GIORNATA DELLA MEMORIA 2026

Ti lascio caro Eduardo, fiore più bello della mia vita, ti lascio a Dio benedicendoti a Lui,
perché solo il Cielo è la dimora degna di te.
A me darai il contributo di accogliere i miei voti per i figli miei e per mio marito.
Questi pochi fogli li lascio ai miei figli nella speranza che vengano letti percorrendo la via
che desidero per loro.

mamma Maria Teresa

È mia nonna Teresa, era, ed io custode di questa sua lettera scritta già da anziana, in cui ricorda il figlio Eduardo, mio zio non conosciuto, ucciso dai tedeschi.
Questa la storia che mi ha raccontato mia madre.
Sfollati a Seiano per i bombardamenti a Napoli, mia nonna con Eduardo e gli altri fratelli, mia madre Maria Rosaria, Antonio e Gustavo, il piccolo Rodolfo detto Raul, hanno con loro un cane a cui Eduardo è molto affezionato.
Il cane abbaia, infastidisce gli altri sfollati riuniti in una sorta di comunità contadina.
Zio Eduardo decide di portarlo in un’altra terra poco distante per affidarlo ad altre persone, la madre gli raccomanda le scarpe nuove comprate ad un mercato di contrabbando. Le scarpe non si trovano in tempo di guerra.
Eduardo ha quattordici anni, si avvia col fratello, il piccolo Antonio, e le parole della mamma nella testa: mi raccomando le scarpe Eduardo!
Eduardo si toglie le scarpe, sono nuove sono rare avrà pensato, meglio sporcare i piedi, si sarà detto. Al posto di blocco – ma sarà sato un posto di blocco? – racconta Antonio fuggito e ritornato dalla madre Maria Teresa, ci hanno sparati, a Eduardo sono cadute le scarpe di mano, e Antonio balbetta mentre parla con gli occhi storzellati dalla paura – balbetterà ancora per molto tempo –, ci siamo nascosti dietro un albero, c’era anche una pietra grande, siamo rimasti lì dietro, ma poi Eduardo aveva il sangue sul braccio ma diceva “le scarpe, le scarpe”, è ritornato a riprenderle, ho sentito un altro colpo, l’ho visto cadere, poi il silenzio e sto qua, aiuto!
Accompagnata da un carabiniere, mia madre Maria Rosaria ha cercato il fratello per cinque giorni. Era morto a terra risparato alla testa, vicino una giovane donna incinta, morta uccisa anche lei. Su una carriola la sorella ha sistemato il corpo morto del fratello e lo ha portato al Monastero di Vico Equense per farlo benedire e seppellire.
Il padre, mio nonno, al comando di un battaglione di bersaglieri, non è stato subito avvisato per paura di un suo precipitarsi e quella che venisse, per questo, ucciso anche lui dai tedeschi.
Che miscuglio, dico io, ma è stato così. Mio nonno torna a casa, non trova Eduardo, capisce e sviene. Mia madre così mi ha raccontato. 
Ancora conservo la giacca ed il pantaloncino corto che indossava zio Eduardo. Mia madre non ha avuto il coraggio di farlo sparire, e neanch’io. Nella manica destra c’è ancora il colore del sangue secco di quel braccio, nella tasca di sinistra un piccolo dizionario italiano–inglese, in quella destra l’immagine della Madonna di Montevergine, in stoffa, con laccetto da collo. 


Ed allora questo è successo dentro di me.
Ho messo in scena questi ricordi: la giacca, il pantaloncino, il vocabolarietto, la Madonna di Montevergine. Tutto su una semplice sedia. Era la verità. Eduardo, un ragazzino di quattordici anni che voleva bene al suo cane e non voleva sporcare le scarpe che la madre gli aveva raccomandato.


Ed allora anche questo è successo dentro di me:

guerriero antico
1981-2000

guerriero antico
silenzioso
in cantilene d’ombra
attendi senza gli occhi
come in tutte le guerre
la ragione affollata di deserti

tutti siamo corpo di donna

ecco i vivi
1980

a mia madre
alla sua intelligenza del cuore

ecco i vivi
che cercano di amare
tra formule e ossidrili
e montagne ioniche
spalmate in liquide muffe d’infinito
i malati sono sonni
che guardano diversi
parlano vulve e priapi feriti
nel cuore ancora rosso
grigio di cervello
dove i colori attraversano macchie
che i desideri sgretolano
lasciando pause di silenzio
contano la terra
adesso
anche il cielo
si cerca l’ordine che lavi le mani
e nei pensieri confusi
c’è tutto quello che amiamo
tutto quello che è grande
per essere amato
cara
ora è tardi
ti bacio

Ariele D’Ambrosio
da Canzone per Nejra – tra guerra e terrorismo, Napoli, Gaetano Colonnese Editore, 2005.

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