Il carisma profetico e la sperimentazione teatrale contemporanea

di Antonio GRIECO

E’ possibile indagare la genesi del discorso profetico a partire dal corpo? Questo tema è affrontato da Giovanni Di Luca in un testo (Il profeta nell’Antropologia del gesto di Marcel Jousse. Per dare corpo al carisma profetico) che rappresenta un’acuta riflessione filosofica sull’argomento.

Mai come in questo triste momento della nostra Storia, il carisma – quel particolare dono di influenzare e guidare gli altri che secondo Max Weber distingue uomini e donne di indubbia personalità – ha esercitato un potere così decisivo nella vita delle nostre comunità. Forse sarà questo orizzonte postmoderno che non smette mai di disorientarci, di confondere il vero con il falso, ma abbiamo l’impressione che quel dono così prezioso, soprattutto sul piano politico, venga spesso utilizzato da personaggi senza scrupoli, narcisisti, violenti, – spesso condannati per i loro gravi crimini dalla giustizia del loro paese o dalla corte penale internazionale (si pensi, solo per citarne qualcuno, a Netanyahu, a Putin, o allo stesso Trump) – al fine di sottometterci ai loro disegni autoritari e liberticidi. Senza dire che quando questi impuniti “signori della guerra” si incontrano nelle loro sfarzose sedi istituzionali, si ha immediatamente la sensazione che trasformino in un battibaleno quel loro “potere carismatico-gestuale” in uno spettacolo tragicomico, studiato nei minimi particolari, per far colpo su di noi, ingenui e poveri sudditi sparsi in ogni angolo del nostro disastrato pianeta. Dunque, non possiamo oggi non vedere in quella dote così singolare qualcosa di inquietante, che ha a che fare con il dominio assoluto di pochi uomini sui corpi e sul destino di intere comunità sparse in ogni angolo del globo, che, talvolta, appaiono  attonite, stordite, incapaci di opporsi a questa inarrestabile deriva morale ed etica dei gendarmi del mondo. Ad onore del vero, dobbiamo però dire che il potere carismatico, nella millenaria vicenda umana, ha avuto una ben diversa storia; una storia di grande umanità e dignità culturale, al punto di avvicinarlo spesso alla profezia e al discorso antropologico. Questi aspetti sono trattati nell’interessante saggio (autoprodotto e ripreso dalla sua tesi di laurea) di Giovanni Di Luca, Il profeta nell’Antropologia del gesto di Marcel Jousse. Per dare corpo al carisma profetico: una stimolante riflessione, tra filosofia, antropologia, sociologia, che ha il merito di farci scoprire la genesi remota di quel dono che sin dalle origini ha legami profondi con le espressioni più autentiche della fede religiosa: soprattutto con la figura del profeta biblico che vede ciò che gli altri stentano a riconoscere e ci proietta in un altrove ricco di autenticità e di senso. Di Luca indaga questa traiettoria filosofico-religiosa partendo da L’Antropologia del gesto di Marcel Jousse: un importante testo (pubblicato nel 1974 dall’editore Gallimard di Parigi) del gesuita, filosofo e antropologo francese che analizza il tema del sapere attraverso il gesto, il corpo, il “mimismo”, avvalendosi di ricerche sul campo sulla vita di antiche etnie primitive, senza però mai trascurare la trasmissione orale di popoli “senza scrittura”: ma non senza Storia, tradizioni, cultura. Scavando nell’opera di Jousse, l’autore ci consente poi di scoprire quanto il carisma profetico resti un dono della fede che tutti potenzialmente possiamo ricevere: un “agire profetico” che, sempre secondo il filosofo transalpino, in un inedito intreccio dialettico tra corpo e mondo della vita, vede l’essere umano come minatore della realtà. Scrive Di Luca: «Il gesto joussiano elide ogni archetipo razziale, culturale, temporale, spaziale… I gesti orali e/o mimici sono più vivi di molte parole che ancora oggi, nei libri tramandati dalla storia, come la Bibbia, vengono ripetuti senza mai chiedersi sul come sia stata pensata quella cosa…  I compositori gestuali e orali, i Nabis mimeurs, cioè i primi profeti, non pensano mai direttamente per iscritto e ciò comporta inevitabilmente una forma mentis diversa dalla nostra modellata dalla scrittura alfabetica» (pp. 6/7). Da questa angolazione corporeo-antropologica, e con un intento in qualche modo esemplificativo, egli passa poi ad evocare la suggestiva esperienza del profeta della Costa d’Avorio Koudou-Gbahié, un testimone della marginalità e della sofferenza della sua gente che ha intususcepzionato (p. 11) l’anima di suo fratello morto, di cui, con una non comune vis performativa, ripropone la memoria del suo tragico vissuto alla sua gente. Particolarmente stimolante ci è apparsa anche la parte iniziale del saggio, quando, sulle tracce di Max Weber, Di Luca ci spiega che il dono carismatico riesce a sintetizzare quel mondo di relazioni non ancora formalizzate che fanno parte della nostra quotidianità e cultura. Un indirizzo sociologico-antropologico che in qualche modo sembra ancora far pensare alla predicazione di Koudou, «contestatore a tutti gli effetti», che parla con tutto il corpo e nei villaggi mette in scena «riti agonistici e stregoneschi che riscuotono grande successo, soprattutto nella frangia dei giovani». (p. 118/ 119). E a questo punto, data la centralità del corpo nella comunicazione non verbale su cui spesso ritorna Di Luca, ci sembra opportuno ricordare che questo agire carismatico-profetico – insieme ad altre, inedite espressioni della nostra creatività – è presente in tanta nostra letteratura, e nella stessa, radicale innovazione del teatro sperimentale dello scorso secolo: basti pensare a Pasolini, ma anche ad attori e registi, molto diversi tra loro, come Antonin Artaud, Jerzy Grotovski, che nel suo “Teatro povero” utilizzava «un linguaggio elementare di segni e suoni oltre il tessuto semantico della parola» (Per un teatro povero, Roma, Bulzoni, 1970, p. 61); e, in un tempo più vicino a noi,  a personalità di eccezionale talento come Romeo Castellucci, Antonio Neiwiller, Enzo Moscato, Pippo Delbono, Eugenio Barba. In particolare, quest’ultimo, regista italiano (fondatore, come è noto, dell’Odin Theatre) e studioso delle diverse tradizioni teatrali europee ed asiatiche, in un suo trattato di antropologia teatrale si è  soffermato con particolare acume critico su tecniche corporee pre-espressive (molto vicine a nostro avviso al dono “carismatico-profetico” di cui parla l’autore), che sono alla base dei differenti generi del nuovo teatro e ci consentono di accrescere le nostre conoscenze sul piano pratico, analitico e storico (Cfr. Eugenio Barba, La canoa di barca. Trattato di antropologia teatrale, Bologna, Il Mulino, 1993, p.23.).  Profeti dunque anche loro, questi grandi artisti contemporanei hanno cercato con la loro arte di intercettare quel soffio spirituale originario che ci permette, oltre il “Reale fenomenico”, di percepire “l’Oltre”, l’”Invisibile”, ciò che di autentico (e indivisibile) è nascosto in ogni essere umano. Letto da questa prospettiva “laica”, questa originale indagine sul carisma profetico del giovane studioso napoletano crediamo possa aiutarci a scoprire un’altra dimensione della vita, che ci consenta – come auspicava Antonio Neiwiller nel suo Per un teatro clandestino (1993) – di liberarci dall’oppressione, di riconciliarci col mistero, in qualche modo di resistere anche tra le macerie alla tragica perdita di umanità e di senso del mondo contemporaneo. 

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