di Rossella PETROSINO
C’è una frase colta nel climax della messa in scena che offre la sintesi amara della condizione poetica di Enzo Moscato: «Alluccano, alluccano…ma stanno sempe zitti» (cit. da Co’Stell’Azioni). Pronunciata da Tonino Taiuti con saggezza rassegnata, questa frase concentra in sé il grido irrefrenabile di una drammaturgia torrenziale, ricca di lingue e pensiero, che ha dovuto fare i conti per decenni con la sordità dei grandi circuiti produttivi. Ma a dispetto di questa sordità, a due anni dalla scomparsa del suo autore, questa parola ritrova oggi come luogo d’elezione il palcoscenico del Teatro Mercadante di Napoli.
Non posso narrare la mia vita, diretto da Roberto Andò, condensa, in 1 ora e 50 minuti, parte dell’universo drammaturgico di Moscato. L’intera architettura narrativa si impernia su Gli Anni Piccoli – il volume pubblicato da Guida nel 2011 e dedicato all’infanzia e alla prima adolescenza dell’autore – che costituisce l’ordito strutturale da cui lo spettacolo prende le mosse e a cui costantemente si riferisce. In tale contesto, sfilano come innesti testuali le ossessioni e i ritmi di Rasoi, le partiture malinconiche di Hotel de l’Univers, i dolori visionari di Occhi gettati e Signurì, signurì…, fino alla ricostruzione storica ed emotiva di Napoli ’43. Questa selezione attinge alla produzione di Moscato maggiormente frequentata dal pubblico e dalla critica e include altre citazioni tratte da opere quali Partitura e Co’Stell’Azioni.
Il regista sceglie di eseguire una fusione alchemica di questi scritti di Enzo Moscato, la cui esistenza – come recita Lino Musella che lo interpreta – nasce «da uno dei bruciacchiati resti di Napoli». È questa genesi, come sappiamo, a imporre una natura duale al drammaturgo (così come è la natura della città di Napoli); al contempo legata alla «antica e resistente struttura di marmo e travertino… abituato come nessun altro alle ingiurie e ai matti scherzi della danza del fuoco, e protesa nel vuoto, nel nulla, nell’inesistenza e nell’indeclinabile. Assoluti.» (cit. dallo spettacolo). È proprio vivendo costantemente questa scissione che Enzo Moscato si sottrae alla narrazione lineare e trova la sua unica via di salvezza nell’ossessione del frammento, nel “fluido incoerente”, determinando anche il titolo di questo spettacolo. Non vi è narrazione possibile.
L’allestimento di Roberto Andò, con la scenografia di Gianni Carluccio, tenta di rispondere a questa scommessa traducendo la rovina in una architettura di monumentale e controversa potenza. Domina la scena una grande scalinata oscura, babelica e imponente, una struttura che per verticalità e ampiezza richiama la scala del Paradiso dantesco, rivelandosi però un luogo tutt’altro che beato. Essa diviene simbolo della caduta e dell’impossibilità di ascesa, autentica sede della rovina e delle fobie. In cima, a presidiare questo abisso e il caos umano che la popola, si erge la statua monumentale di Sant’Antonio. La sua iconografia non è una promessa di salvezza, ma la messa in scena di un trauma primario: il suo sguardo rievoca l’episodio in cui la madre innalzò il drammaturgo bambino, malato, «fino al volto cereo olivastro, fino agli occhi di lucente smalto nero della statua» per chiedere grazia di salute. Questo incontro infantile con lo sguardo fisso del “mostro” e della “faccia orribile” è la matrice del suo terrore per tutte le statue imponenti sia di chiesa che laiche, e della sua successiva tendenza a dialogare in silenzio con quelle “facce atterrenti”. La scala diviene così la riproduzione di un luogo di terrore, sacro e personale al tempo stesso, dove i personaggi si ammassano come una moltitudine, spesso colti da un sonno che somiglia a uno svenimento. Una condizione di quiete forzata, che è insieme torpore e fuga dalla realtà, esplicitata dal celebre passo tratto da Rasoi e recitato egregiamente da Tonino Taiuti: «A nuttata è passata… passata, e stanno ancora durmenno chille llà ncoppa… ncoppa? Vulesse sapé comme fanno cu stu calore… stu calore! Ma forse hanno rragione lloro… loro chille llà ncoppa…ncoppa, è meglio ca se dorme, quanne se dorme, nun se sente niente… niente…».
Al centro, ai piedi di questa Babele statuaria, si apre l’elemento più simbolico, la vasca rettangolare, l’“Aquarium Ardent”. Per descriverne la complessa valenza di questo elemento scenico appare necessario fare ricorso alle parole che lo stesso Moscato scrive nell’Avvertenza all’omonimo testo: «L’acquario ardente, bruciante, illusorio e ustorio, dell’anima, tra i cui contaminati riflessi, più che mai Rimbaud sembra proporsi come l’antesignano autentico della psiche adolescenziale contemporanea, sorta di semicomico crogiuolo, un po’ mistico e un po’ eversivo… dentro cui scendono a reagire emozioni ed esperienze, dirette e crittografate, metaforiche e letterali, senza tralasciare di passare, ovviamente, per la cartina al tornasole degli “avverroismi” dialettologici-made in Naples, miei tipici svolazzi del lavoro sulle lingue-anatomie». L’acqua non è salvezza, ma un fluido incoerente, un po’ mistico e un po’ eversivo, sospeso tra metafora psicologica e palcoscenico della vita popolare napoletana.
Nello svolgersi dello spettacolo, la vasca assolve infatti a una duplice funzione: talvolta funge da coscienza inquieta del protagonista, incarnando le emozioni estreme che lo attraversano; talaltra agisce come specchio della realtà urbana, rievocando i bagni pubblici dell’epoca Laurina. Questa metafora prende forma nell’azione, vi è infatti un momento chiave in cui gran parte dei personaggi si tuffano nella vasca e ballano, si schizzano, stanno a galla e nuotano, trasformando il crogiuolo psichico in un luogo di sfogo fisico e di caotica vitalità.
L’insieme – amplificato dagli intermezzi musicali curati da Pasquale Scialò ed eseguiti con maestria da Lello Giulivo e Flo – unito alla presenza del pianista in scena e dell’immancabile microfono su asta, sono elementi che richiamano esplicitamente la tradizione del Varietà. Quel genere che ha segnato la storia dello spettacolo napoletano e che, a partire dal secondo dopoguerra, si è evoluto in Avanspettacolo, Rivista e Sceneggiata, forme teatrali apparentemente leggere ma capaci di celare, sotto il riso popolare, una profonda critica sociale e il dramma esistenziale. Per tutta la durata dello spettacolo musica e parola procedono insieme, cercando di dare all’anima di Moscato – come scrive lo stesso Scialò citando il drammaturgo nel libriccino Tradizione, tradimento, tradinvenzione. Sull’opera di Enzo Moscato edito da Dante & Descartes nel 2024 – una ulteriore «chance di esprimersi».
Le scene di altissimo profilo create da Gianni Carluccio, tratto distintivo e atteso della regia di Roberto Andò, conferiscono all’allestimento una monumentalità imponente, abilmente stemperata e sezionata dall’apparizione di teche-contenitore in cui si materializza il grottesco. Ne è un esempio la vetrina che ospita un episodio di caotica e assurda violenza alla quale ha assistito, forse, Enzo Moscato da bambino: il combattimento tra Babbi Natale, restituito al pubblico attraverso un suggestivo effetto rallenty.
Su questo sfondo si muove la massa babelica di attori, dal cui impasto corale ne emergono tre, ciascuno investito di una precisa valenza simbolica, un punto di accesso alla complessità umana e poetica del drammaturgo. Lino Musella, vestito di bianco e scalzo, è anima in transito che rievoca la leggerezza e l’intransigenza di Moscato. Egli è eccellente e incisivo nei momenti in cui non cede alla mimesi, quando cioè riesce a tradurre la parola in azione scenica e in un incedere silenzioso e autorevole, più che in una riproduzione dello stile recitativo o della vocalità del Maestro. Giuseppe Affinito, nei panni di un cameriere amletico in frac nero, dà corpo all’amarezza dell’autore di talento, condannato a bussare a porte che restano chiuse. L’offerta del caffè a Musella/Moscato, su un vassoio dai riflessi scintillanti, diviene un rito simbolico sulla solitudine del genio, che trova il suo epilogo nel ballo struggente di Toledo Suite. Tuttavia, questa figura è talmente carica di significati stratificati da rischiare l’opacità; un simbolismo estremo che, per eccesso di densità, rischia di sfuggire alla comprensione immediata. Tonino Taiuti merita un plauso eccezionale, egli non indossa la maschera, la incarna. Diventa il tramite perfetto della tradizione quando, sulla scala, veste i panni di quel Pulcinella – “bella metafora di morte” – che Moscato temeva.
In taluni passaggi, emerge l’intenzione della regia di superare la rappresentazione testuale in favore di una evocazione affidata alla forza delle immagini. Se l’Aquarium Ardent definisce lo spazio, il ballo dei tre attori en travesti agisce come un richiamo ai fantasmi di Ragazze sole con qualche esperienza.
Resta da capire se, esaurito il tempo della coscienza e del senso di giustizia, possa bastare la bellezza contemplativa di uno spettacolo per attuare un riscatto. Può la magnificenza scenica di oggi rimediare al danno dell’oblio istituzionale subito dall’autore in vita?
Tirando le somme, l’allestimento di Roberto Andò si configura come una operazione di profonda devozione e omaggio alla poetica di Moscato. Nonostante il rischio di eccessiva densità simbolica in alcuni passaggi, lo spettacolo ha il merito di restituire con impeto la necessità poetica di un autore che attende e merita di essere ancora rappresentato.
E per chiudere con un augurio degno di un tale riscatto artistico, ci auguriamo che ritorni a nevicare a Napoli. In fondo, Moscato ci ha insegnato che il teatro, al pari della neve in questa città, è una “bellissima illusione”, una utopia inafferrabile capace di nascondere il brutto e rivelare l’invisibile.
Foto di Lia Pasqualino
Teatro Mercadante, Napoli
Sabato 13 dicembre 2025
NON POSSO NARRARE LA MIA VITA
da Gli anni piccoli e altri testi di Enzo Moscato
drammaturgia e regia Roberto Andò
con Lino Musella
Tonino Taiuti, Flo, Lello Giulivo, Giuseppe Affinito
e Vincenzo Pasquariello, Ivano Battiston, Lello Pirone, Eleonora Limongi
voci e corpi della città Nikita Abagnale, Mariarosaria Bozzon, Francesca Cercola, Gabriella Cerino, Nicola Conforto, Mattia Coppola, Vincenzo D’Ambrosio, Matteo Maria D’Antò, Ciro Giacco, Eleonora Fardella, Mariano Nicodemo, Maurizio Oliviero
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche Pasquale Scialò
suono Hubert Westkemper
coreografie Luna Cenere
trucco Vincenzo Cucchiara
parrucchiera Sara Carbone
aiuto regia Luca Bargagna
direttrice di scena Teresa Cibelli
assistente alle scene Rosa Andreottola
assistente alle scene tirocinante “Accademia di Belle Arti di Napoli” Alessandra Avitabile
assistente ai costumi Nunzia Russo
assistente suono e fonico Italo Buonsenso
assistente al trucco Ludovica Pagano
assistenti alla messinscena Isabella Rizzitello e Niccolò Di Molfetta (allievi registi della Scuola del Teatro Nazionale di Napoli)
capomacchinista Enzo Palmieri
macchinista Nicola Grimaudo
datore luci Francesco Adinolfi
elettricista Diego Contegno
sarta Daniela Guida
foto di scena Lia Pasqualino
un ringraziamento a Agostino Cossia e Benedetta Perez
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale