Mio caro Paolo, ti chiedo mille scuse per non averti nominato durante il discorsetto alla “Grande Magia”. Ti dico anzi che insieme al tuo nome avrei dovuto citare quello di Vittorio Viviani. Per fare ammenda completa di questo mio errore, debbo onestamente rinunziare alla versione ottimistica che tu stesso mi offri, allo scopo, penso, di sollevarmi un poco da una situazione di disagio.
Allora tu, mio caro Paolo, nei miei confronti sei sempre stato il più onesto, il più imparziale, il più acuto di tutti i critici che si interessano al mio modesto lavoro di scrittore. Questa stima che ho per la tua intelligenza, per la tua singolare personalità di artista, mi ha sempre spinto ad amarti come un fratello. Credi però che un sentimento di amore fraterno, sia pure legato al vincolo di sangue, non riuscirebbe mai a piegare una natura come la mia fino al punto di indurla ad amare un ottuso cretino. Vuoi sapere la verità? Ecco qua: quando improvvisai il discorsetto “incriminato”, l’opportunità di una rivalsa morale che il mezzo televisivo mi offriva, la gioia di mettere in giusta luce il valore della commedia, lo slancio vendicativo contro la malafede, mi fecero dimenticare la parte buona di me stesso: il mio senso di responsabilità, in altro momento, avrebbe certamente trionfato.
Se vedi Vittorio Viviani, parlagli tu in mia giustifica. Lui sarà certamente offeso per l’accaduto…ma non è altrettanto buono come te da sentire il bisogno di chiedermi una spiegazione. Le cose se le tiene in corpo, lui…Sto scrivendo una commedia. Scrivere per il teatro mi dà ancora gioia, mi fa sentire ancora un fermento vitale che non troverei in nessuna altra cosa di questo mondo. Non leggo più nemmeno i giornali. I rotocalchi li ho proprio banditi dalla mia casa: troppe fotografie dentro, e gli uomini fotografati mi fanno più paura di quelli in carne ed ossa che si incontrano per strada… tanto non esco; non vedo nemmeno quelli.
La salute non va molto bene; l’umore hai capito come va… forse è quello che incide sulla salute. I personaggi della commedia che sto scrivendo sono tutti cattivi, tutti diffidenti e con l’animo teso verso una luce artificiale che illumina i contorni di ogni suo difetto: la vanità, l’ipocrisia, la prepotenza, l’astuzia, la vigliaccheria, dando in tal modo ad ognuno di essi le false sembianze di autentiche virtù. Scrivo, fermo sulla carta ogni loro atteggiamento ambiguo, ogni momento in cui l’astuzia li fa cadere nelle stesse trappole che vicendevolmente si tendono, l’uno ai danni dell’altro, e rileggendo poi ho l’impressione di aver inventato io, e soltanto con la mia fantasia, il clima di ripugnante corruzione morale di cui si vale la favola.
Vorrei essere pietoso, tollerante nei confronti di questi personaggi spregevoli; ma se trasfigurassi la realtà dei fatti tradirei la mia coscienza di scrittore, per cui non ci sarebbe altro scampo per me che quello di segnare il mio nome nell’elenco dei personaggi della commedia.
Vorrei fare una scappata a Napoli: ne ho veramente voglia. Hai visto come si sta comportando il consiglio comunale nei confronti del Teatro Stabile.
Che c’entra il teatro con la politica. Ormai come si sono messe le cose, ho l’impressione che l’anno teatrale 64-65 sia stato compromesso definitivamente.
Se vieni a Roma non mancare di telefonarmi.
Abbracciami Piera.
Tuo Eduardo
*Su indicazione di Antonio Grieco ripubblichiamo, in occasione dell’anniversario della morte di Paolo Ricci (22 maggio 1986), la lettera di Eduardo pubblicata da “l’Unità”, 4 novembre 1984, e da “Infiniti Mondi”, n. 37, 2024, Speciale Eduardo, pp. 185 – 186. (Cfr. A. Grieco, Eduardo e Paolo Ricci, Storia di un’amicizia tra impegno civile, teatro e vita, pp. 5 – 55)