IL BACIAMANO E LA VIOLENZA CIECA DELLA STORIA

Il ritorno al Teatro Sannazaro del capolavoro di Manlio SANTANELLI
a cura di Antonio GRIECO

Scritto nel 1993 e rappresentato per la prima volta nel cortile del Palazzo Reale di Napoli nel 1999, Il Baciamano di Manlio Santanelli è stato riproposto in questi giorni (dal 31 ottobre al 2 novembre), per la regia di Antonio Grimaldi, al Teatro Sannazaro di Napoli. Diciamo subito che la scelta di ripresentarlo oggi ci è subito apparsa opportuna e per nulla casuale, perché il lavoro del drammaturgo napoletano, ambientato nella tragica atmosfera della rivoluzione napoletana del 1799, in fondo, non ha mai smesso di parlarci, di  alludere al nostro presente, di evocare un mondo e un tempo devastati da una violenza cieca dove “gli illuministi” – e tutti coloro che in qualche modo credono nella giustizia e nella superiorità della ragione –  non sono più stati in grado di rispondere ai bisogni di una umanità ai margini della Storia. Con la conseguenza che i diseredati, gli ultimi, abbandonati al loro destino, gli si sono rivoltati contro cadendo nelle braccia dei loro stessi carnefici. Del resto, basta rileggere il Diario napoletano dicembre 1798 – 1799 di Carlo De Nicola (Giordano Editore, a cura di Paolo Ricci, 1963) per rendersi conto che molte delle attuali, drammatiche fratture del nostro mondo globalizzato hanno origine in un tempo remoto e in un male antico. A un certo punto, per esempio, per tornare al Diario di De Nicola, l’onesto e timoroso avvocato che segue giorno per giorno gli eventi della rivoluzione napoletana dalla sua abitazione in collina, annota: “Fin oggi sono settanta gli afforcati, dodici i decollati, che uniti ai venti eseguiti a Procida, si contano finora novantadue giustiziati”. In questa triste storia di sangue e di morte – in cui la massa di popolo guidata dal cardinale Ruffo, all’arrivo di Ferdinando, saccheggiava, trucidava e violentava giacobini inermi – non mancarono neanche efferati episodi di cannibalismo. Illustri intellettuali e scrittori napoletani hanno tratto dai fatti del Novantanove acute riflessioni, che forse potrebbero ancora illuminarci evitando che quella tragica vicenda si ripeta con gli stessi errori. Vincenzo Cuoco, per esempio, nel suo famoso saggio sulla rivoluzione napoletana, seppe per primo cogliere tutta la portata storica di quel tragico evento, quando affermò che il divario culturale tra il popolo minuto e gli intellettuali giacobini fu così grande che interessò persino la lingua di questi ultimi assolutamente estranea agli strati più poveri della città. Il maggior merito di Santanelli, con Annibale Ruccello ed Enzo Moscato grande maestro del teatro napoletano post-eduardiano, ne Il Baciamano è, a nostro avviso, di aver  compreso che da quella emblematica storia napoletana sarebbe potuto scaturire un’opera teatrale di alto respiro poetico; un testo, però, che – rifuggendo da una innocua narrazione degli eventi, e guardando alla più avanzata sperimentazione europea –  si fondi sul recupero della parola e sul linguaggio del corpo in scena; una scrittura della crudeltà intesa insomma come ricerca artaudiana di una verità superiore, intelligibile, non semplice riflesso del reale. Ne Il Baciamano di quell’oscuro mondo di “resti” fuori dalla Storia, vi sono tracce già nella scena iniziale, in quella camera semibuia, “lurida e cenciosa”, abitata da due ombre del sottosuolo: la Janara (la strega), madre di quattro irrequieti bambini e annullata nella sua grazia femminile da Salvatore, marito violento e dispotico, e il Gentiluomo (il Giacobino) – elegante nel linguaggio e nei modi della classe borghese cui appartiene – da lei tenuto prigioniero e imbavagliato per poi ucciderlo e cucinarlo per ordine di Salvatore. Tra queste mura domestiche, che trasudano di morte e di sangue, tra i due, la lazzara e l’intellettuale giacobino, simboli di due mondi diversissimi destinati a non incontrarsi mai nella vita reale, ha inizio un orrido dialogo incentrato addirittura sulle modalità con cui il prigioniero deve essere cucinato: “Niente cavurare e tiane. Te facimme arrusto ‘ncopp ‘a fiamma”. Il giacobino siede imbavagliato e legato mani e caviglie su uno sgabello ai lati di una scena livida, con una luce violacea che a stento lo sfiora dall’alto; gli manca il respiro, si sente soffocare e, senza perdere nemmeno per un attimo il suo naturale aplomb, chiede alla donna di toglierli il bavaglio. Tra i due, dopo queste prime azioni, inizia un vivace scontro dialettico senza esclusione di colpi sul senso stesso di essere al mondo, con il Gentiluomo che accusa apertamente Janara di non aver ormai più nulla della bellezza che contraddistingue il meraviglioso universo femminile (“mi dici tu con le donne che cosa hai in comune?”), e lei, costretta da sempre a una vita di stenti e di violenza, che si difende confessandogli che “lo mangia per fame e non per vizio”. Aggiungendo, subito dopo, che “a mangiare i giacobini non si fa peccato”. In tutto questo tragico e surreale incedere del dramma, al Gentiluomo non manca l’ironia, come quando fa notare alla donna che un uomo come lui dedito alla pace fraterna, nella prospettiva utopica di un mondo più giusto, non può assolutamente finire i suoi giorni alla scapece o all’acqua pazza; e per questo chiede di essere cucinato in “salsa francese”. Insomma, in questa splendida favola noir, dove si avvertono echi letterari e visionari del Basile, della poetica ruccelliana ed anche della psicanalisi freudiana, un barlume di luce si intravede solo quando la Janara su richiesta del Gentiluomo racconta la favola di Ficuciello, il piccolo e fantastico essere tenuto nascosto dalla madre, che salva il re diventando ricco; o quando lei esprime il desiderio del baciamano (“di quella cosa che l’uommene fanno alli femmene”): un  rito che ha visto fare una sola volta nella sua vita dinanzi al Palazzo Reale, dove da una carrozza discese una signora “bella quanto Maria Vergine”; e allora i due, ripensando alla magia di quella cerimonia, decidono di ripeterla, di metterla in scena proprio qui, in questa oscura grotta attraversata in ogni istante  da pulsioni di vita e di morte; e allora, finalmente libero dai lacci ai polsi e alle caviglie, il giacobino, prima di baciare la mano alla sua aguzzina, immagina la scena di quella bella giornata di primavera con la carrozza da cui scende la principessa berbera promessa sposa del primogenito del re;  è forse il momento più poetico della pièce. Poi i due corpi si intrecceranno in un amplesso liberatorio, quasi a simboleggiare un destino comune, la stessa possibilità di unire mondi lontanissimi per sensibilità, stile di vita e cultura: potrebbe iniziare un’altra storia ma lui ha promesso di stare ai patti e di non voler assolutamente sottrarsi alla morte; e così sarà egli stesso a spingerla con decisione ad ammazzarlo: “tanto la causa giacobina è persa! E ci sono momenti in cui sopravvivere ai propri compagni di lotta è un grande disonore”. Dunque la scena finale del dramma, col coltellaccio della Janara conficcato nel corpo del Giacobino, rappresenta nient’altro che la sconfitta di tutte le utopie, di tutti i sogni di giustizia e di liberazione cancellati dalla Storia. Non possiamo chiudere la nostra breve riflessione su questo illuminante capolavoro di Santanelli, senza dire della prova magistrale dei due bravissimi interpreti, entrambi nel pieno della loro maturità artistica: Anna Rita Vitolo, che ritrae Janara in tutta la sua vitalità animalesca e fragilità esistenziale, con accenti di pura dolcezza che le restituiscono tutta la perduta dignità femminile, e Andrea de Goyzueta, che, con gesti essenziali, dà volto e anima a un giacobino gentile simbolo di un altro mondo possibile e di una eredità che va assolutamente custodita se vogliamo restare umani. Ottima la regia di Antonio Grimaldi, attenta anche ad esaltare tutta la forza espressiva del napoletano in una scena scarna e minimalista; scene di Antonio Fontanella, costumi di Kali; ottime le musiche; grafica di Luca D’Argenio; prolungati applausi del pubblico in sala.

Antonio Grieco