di spirito, che vive la vocazione come una performance professionale.

Ma la matrice teatrale di Sinisi emerge soprattutto nella gestione della folla come coro greco, una massa informe che si agita ai piedi del “prodigio”, trasformando lo spazio urbano in una platea di fanatici e visionari. In questo scenario il Volto agisce da reagente, da immagine muta che costringe i personaggi a rivelarsi. Don Luca si scopre così un uomo scisso tra l’altare e il profitto,  incarnando la crisi morale del presente e preferendo usare i propri guadagni da manager per mantenere Marta, la donna amata ma psicologicamente fragile , piuttosto che destinarli alla carità.

Leggendo le pagine di questo romanzo, è impossibile non avvertire l’eco di un capolavoro del realismo magico italiano: Malacqua di Nicola Pugliese. Se nel romanzo di Pugliese era una pioggia ininterrotta e il pianto delle bambole a segnalare l’irruzione dell’assurdo nella quotidianità burocratica di Napoli, qui l’accadimento straordinario è un volto dai contorni rozzi che compare nel cielo. Entrambi gli autori usano il surreale non come astrazione, ma come forza corrosiva che mette a nudo la psiche collettiva. Come in Pugliese il potere  fallisce davanti ai crolli e alle “musiche misteriose”, così nel romanzo di Sinisi la città sprofonda in un caos metafisico dove le spiegazioni scientifiche o meteorologiche non bastano più. La città diventa una “Gotham City” dove la sofferenza e la violenza sembrano sprigionarsi proprio in risposta a quel segno celeste. 

Il Prodigio non è solo un romanzo sulla fede, ma sulla tensione metafisica che trasforma i gesti minimi in atti carichi di significato. In una lingua che mescola l’empatia al grottesco, Sinisi ci ricorda che, quando gli esseri umani si sentono oppressi, l’unica via di uscita è quella di alzare lo sguardo, cercando il sollievo di ciò che non può essere identificato.

La scrittura di Sinisi accompagna questo sfaldamento con uno stile crudo e visivo, che registra il collasso della normalità e dell’equilibrio attraverso dettagli grotteschi. La città non è più un luogo sicuro quando assistiamo all’assurdo di una “frotta di piccioni” che attacca i turisti in piazza Duomo o alla violenza surreale di una donna che si ritrova con la mano mozzata da un coccodrillo tenuto in una piscina sul terrazzo. Non sono semplici bizzarrie, ma i segni di una realtà che regredisce a uno stato selvaggio. Anche la lingua del protagonista riflette questa caduta: il suo “rosario” non è fatto di preghiere, ma di esercizi in palestra – tra tapis roulant e plank – vissuti come l’unico vero momento di meditazione. Il ritmo della narrazione tradisce costantemente la natura di Sinisi come drammaturgo, il protagonista parla spesso tra sé e sé con un ritmo incalzante, quasi fosse un monologo teatrale e la prosa generale non è mai statica. In questo flusso di coscienza, l’autore mescola senza filtri il gergo del marketing e i feed dei social ai dettagli più prosaici e “bassi” della vita quotidiana.

«Ci son più cose tra cielo e terra di quante siano sognate nella tua filosofia», diceva Amleto all’amico Orazio; Fabrizio Sinisi riprende questo monito contro lo scientismo regalandoci una parabola sulla necessità del mistero.


SIPARI APERTI

Una famiglia difficile. Umani, troppo umani gli Scarpetta e i De Filippo nel memoire di Peppino 

di Simone SORMANI

Peppino De Filippo,
Una famiglia difficile, Marotta Editori, 2025 ISBN
978-88-99858-65-0 Pagine 422
Prezzo 36,00

Il 1974 era stato per l’Italia l’anno del referendum sul divorzio, seguito nel 1975 dalla riforma del diritto di famiglia. Quale occasione migliore per Peppino De Filippo, artista libertario e anticlericale, per tirare fuori la vecchia storia sulla paternità dei tre fratelli De Filippo e lanciare una stoccata contro quella parte di società italiana ancora bigotta e patriarcale che sui rapporti extraconiugali, i figli naturali, le molestie che avvenivano all’interno delle mura domestiche stendeva un velo di odiosa ipocrisia? Quella stessa società che, come aveva detto nel 1967 al congresso della Lega Italiana per l’Istituzione del Divorzio, lo aveva fatto vivere nella «vergogna di doversi sentire illegittimo tra illegittimi» (la registrazione dell’intervento è riascoltabile sul sito www.radioradicale.it). 

Fu così che diede alle stampe col suo storico editore Marotta il «lungo racconto autobiografico» Una famiglia difficile che, a cinquant’anni dalla prima ed unica edizione del 1976, è tornato in libreria – completo di una ricca appendice fotografica – sempre grazie a Marotta, anche sulla scia del recente successo dei film Qui rido io di Mario Martone e I fratelli De Filippo di Sergio Rubini, di cui il volume è stato fonte preziosa per la stesura delle sceneggiature. 

Il libro all’epoca ebbe un effetto deflagrante nei rapporti già tesi tra Peppino ed Eduardo, ed è lecito supporre che fu per la delicatezza e la gravità dei contenuti trattati, e per non acuire ulteriormente i dissidi familiari, che non si procedette a farne ulteriori ristampe, motivo per cui era diventato negli anni una rarità per appassionati e collezionisti. In esso, infatti, Peppino non solo riapriva la ferita dell’intricata e adulterina relazione da cui era nato con i fratelli Eduardo e Titina, quella tra sua madre Luisa ed il popolarissimo attore napoletano Eduardo Scarpetta – avvenuta tutta in famiglia perché Luisa era la nipote della moglie di Scarpetta –, ma si soffermava, e con dovizia di particolari, su altre intime questioni familiari: il rapporto burrascoso con il fratello Eduardo; il contesto, a suo giudizio di avidità e degrado morale, in cui aveva vissuto la «numerosa corte di mogli, amanti, figli naturali e legittimi, nipoti grandi e piccoli, cognati e parenti stretti e larghi, domestici, cuoco, sguattero e cocchiere» del “patriarca” Scarpetta – di cui si è celebrato nel 2025 il centenario della morte – ; il dispotismo di quest’ultimo, soprattutto verso i tre piccoli De Filippo – per la legge figli di N.N. –  e le sue ossessioni sessuali – e si trovano nel libro a tal proposito episodi sconcertanti, che oggi farebbero gridare al Mee Too –; le maldicenze e le umiliazioni subite da lui e dai suoi fratelli per quell’ingombrante paternità e per la scelta, giudicata sciagurata, della madre di concedersi come «concubina» allo “zio” Scarpetta. Una madre verso la quale Peppino alterna in queste pagine sentimenti di affetto e commiserazione a momenti di totale distacco affettivo, che fu forte soprattutto nella prima infanzia, quando venne mandato a crescere presso una balia a Caivano. Ed è interessante rileggere di quegli anni vissuti in campagna, gli unici rievocati con parole dolci, perché è lì che probabilmente si plasmò quel suo animo fanciullesco e schietto che trasporrà più avanti nel suo mondo di personaggi e maschere farsesche. 

Per il resto, al netto dei rancori, è proprio questo senso di estraneità e distacco di Peppino dagli altri Scarpetta e De Filippo – fatta eccezione, in parte, per Titina, con cui non mancarono comunque momenti di tensione – a permeare le pagine di Una famiglia difficile. Un sentimento che trova la sua acme nel rapporto con Eduardo, che resta il bersaglio principale del libro. Un fratello, scrive, colpevole del loro contrasto, durato con alti e bassi tutta la vita, per una sorta di “cattiveria” e gelosia che avrebbe manifestato nei suoi confronti da sempre, e di aver scelto – è la tesi non dichiarata ma sottintesa del libro – la strada del silenzio su questa scabrosa vicenda familiare – proprio lui che era stato acclamato dall’intellighenzia progressista e di sinistra del Paese – laddove invece Peppino rivendica, come dice nell’introduzione, il diritto dell’opinione pubblica «di conoscere il bello e il brutto delle  personalità che le sono care». In realtà Eduardo aveva fatto molto di più: aveva portato quella “famiglia difficile” nel suo teatro, nelle storie di Filumena Marturano, di Luca Cupiello, di Vincenzo De Pretore e di tanti altri personaggi in cui tante famiglie difficili potevano rispecchiarsi e osservare e ritrovare così le proprie contraddizioni. Ma tutto questo l’animo ferito e deluso di Peppino sembra non comprenderlo appieno. 

E tuttavia Una famiglia difficile va oltre il regolamento di conti familiare: non è soltanto un memoire scandalistico e rancoroso, condito di aneddoti piccanti – che lasciamo ai lettori il gusto di scoprire –, sui fatti privati e umani, troppo umani, della “dinastia reale” del teatro italiano del Novecento, ma apre uno squarcio di piacevolissima lettura sull’infanzia dei tre fratelli De Filippo, i ricordi degli spettacolini improvvisati dal balcone di casa per divertire i vicini, la formazione attoriale nella compagnia di Scarpetta e, soprattutto, sull’avventurosa gioventù in cui, senza un soldo in tasca, dovettero mettere a frutto l’unica vera eredità ricevuta dal padre: quella dell’arte del capocomicato e del saper stare in scena. Doti che, negli anni della Compagnia del Teatro Umoristico “I De Filippo” (1931-1944), condivisero e coltivarono con metodo rigoroso e con una comune visione del teatro, tanto da far sostenere a Peppino che i testi di Eduardo di quel periodo – confluiti nel volume Cantata dei giorni pari – siano in realtà il frutto di un lavoro di scrittura a quattro mani, che si affinava poi con le prove e la messa in scena, a cui lui stesso aggiungeva improvvisazioni comiche e «battute “a soggetto”»: ne sarebbero un esempio in Natale in casa Cupiello il leitmotiv «Nun me piace ʾo presebbio!» e la scena della lettera di Tommasino del secondo atto, che racconta di aver inventato durante delle repliche al Kursaal di Napoli. A quel teatro, inteso, scrive Peppino, come «quel parlare cioè con sorriso amaro di cose affatto liete, quel presentare con un velo di comicità ciò che in realtà è triste e penoso, deludente e doloroso», arrivarono i consensi e gli applausi del pubblico di tutta Italia e di grandi personalità come il critico Renato Simoni e Luigi Pirandello: il cognome De Filippo non era più sinonimo di vergogna, ma di una rivoluzione artistica che aveva attraversato tutto il Paese, vincendo la battaglia per rinnovare il repertorio napoletano e fargli acquisire la dignità di teatro moderno e nazionale. 

Al culmine di questa esperienza però il solco che divideva Peppino ed Eduardo era diventato ancora più profondo. Insieme avevano scritto pagine memorabili, ma ormai l’attore comico, straripante, che voleva cercare la tragedia nella farsa, non poteva più convivere con quello dolente e dai lunghi silenzi: «Eduardo aveva da tempo cominciato a farmi capire che, a suo avviso, era necessario ch’io mettessi un freno alla mia spontaneità artistica iniziando, nei miei riguardi, uno strano comportamento: durante l’allestimento di una commedia nuova, alle prove, accettava di buon grado tutti i miei “soggetti” in risposta ai suoi, ma dopo che essi erano stati inseriti nel testo, durante la recita regolare, volta per volta, li eliminava usando un mezzo più sbrigativo e sicuro e cioè evitando di darmene lo spunto»; «M’ero anche reso conto che Eduardo aveva cominciato a mal sopportare certi miei punti di vista che in gran parte riguardavano il genere “base” del nostro repertorio e cioè l’umorismo. Avevo notato in lui attore, e non vuole essere una critica ma solo una fraterna riflessione, l’evolversi lento ma costante di una recitazione istrionicamente di tono monotono, che lasciava supporre il ritorno a un modo di recitare di vecchio stampo e non più quella bella recitazione spigliata, essenziale e priva di retorica teatrale con la quale e per la quale il nostro genere di teatro s’era conquistato il compiacimento di tutti i pubblici italiani». 

La rottura definitiva avvenne nel 1944; Peppino intraprese, con la sua Compagnia del Teatro Italiano, la strada di un teatro comico in lingua ma con una varietà di accenti dialettali che rispecchiasse la realtà sociale di un Paese che, nel Dopoguerra, si avviava verso l’unificazione culturale. Percorso che fu seguito, di lì a poco, anche al cinema dai registi della “commedia all’italiana”, di cui l’attore napoletano fu uno dei maggiori interpreti. Alle accuse rivoltegli di dispotismo, gelosia – anche per l’amore tra Peppino e l’attrice Lidia Martora –, aridità umana, Eduardo non volle mai replicare se non in un’occasione, nel 1980 al Teatro Duse di Bologna, ricordando così il fratello appena scomparso (come riportato da Maurizio Giammusso nella sua biografia Vita di Eduardo): «Peppino da vivo non mi mancava, mi manca molto adesso. Vuol dire che così doveva andare. Peppino non era cattivo. È stato un grande attore, è stato un umorista, collaboratore mio in quell’epoca. Però i mercanti gli sono stati attorno. A migliaia. Lui credeva più a loro che a me. Se avessi parlato non mi avrebbe creduto, ho tentato di farlo, si finiva a lite. Lui si accontentava di fare la spalla agli altri attori, quando la spalla gliel’avevo fatta io per tanti anni. Solo questo volevo dire. Non ho mai risposto a tutto quello che ha scritto, a tutto quello che ha detto su di me. Ho pure sentito rancore per lui. Adesso mi manca. Questo vi posso dire. Come compagno, come amico mi manca, ma non come fratello». 

Parole che sarebbero state una postfazione perfetta alle pagine su questa famiglia, rimasta difficile fino alla fine.


COME SUGHERI SULL’ACQUA

Perché non basta soltanto capire: le radici si devono… sentire!

di Ariele D’AMBROSIO

Patrizia Valduga
Lacrimae rerum
Giulio Einaudi Editore, Torino, 2025
Pagine 84
Euro 10,00

Info:
https://it.wikipedia.org/wiki/Patrizia_Valduga

Perché non basta soltanto capire: le radici si devono… sentire!

per Lacrimae rerum

Il disegno della copertina della “collana bianca” dell’Einaudi, si apprende, è del 1964 ad opera – porta la firma – di Bruno Munari. Ma cos’ha di bello – e non poteva essere diversamente col nome che ho ricordato – oltre la sua grafica esatta e nitida che la fa elegante e raffinata? I versi stampati. E qui leggiamo: «Padroni della guerra e della morte, / che gestite patrimoni di morte / e fate investimenti sulla morte, / cosa posso augurarvi se non morte?». Qui la bellezza tragica di questa copertina che si fa bellissima, perché quelle parole incise mi bloccano, m’ipnotizzano, m’emozionano. Perché s’insinuano e mi gridano, perché mi urlano, perché mi schiaffeggiano. Perché prendono a pugni la mia mente e mi costringono a vedere, non a guardare, attraverso i suoi endecasillabi con rima identica e che usa la parola “morte” nella sua forma retorica più estrema e radicale, reiterandola come un martello che non lascia scampo alla verità che indica, accusa, condanna senza alcuna possibile assoluzione.

La Morte; è inutile girarci attorno, costruire miti e speranze. Il mistero ci sovrasta senza compassione. E Patrizia Valduga sente la carne nella carne, sulla carne, come è sempre stato, e non solo con la sua abilità tecnica, ma con la verità profonda del corpo che vive e che drammaticamente, drammaturgicamente è consapevole della sua sparizione.

Tra la casualità delle scelte personali – e sottolineo questo ‘personali’ –, che mi fanno ordinare in successione raccolte di poesie da recensire man mano nel tempo, ho sentito questa volta un impulso, un’urgenza per questo libro necessario, e ringrazio di vero cuore Patrizia Valduga, ringrazio la sua indignazione e la sua emozione.

Tanti anni sono stato a gestire la violenza della natura con le sue orribili malattie, sono stato in guerra e lo sono ancora, e la morte non la riesco ad abbracciare come la sorella del Santo dei francescani, ed è per questo motivo che se la cultura ha un senso, questo senso è quello di fare guerra alla morte in guerra. 

Per questo l’urgenza e la passione con cui sfoglio queste pagine, una passione triste e furente, me le fa vicino, accanto, dentro, sempre più nel profondo emotivo e vivo del mio stomaco, delle mie circonvoluzioni ed anse. E conoscendo una delle immagini di Patrizia Valduga col suo cappellone nero da maga alchemica, vorrei poterle dare una bacchetta magica per far finire l’orrore di queste guerre che ci circondano, colpire chi le ha procurate e di cui si nutre come la gigantesca idrovora di “Kirikù” che beve tutta l’acqua della fonte assetando il villaggio, mentre il suo corpo d’animale mostruoso s’ingrandisce a dismisura fino a perdere limiti e confini.

Guerre anche lontane – per un poeta più vicine –, e che la poesia cerca di trasformare in parole come fossero armi per sconfiggere armi che uccidono quelli che le vivono da vicino, sui loro corpi, nelle loro menti, e dove la morte senza senso si perde persino nell’abitudine di carni spente e mute come cose, carni in attesa di essere mutate dal tempo in minerali, minerali duri come pietre. Perché i morti possono essere anche pietre da scagliare con le mani, con le fionde, così come fanno i versi del nostro poeta. Morti come proiettili, come bombe: «Padroni della guerra e della morte, / che gestite patrimoni di morte / e fate investimenti sulla morte, / cosa posso augurarvi se non morte?». 

Quanta sintesi in un minimo spazio di tempo, e che riflette ed anche spiega l’economia cinica, che non è un’astrazione, ma che sono persone che la inventano e la usano e che mutano altre persone, questa volta sì, in numeri astratti senza corpi, con sogni cancellati, infanzie e vite depredate. Per loro, per questi cinici mostri, soltanto corpi senza nomi, a volte contati, a volte nemmeno. Cosa augurare allora agli spietati? Un girone per una pena eterna senza tregua? Ma sappiamo che non c’è, o forse non riusciamo più a immaginarlo come vero, come possibile, ed allora ecco che i poeti, quelli veri però, scrivono in un certo modo, forse nella speranza che la voce si ascolti e che la parola sia anche un grido per essere un richiamo.

Lacrimae rerum è il titolo di questo magnifico libro che accoglie cinquantanove poesie, e non ci poteva essere modo migliore, perché entra nel profondo con tutta la forza non del mito ma dell’umano antico. Lacrimae rerum si legge nella Quasi un’appendice – lavoro del poeta che non è disgiunto da quello di scrivere versi ma che penso unitario, persino necessario – è da Virgilio, Eneide, I, vv. 459-63, per dirci in traduzione trovano lacrime i fatti. I fatti! E non c’è mito letterario, ma la forza e la verità della storia antica penetrata nella poesia di ieri e di ora, per una memoria che resta testimone del suo tempo. E questa era ed è della poesia una delle sue funzioni.

Quasi un’appendice non è solo un aiuto al lettore, ma è con le sue note, alcune del “dietro le quinte”, la possibilità di far entrare in “viva voce” nel tempo, nel mondo vissuto dal poeta tra incontri, letture, accadimenti, in modo assai più consapevole e approfondito, e per questo ancora più emotivo. Importantissime, a mio parere, la nota per la poesia a pagina trentuno Milano capitale immorale: citazione da Giovanni Raboni, e quella per la poesia a pagina quarantotto Sol, fa diesis… valzer della Classe morta di Tadeusz Kantor.

Qui in questa Quasi un’appendice ho trovato un nodo, uno snodo, meglio il cardine che è il dentro, il centro che separa il prima e il dopo, il fuori del prima e del dopo: “Es ist wieder eine Frage des Aussen und Innen: da Sigmund Freud, Die Verneinung (La negazione), 1925: «Es ist, wie man sieht, wieder eine Frage des auẞen und Innen» («Come si può notare, si tratta ancora una volta di una questione del dentro e del fuori», nella traduzione di Riccardo Held)”. E la poesia è questa: «E chi mi dà la forza di cambiare? / Forse qualcuno mi viene a aiutare? / «Non schermirti in domande vacue e vaghe… / Se fuori o dentro…  wieder eine Frage!» / Dunque domandami, brutta cretina, / se viene prima l’uovo o la gallina.». 

Comprendiamo subito che non c’è separazione di tempo per la guerra che circonda il vissuto di chi scrive, il vissuto di corpo e di mente col proprio tempo che passa, con la solitudine, col suo grande amore di poeta e di poesia. Ed ecco che da «È uno sterminio che non trova fine, / tra terra e cielo senza più confine, / tra terra e corpi e corpi tra rovine, / tra cielo e corpi fusi senza fine / …/ Avessi per le mani qualche drone, / saprei su chi spedirlo, e di ragione.», «… Ne ho abbastanza di angosce e di sconforti… / Io voglio vendicare tutti i morti / di queste guerre vere e d’invenzione / volute da chi merita il mio drone.», ed ancora «… Perché mica gli frega un accidente… / mentre si stermina hanno solo in mente / il loro piccolo mondo di merda. / Che venga un acquazzone e li disperda!», si passa a «… Tu vuoi l’amore ancora, vuoi l’Amore!, / perché hai paura, no, perché hai il terrore / di morire da sola, di finire / spiaccicata per terra a imputridire… / …», «… …lui mi possiede, lui solo è la vita. / Oh punto d’infinito, eco infinita, / non così, non così… così non va… / possiedimi in ebbrezza e sobrietà!», «L’amore… a settant’anni non è cosa… / Basta e avanza un’amicizia amorosa: / …», « «E come lo vorresti?» Grande e grosso, / e che mi tenga sempre gli occhi addosso. / …», ed ancora «E mi decrepito… e a che velocità! / uno smantellamento… «E morta là.» / No, morta qua. «Astuzie bell’e buone.» / Nasco alla morte… strana gestazione.». E mi viene da sorridere alla parola smantellamento per l’ironia che pervade questa poesia, e mi viene da pensare per quanto e quanto tempo devo riflettere sul verso Nasco alla morte… strana gestazione., e mi viene da abbracciare ricordando quanto ha detto il mio amato Zanzotto in una intervista: Il rotolio degli anni, proprio come una frana; prima erano inavvertiti, all’inizio scivolano, poi accelerano e poi rotolano. Ed allora «… Ma sono stata, almeno qualche volta? / Mi sono seminata e mai raccolta.». Per poi dire: «… Ma adesso servono resurrezioni: / non me, non più me, leggete Raboni!», per un grande poeta, un grande amore, una grande carezza.

Siamo rimasti all’interno, per un po’, nel cardine di questo libro, ed in questi passaggi tutta la spiritualità e la fragilità dell’essere, la presenza smascherata e impietosa di uno specchiarsi anche interno, e la riflessione metafisica ed escatologica fa capolino con tutta l’ironia e il sarcasmo che un pensiero così raffinato non può escludere. È che l’amore per la vita con il suo corpo e l’eros che si confronta col tempo che passa, ma che ancora lo sostiene, e che ne sottolinea la complessità e per questo la sua bellezza, rende inaccettabile la morte, tutte le morti, figuriamoci quelle provocate da esseri su altri esseri. Ed allora subentra la malinconia, la solitudine del sapere, la tragica realtà dei distacchi.

Solo poche parole sulla τέχνη organizzata in distici in rime baciate e messi anche in quartine, sestine, ottave ed anche poesie monostrofiche di dieci e dodici versi. Come già indicato la quartina a pagina cinquantaquattro anche in copertina ha versi con rima identica e quella a pagina qurantatrè ha il distico di chiusura con rima ritmica o sdrucciola: Andromedascatola. Mi è assai piaciuta l’identificazione a rima PatriziaIngiustizia: «Sunt lacrimae rerum… Piangi, Patrizia, / piangila l’ingiustizia, ogni ingiustizia!». Ed ancora qualche variante lessicale: «Si dice morteggiare o smorteggiare? / adesso non mi va di controllare…» dove anche l’apparente gioco sottolinea la stanchezza di chi sta sempre nel dettaglio della parola come consapevolezza e coscienza, ed ancora questa d’invenzione che fa riflessivo il verbo decrepitare in mi decrepito, ed ancora un mi striplo che il poeta con grande onestà ci dice essere non di sua invenzione ma ascoltata dal compositore Giacomo Manzoni. 

Solo poche parole anche su questa apparente semplicità di scrittura che la fa, con i suoi accenti e rime, anche canto e canzone. Non smetterò mai di dire, reiterando ogni volta la stessa riflessione, con le stesse parole, che la semplicità è, in questo caso, il traguardo di un percorso, e mai facilità o accessibilità o agevolezza o comprensibilità, ma piuttosto una semplicità che scaturisce dall’essenzialità. Ed aggiungo, che approda alla più alta complessità, come a dire “inesauribilità del testo” (Italo Calvino): più lo rileggi, anche nel tempo, e più scopri nuove cose, o cose che potresti comprendere ad una nuova e più distante rilettura.

Finisco con l’esterno, il fuori che si ricongiunge al primo fuori, il “vero” di questo libro, il divenire di sé stesso. La guerra esterna che penetra quella interna del πάντα ῥεῖ, per ritornare nuovamente ai «Solchi di sangue… Ma si può sapere / anche se non ti lasciano vedere… / È un’immensa prigione e cimitero, / martirio e morte di un popolo intero.». 

Allora cosa, in cosa un poeta può sperare, quale la cura, la medicina, quale il suo auspicio? «Poesia, è ora: prendimi per mano, / tu, gioia e gioventù di un cuore umano!».

Napoli dicembre 2025

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