Un Due Tre Stella, una favola visiva che ci avvicina alla verità del mondo

Una riflessione sull’originale cortometraggio di fiction del Trio Teatrale Bardefé, con la partecipazione speciale di Enzo Moscato

di Antonio GRIECO

All’inizio, c’è un cielo stellato e in primo piano dei corpi che fluttuano leggeri nello spazio cosmico. 
Da lontano ci giunge l’eco del frangersi delle onde sulla battigia. La camera si sposta poi nei pressi di un Castello medievale dove tre bambini giocano con una grande palla colorata. Subito dopo, in un viottolo di campagna, tre uomini vestiti in modo elegante con grandi cappotti scuri discutono animatamente nei pressi di un albero. Sono incerti sulla strada da seguire, ma sono determinati a proseguire il loro cammino cercando di notte una stella che li condurrà in un luogo imprecisato, dove, ne sono sicuri, avverrà un evento misterioso. In sintesi, questa è la trama del cortometraggio Un Due Tre Stella ideato dal Trio teatrale Bardafé (Luciano Barbarisi, Enrico De Notaris, Adolfo Ferraro), con la partecipazione di Enzo Moscato (Voce fuori campo), Mario Coppeto, Renato De Rienzo, Lino e Samuel Vairetti, e la regia di M. Deborah Farina. Il corto è come un breve racconto per immagini e, in generale, deve rispettare una strategia che sottrae allo sguardo ciò che è mera illustrazione visiva. Le immagini, insomma, più che rappresentare devono tendere a racchiudere in loro stesse il senso ultimo della narrazione. E, allora, diciamo subito che uno dei pregi di questo corto, che si fa apprezzare per la sua eleganza e leggerezza compositiva, è proprio quello di condurci con rapide, sintetiche sequenze, in un altrove surreale e fantastico; una atmosfera che già dalle inquadrature iniziali fa pensare ad una ricerca poetico-filosofica intorno ad un più autentico sentimento dell’ essere dentro la Storia. In tal senso, quei bambini che vediamo rincorrersi spensierati nelle prime scene, sono forse la chiave segreta di questa suggestiva favola visiva, perché sembrano alludere all’innocenza e al gioco come elementi essenziali alla fondazione di comunità alternative all’illusorio mondo del consumo: come pure, per nulla casuali sono le parole dell’indimenticabile Moscato, che recitano così: “Cosa muove gli uomini a lasciare le loro vite di sempre e a chiedersi altro? Una grande passione, magari un amore, spesso una delusione, ma sempre, proprio sempre, il bisogno di realizzare un desiderio”. Parole illuminanti, perché qui il desiderio di cui parla il nostro Maestro, è inscindibilmente legato alla nostra interiorità, all’inconscio, a quella parte ignota a noi stessi che, secondo Freud, alimenta e costituisce il nostro immaginario.  E, allora, il viaggio dei tre omini che come i re magi vediamo procedere stralunati in fila indiana, tra spiagge desolate e terre sconosciute in cerca della “giusta stella”, peraltro in grave ritardo all’appuntamento con quell’evento che cambierà la storia dell’umanità (il bambinello “se continua così rischiamo di trovarlo già adulto”), è da una parte dissacrante metafora del racconto della Natività, dall’altra intelligente meditazione sulla condizione umana nei processi di secolarizzazione delle società contemporanee. Dunque, perdersi in un tempo di cui non comprendiamo il senso (“c’è mancato il tempo ma forse siamo stati noi a mancare il tempo”), abitare l’ignoto, ritrovare una perduta innocenza sotto un albero all’ imbrunire, è necessario e vitale proprio per sottrarsi ad un mondo ormai sempre più specchio della più violenta negazione dell’essere. Un altro sguardo sull’orizzonte del presente, sembrano dunque dirci questi tre amici – che nel loro incerto cammino “hanno dimenticato anche i doni” da portare al Bambin Gesù – è possibile, e possiamo scoprirlo solo guardando  in noi stessi, riandando alle nostre radici senza mai dimenticare la lezione “rivoluzionaria” che ci giunge dallo spirito libertario dei nostri grandi pensatori del passato: come quella famosa frase di Bruno (“Maiore forsan cum timore sententiam in me fertis quam, ego accipiam”, declamata da un uomo in abito domenicano in una grande piazza desolata e vuota), che risuona ancora come un monito a non abbandonare mai, anche di fronte alle più feroci persecuzioni del potere, il desiderio di libertà che si nasconde nel più profondo della nostra anima. E a confermare che questo corto, dissacrante e ironico, intende alludere criticamente anche all’immaginario fantastico legato alle nostre tradizioni culturali (e anche religiose), c’è la scena in cui, quasi fuori contesto, nel buio di un palazzo disabitato ci giunge la voce di Eduardo che con Pupella interpreta le prime scene di “Natale in casa Cupiello”. Poi, vediamo ancora i tre viandanti vagare tra campagne abbandonate, fin quando giungono in un giardino, sospeso e magico, e su albero scorgono un “signor barone” – citazione calviniana de “Il Barone rampante” – simbolo del potere pericoloso che esercita sugli uomini la letteratura, e che per questo uno di loro si incaricherà di sopprimerlo senza pietà. Un chiaro, libertario messaggio ideale e “politico”, oggi, purtroppo, di sconvolgente attualità. E, allora, in questa surreale, frammentaria rappresentazione visiva – dove non si sa se “il vivere è morire e se il morire non sia vivere” (è ancora Moscato che parla) – non si può non ricominciare dall’ innocenza per ritrovare l’autenticità del nostro vissuto: da quella di un piccolo, riccioluto calciatore che in un campo di periferia gioca solitario e felice indossando la maglia di Maradona, a quella dei tre bambini, che alla fine (come nelle prime scene) si passano la palla l’uno con l’altro. Barbarisi, De Notaris e Ferraro, che in ogni loro gesto tradiscono il loro storico legame col teatro, in questa intelligente interrogazione filmica sull’arte e la vita al tempo della post-modernità, ci dicono che occorre ripartire dall’immaginazione per sottrarsi al pensiero unico dominante e all’autoritarismo del mercato globale: da quell’immaginario fantastico che, per dirla con Calvino, è innanzitutto partecipazione alla verità del mondo. Suggestive le musiche di Lino Vairetti, illuminante la presenza del “nostro” Moscato, che lascia anche qui un segno indelebile del suo straordinario magistero artistico; efficace la regia della brava Deborah Farina; bene la presenza attoriale di Mario Coppeto, Renato De Rienzo, Lino Vairetti, Samuel Vairetti e dei bambini (Antonio Grieco, Giovanni Piccirillo, Guido Piccolo, Ubaldo Zona) che aprono e chiudono questo visionario racconto cinematografico; rigorosa la  fotografia  di Federico Passero.