Guida Galattica per i Lettori | Settembre


Contenuti:

  • AMICO ROMANZO
    I Cazalet e la nostalgia delle saghe, a cura di Federica CAIAZZO
    (Elisabeth Jane Howard, La saga dei Cazalet, Roma, Fazi Editore, 2015-2019)
  • SIPARI APERTI
    Un connubio profondo e indissolubile: Shakespeare e Napoli, a cura di Emanuela FERRAUTO
    (Theatrum Mundi. Shakespeare e Napoli, a cura di Antonella Piazza e Silvia Spera, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2020)
  • COME SUGHERI SULL’ ACQUA
    I puntuti fischi dei germogli, a cura di Ariele D’AMBROSIO
    (Mimmo Grasso, Quintino Scolavino, ortaglia, acquerelli di Quintino Scolavino, IL LABORATORIO / le edizioni, 2019)

AMICO ROMANZO

Dalle parole di Giovanni Pozzi: “Amico discretissimo, il libro non è petulante, risponde solo se richiesto, non urge quando gli si chiede una sosta. Colmo di parole, tace”.
A cura di Federica Caiazzo e Carmen Lucia

I Cazalet e la nostalgia delle saghe

Elisabeth Jane Howard
La saga dei Cazalet
Roma
Fazi Editore
2015-2019

a cura di Federica CAIAZZO

Per i numerosissimi lettori che dal 2015, anno della pubblicazione del primo volume della saga, sono stati conquistati dalla sua storia, la famiglia Cazalet è una famiglia di amici, non certo in carne e ossa, ma fatta di scorrevole inchiostro e delicata immaginazione. Leggendo una saga per intero, infatti, e seguendo l’evoluzione dei personaggi raccontata in ben cinque volumi, riusciamo, per così dire, a entrare nella loro quotidianità e nelle loro rassicuranti abitudini, riusciamo a conoscerne  profondamente i pensieri e le ideologie, li incoraggiamo e li rimproveriamo, confortati da una serialità che non esaurisce gli espedienti narrativi ma umanizza e vivifica le storie e i suoi protagonisti. Pertanto, quando arriviamo all’ultima pagina dell’ultimo volume e i personaggi si congedano da noi, li salutiamo a malincuore, come si saluta un amico caro che, sappiamo, ci mancherà.

È il 1937 e a Home Place, nel Sussex, esattamente alle sette meno cinque, i domestici di casa Cazalet si preparano ad affrontare una giornata faticosa: nella residenza di campagna, dove vivono il Generale, la Duchessa e la loro figlia Rachel, stanno arrivando Hugh, Edward e Rupert, i tre fratelli di Rachel e figli del Generale e della Duchessa, insieme alle rispettive famiglie. Si apre così Gli anni della leggerezza, primo volume dal tono descrittivo e interlocutorio, con il quale il lettore viene introdotto in un’atmosfera antica, a tratti obsoleta, dominata da una morale vittoriana incalzata e minata dal cambiamento dei tempi. Sotto la patina del conformismo, si nasconde tuttavia una forza straordinaria: quella delle donne di casa, Rachel, Sybil, Villy, Zoë, Louise e le piccole Polly e Clary, boccioli pronti a schiudersi alla vita. La trama segue uno ad uno i personaggi, che danno il nome ai capitoli che li vedono protagonisti, e si sviluppa attraverso altri quattro volumi: Il tempo dell’attesa, Confusione, Allontanarsi e Tutto cambia. Un albero genealogico e un compendio, posti nelle pagine iniziali di ogni volume, agevolano la lettura e la memoria dei passaggi narrativi più importanti. I titoli scandiscono con precisione la parabola dei personaggi, prima travolti dallo scoppio della seconda guerra mondiale e poi intenti a ricostruire le singole esistenze. Gli anni della guerra sono quelli del tempo sospeso e della confusione, sono anni di desideri soffocati e di gesti audaci, di lutti e di lunghe assenze, ma anche di riflessioni sull’avvenire. Sono volumi dai ritmi piani, con impennate inattese, nei quali la descrizione dei personaggi è affidata per lo più ai loro pensieri e alle loro parole. Se gli uomini Cazalet sono chiamati al fronte o a salvare il patrimonio familiare, le donne muovono i fili della storia intercettando i cambiamenti della modernità e diventando sempre più consapevoli di sé e del proprio ruolo. La faticosa ricostruzione postbellica e il graduale ritorno alla vita sono raccontati in Allontanarsi, forse il volume più incalzante e imprevedibile, denso di avvenimenti e della caotica euforia di chi è scampato alla morte.

In un racconto corale così ricco, al di là dei personaggi, e degli eventi storici che fanno da sfondo alle vite dei personaggi, molteplici sono i temi che emergono. In primo luogo alcuni oggetti, simboli di una condizione sociale o psicologica: per esempio il diario che scrive Clary al padre Rupert durante gli anni in cui, disperso al fronte, tutti lo credevano morto, oppure i cocktails, preparati con cura secondo un religioso e reiterato rituale. Emerge il contrasto tra la campagna, luogo della protezione, della stabilità, dell’attesa e Londra, città caotica, dinamica, dalle numerose e talvolta illusorie possibilità. E ancora: le relazioni, la fatica di crescere, il tradimento, la perdita, l’innamoramento, l’amore. Ogni personaggio è un piccolo mondo, quasi un romanzo a sé, generato dalla somma dei capitoli a lui dedicati, eppure immerso nella coralità coinvolgente ed emozionante dei Cazalet.

Tutto cambia, titolo dell’ultimo volume, ci trasporta nel 1956 e ci saluta con un sospiro: la morte del Generale e della Duchessa ha decretato la fine di un’era; nella modernità ciascuno dei personaggi, ad eccezione degli animi più inquieti, ha trovato la propria strada, ma è una strada ancora tutta da esplorare e che il lettore vorrebbe conoscere e percorrere insieme ai suoi amati amici Cazalet.



SIPARI APERTI

Il sipario aperto è un abbraccio simbolico e visivo che accoglie lo spettatore nella meravigliosa realtà irreale del teatro. Apriamo il sipario anche alla scrittura teatrale, sia drammaturgica che letteraria o saggistica, per godere profondamente di questo magico viaggio.
a cura di Emanuela Ferrauto

Un connubio profondo e indissolubile: Shakespeare e Napoli

Theatrum Mundi. Shakespeare e Napoli
a cura di Antonella Piazza e Silvia Spera, Napoli
Edizioni Scientifiche Italiane
2020
€ 25.00

a cura di Emanuela FERRAUTO

Il piccolo volume dal titolo Theatrum Mundi. Shakespeare e Napoli, edito da Edizioni Scientifiche Italiane nel 2020 e finanziato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Salerno, racchiude numerosi e preziosi saggi curati da Antonella Piazza, docente di Letteratura Inglese presso Ateneo di Salerno, e da Silvia Spera, dottore di ricerca in Studi Letterari, Linguistici e Storici, docente a contratto presso l’Università “L’Orientale” di Napoli e presso l’Università degli Studi di Salerno.
Un formato ridotto che contiene una vera e propria raccolta di contributi, arricchiti da testimonianze di nomi attivi nel campo teatrale.
La premessa, firmata da Antonella Piazza, introduce una lunga presentazione dei saggi, attraverso un excursus che aiuta il lettore a comprenderne velocemente il contenuto per permettergli di dedicare, eventualmente, la propria lettura ad uno scritto specifico. In verità, la lettura integrale del volume è fortemente consigliata, perché genera spunti di ricerca e invoglia ad approfondire alcuni aspetti del rapporto tra i testi shakespeariani e la città di Napoli, toccando approfondimenti eterogenei che si ramificano attraverso il teatro, il testo drammaturgico, la musica, la poesia ed ogni aspetto artistico attraverso cui si possa cogliere il rapporto tra la cultura napoletana e la drammaturgia shakespeariana. L’eterogeneità dei contributi è caratterizzata, infatti, da riferimenti costanti che ci riportano alla drammaturgia e alla scrittura, in forma integrale o riadattata del testo originale, oppure in traduzione, o attraverso l’estrapolazione di un sonetto, attraverso l’adattamento scenico, pur mantenendo il filo conduttore della testualità.
Il primo contributo è un esempio di queste operazioni di rielaborazione. L’autore Manfred Pfister si sofferma sul Sonetto 66, la cui struttura astratta e aperta ad interpretazioni contemporanee, ha prodotto un movimento di traduzione ed assimilazione di questi versi, soprattutto nel secondo dopoguerra. Il Sonetto 66 diventa, così, portavoce della ribellione contro i totalitarismi del Novecento. Le sue parole sono state sviscerate e mediate in nuovi contesti attraverso nuovi mezzi, come la radio e la televisione, adattandosi a varie circostanze o fini politici.
L’autore riporta alcuni esempi di assimilazione e “deformazione” di questo testo, attraverso una ipotetica ed ironica definizione di percorso “Route 66”, approdando anche a Napoli. Si parla, infatti, della traduzione napoletana di Gianni Lamagna dal titolo Neapolitan Shakespeare: diciassette sonetti musicati e tradotti in napoletano. Parliamo di musica e di solida e complessa tradizione del cantautorato napoletano: il «my love» dell’ultimo verso shakespeariano diventa «’a ’nammurata mia», cambiando il genere sessuale ambiguo o astratto del testo originario, collocandolo in una tradizione culturale ben precisa.
Il saggio firmato da Stefano De Matteis presenta un’introduzione accattivante, ironica ed esplicativa: l’autore sottolinea il suo ruolo di studioso e antropologo che trasversalmente si occupa da tempo di Napoli e del suo teatro, pur non essendo uno studioso del Bardo. L’autore guida il lettore tra le fila del discorso che pongono l’attenzione su un aspetto molto importante della scrittura teatrale, cioè le traduzioni, le riscritture e le copie dei testi shakespeariani, in particolare dell’Otello. Se nel Settecento i testi dell’autore inglese furono apprezzati soprattutto al Nord da intellettuali da salotto, solo nel pieno Ottocento possiamo parlare di traduzioni italiane vere e proprie.
La commistione Napoli-Shakespeare in questo saggio verte sulle modalità di assimilazione e di fruizione dei testi firmati dall’autore inglese, la cui fama giunse in Italia e a Napoli prima dei suoi scritti, così come afferma lo stesso De Matteis. Importante, dunque, comprendere come i testi shakespeariani vennero recuperati, tradotti o copiati e, soprattutto, rielaborati in scena dalle famiglie di attori napoletani. Il pubblico italiano e napoletano non era abituato alle trame shakespeariane, soprattutto perché non rispondevano alla richiesta di unità di tempo, luogo ed azione. Pertanto, De Matteis sottolinea che l’unica opera del Bardo che rispetta questa struttura è La Tempesta e non a caso proprio Eduardo De Filippo si cimenta in una difficile e straordinariamente riuscita opera di traduzione.
Il Teatro San Carlino custodiva il copione del primo Otello moro di Venezia che nel 1815 calcò le scene napoletane. Il saggio descrive le peripezie del testo e le relative modifiche, sottolineando la vicinanza tra le tematiche trattate nella storia di Otello e quelle della società partenopea. In conclusione, De Matteis ritorna sul rapporto tra Napoli e Shakespeare citando alcuni dei lavori, degli studi e degli spettacoli che nella contemporaneità hanno mantenuto in vita questo connubio, da Leo de Berardinis, al già citato Eduardo, per arrivare alle traduzioni di Carlo Cecchi.
Anche Antonia Lezza ripercorre un lungo viaggio attraverso le produzioni napoletane e campane che hanno recuperato i testi shakespeariani, citando, in particolare Shakespea re di Napoli, spettacolo che ha debuttato nel 1994 al Festival di Sant’Arcangelo, su indicazione di Leo de Berardinis con la regia di Ruggero Cappuccio, in scena Claudio di Palma e Ciro Damiano.
Lezza recupera la definizione coniata da Enzo Moscato, autore di Mal-d’-Hamlè, lavoro ispirato ai testi shakespeariani: parliamo di “trad-invenzione” che sembra essere, oggi, la parola più adatta per descrivere il connubio tra i grandi classici e i nuovi allestimenti. Si tradiscono, si amano, si modificano, senza perdere il punto di vista originario e così accade anche per l’opera di Cappuccio. Si parte da un testo di riferimento e si crea un nuovo testo, ma la studiosa spinge il lettore a chiedersi se effettivamente la trad-invenzione è attiva anche all’interno di Shakespea re di Napoli. Secondo l’autrice il testo e lo spettacolo di Cappuccio risentono fortemente degli autori della drammaturgia napoletana, da Moscato a Manlio Santanelli, della letteratura napoletana, soprattutto barocca, da Basile a Cortese, a Lubrano, fino a De Simone e all’Ortese, passando anche attraverso la letteratura siciliana, tanto amata e spesso citata dallo stesso Cappuccio che filtra l’interesse per Shakespeare attraverso la lettura delle opere di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Riemergono riferimenti anche alla musica e alla canzone Fenesta Vascia, citata all’interno dello spettacolo attraverso la lettura di alcuni versi.Cappuccio rappresenta una Napoli barocca, sensuale e violenta che deforma il barocco shakespeariano, mantenendo un legame, appunto, di trad-invenzione. Le due edizioni di questo testo (Gremese1997 ed Einaudi 2002) sono state analizzate da Lezza descrivendo le scelte operate nella seconda edizione, che presenta una riscrittura del testo attraverso otto frammenti con eliminazione delle didascalie, costituendo un corpus che ricorda una partitura musicale e vocale che tiene conto di un obiettivo primario, cioè tessere un fortissimo rapporto sonoro e vocale con la città di Napoli.
Il lungo saggio di Simonetta De Filippis si sofferma sugli aspetti scenici dell’adattamento, senza perdere il punto di vista univoco dell’intero volume, cioè la scrittura; l’analisi pone costantemente l’attenzione sul movimento scenico, sulle caratterizzazioni dei personaggi e sulle sfumature che colorano la recitazione, tutti elementi sviluppati attraverso le rielaborazioni napoletane contemporanee.  Il legame con Napoli, infatti, è persistente e l’autrice si propone di analizzare alcuni allestimenti shakespeariani che hanno calcato le scene napoletane negli ultimi vent’anni. Si parte da Per Amleto di Michelangelo Dalisi del 2007, con riferimenti all’influsso di de Berardinis su quest’ultimo, per arrivare al lungo studio sulla drammaturgia e sui personaggi shakespeariani, operato dalla regista Laura Angiulli, all’interno del Teatro Galleria Toledo di Napoli, inserito anche all’interno dei percorsi di Alternanza Scuola – Lavoro (oggi PCTO) rivolti alle scuole secondarie di secondo grado.
All’interno del saggio ritroviamo uno studio sistematico ed approfondito che parte dalla Trilogia del male del 2011 che comprende Riccardo III, Otello, Macbeth-Esiti dalla battaglia. L’analisi, in effetti, non tiene conto del percorso cronologico delle messe in scena degli spettacoli, ma De Filippis cerca di analizzare diversi aspetti di questi allestimenti/adattamenti/studi, aprendo, per ogni spettacolo, un discorso focalizzato su un elemento in particolare. L’autrice analizza, infatti, P-ossessione Otello (2015), Happy Crown- Riccardo II (2017) – quest’ultimo anche in versione cinematografica con il titolo il re muore (2019), La bisbetica domata (2012-2013), Il mercante di Venezia (2014, 2018, 2019), Misure per Misura (2016), La dodicesima notte (2018, 2019), Shakscene (2014).
Il saggio si chiude con un doveroso riferimento a La tempesta nella traduzione di Eduardo De Filippo.
La traduzione eduardiana de La Tempesta è l’argomento principale anche del saggio di Nicola De Blasi, il quale apre il suo scritto parlando della Nota del traduttore che accompagna il testo e che occupa ben tre pagine, che descrivono la genesi, le scelte e l’operazione linguistica operata da Eduardo con l’aiuto della moglie Isabella Quarantotti. In particolare, l’autore si sofferma sui tre puntini di sospensione che concludono l’ultimo rigo della Nota, analizzando le possibilità allusive che aveva immaginato Eduardo, aprendo, cioè, il testo ad infinite possibilità evolutive, come la registrazione vocale: il nastro registrato e montato da Gianfranco Cabiddu trasmette nel futuro la voce di Eduardo. Ecco, dunque, una delle potenzialità di quei tre punti di sospensione: un’assenza del teatro e della scena che, però, scatena la fantasia degli spettatori/ascoltatori.
De Blasi ci accompagna attraverso un ulteriore viaggio intrapreso da questo testo, a partire da quei famosi tre puntini di sospensione: Cabiddu, infatti, crea anche un film dal titolo La stoffa dei sogni, interpretato da Renato Carpentieri, Ennio Fantastichini e Sergio Rubini, il cui racconto vede una compagnia di attori che scampa ad un naufragio e prova a mettere in scena La tempesta in napoletano.
Il saggio si conclude con un approfondimento linguistico che affronta la scelta del napoletano seicentesco da parte di Eduardo, nel lungo lavoro di traduzione dell’originale shakespeariano.
Ritorna ancora La tempesta in traduzione e il già citato attore napoletano Renato Carpentieri come argomento fondamentali del saggio firmato da Grazia D’Arienzo, autrice del volume interamente dedicato alla carriera di Carpentieri, già recensito in questa rubrica.
In particolare, la studiosa si sofferma sullo spettacolo Avviso ai naviganti. Studio su Calibano che vede Carpentieri come autore e come co-regista con Lello Serao, durante gli anni del suo lavoro con Libera Scena Ensamble.
Carpentieri ha immaginato un post-Tempesta: un’isola come un grande tappeto sulla scena, Calibano diventa padrone assoluto dell’isola dopo la partenza di Prospero, Trinculo e Stefano sono stati abbandonati sull’isola, Ariel continua ad abitarla con fattezze femminili.
Il lungo lavoro di analisi operato dalla D’Arienzo rievoca non solo le interferenze e gli studi che hanno guidato Carpentieri nella stesura di questo copione, ma struttura l’intero saggio in un’analisi divisa in 6 blocchi che costituiscono in realtà le parti del copione, seguendo ancora una volta il filo conduttore dell’analisi testuale per arrivare alla scena.
Annamaria Sapienza si sofferma, invece, su una delle operazioni testuali e sceniche più ricordate, negli ultimi anni a Napoli: Mal’essere di Davide Iodice, in scena nel 2017 presso il Teatro San Ferdinando di Napoli. L’autrice presenta un contributo ricco di elementi che ripercorrono non solo la costruzione ed esecuzione dello spettacolo, ma descrive il progetto che vive alla base di questo prodotto. Infatti, parliamo di un lunghissimo lavoro che vede la partecipazione di numerosi giovani, attori o aspiranti tali, che sono stati diretti e seguiti dallo stesso Iodice presso la Scuola Elementare del Teatro, officina permanente all’interno dell’ex Asilo Filangieri di Napoli. L’analisi dell’autrice mette in luce la lunga e profonda osservazione che la studiosa ha condotto nei vari momenti di costruzione di questo percorso, che non può essere semplicemente identificato o descritto come una messa in scena. In realtà è importante comprendere ciò che racchiude il prodotto finale per ripercorrere a ritroso, grazie alle parole di questo contributo, tutte le fasi che si sono sovrapposte e solidificate nel corso del tempo. Parliamo di personaggi complessi e di storie importanti come quelli riportati all’interno del testo Amleto, da cui deriva il titolo dello spettacolo di Iodice, e che contiene, in effetti, il senso di malessere comunicato dai giovani attori presenti sul palcoscenico. L’autrice, inoltre, si sofferma in maniera interessante sulle scelte linguistiche adottate nella costruzione di ben 34 quadri, cioè la scelta di mantenere il blank verse shakespeariano pur adottando una lingua “rap” che utilizza una mescidanza tra il verso del Bardo e il napoletano contemporaneo dei giovani di periferia o dei quartieri popolari. L’attenzione posta, inoltre, sull’attualissimo personaggio del giovane Amleto fa comprendere il tipo di percorso antropologico, culturale e sociale che hanno affrontato i giovani attori attraverso la guida di Davide Iodice.
Lo stesso personaggio, cioè Amleto, affiora tra le prime pagine del saggio firmato a quattro mani da Alfonso Amendola e da Vincenzo Del Gaudio, partendo da una frase pronunciata dalla madre del protagonista, attraverso cui il ragazzo viene descritto come grassoccio e con poco fiato. La scelta originale dei due autori è quella di partire da lontano e dimostrare al lettore che sotto un aspetto più conosciuto e diffuso, emerge un particolare in effetti non celato, ma volutamente poco esplicitato. Bisognerebbe, dunque, approfondire l’osservazione, non solo testuale, ma soprattutto scenica, per cogliere ciò di cui si occupano i due studiosi, ossia la mediologia o l’elemento mediale. Parliamo, dunque, di un ulteriore aspetto che converge, poi, nel rapporto Napoli-Shakespeare, ma che appare evidente attraverso le ricerche e i lavori della compagnia napoletana Punta Corsara. Anche Emanuele Valenti e i suoi compagni di scena hanno recuperato alcuni testi shakespeariani creando, in particolare, due spettacoli molto acclamati: Hamlet Travestie e Una comedia di errori. La compagnia, come sottolineano i due studiosi, prende spunto dal testo originario e lavora su due percorsi paralleli: da un lato lo studio e l’adattamento del testo fonte, dall’altro l’adattamento del testo originario alla farsa napoletana e a forme sceniche di un contesto completamente diverso. Sebbene i due studiosi affermino che è difficile recuperare l’elemento mediale all’interno degli spettacoli di Punta Corsara – ossia l’utilizzo di tecniche e mezzi di comunicazione diversi dalla tradizionale “trasmissione” teatrale – in realtà, osservando attentamente, entrambi gli spettacoli citati riportano movimenti scenici di memoria cinematografica, influssi filmici che rimandano al periodo italo-americano, suoni, voci e musiche di ispirazione cinematografica americana. Lo studio di Amendola e Del Gaudio è caratterizzato da una commistione di elementi ed approfondimenti che non tralasciano mai la fonte testuale, ma vertono soprattutto verso un’osservazione che ha come obiettivo fondamentale la scena, la messinscena, il video, l’esecuzione.
La prima parte del volume si conclude con un contributo firmato da Antonella Piazza e da Maria Izzo, in cui, ancora una volta, non solo si ripercorre la scena napoletana degli ultimi trent’anni, ma soprattutto si recupera il personaggio di Amleto che è stato quello più amato dalle produzioni napoletane. L’intervallo di tempo che va da Totò, principe di Danimarca del 1990, firmato da Leo de Berardinis, e il già citato Hamlet Travestie di Punta Corsara del 2014, sono i due riferimenti principali a cui è dedicato questo contributo e su cui le due studiose si soffermano dividendo il saggio in due sezioni, affinché entrambi i prodotti artistici ricevano il doveroso approfondimento.
Questa lunga recensione/analisi di questo volume, come già detto, ricchissimo, si conclude con un veloce accenno alla seconda parte, che rappresenta un’appropriata e altrettanto ricca chiusura: all’interno troviamo le Testimonianze di Gianni Lamagna, in riferimento ai suoi studi sui sonetti shakespeariani poi musicati; di Salvatore Striano con il suo veloce intervento su Amleto e sul suo spettacolo La tempesta di Sasà; di Davide Iodice che testimonia il suo lavoro Mal’essere; di Silvia Spera che ricorda la celebrazione dei 450 anni dalla morte di Shakespeare, nel maggio 2017 presso l’Università degli Studi di Salerno, evento fortemente voluto dalla prof.ssa Antonella Piazza, e che descrive le esibizioni e gli spettacoli in scena presso il teatro di Ateneo dell’Università.
Il volume si chiude con una corposa bibliografia.



COME SUGHERI SULL’ ACQUA

Da un verso della poesia Sera, in spagnolo Tarde, di Federico García Lorca. Sugheri sull’acqua le poesie ed i poeti che desidero presentare, distinti e visibili, sottratti alle tante cose amare che la risacca fa approdare sulle spiagge del mondo.
A cura di Ariele D’Ambrosio

I puntuti fischi dei germogli


Mimmo Grasso    Quintino Scolavino
 
ortaglia
acquerelli di
Quintino Scolavino
 
IL LABORATORIO / le edizioni 2019
pagine 96
euro 20,00
 
Info: vittorio.avella1@gmail.com

a cura di Ariele D’AMBROSIO

Gli autori sono due di questo bel libro di poesie. I testi non prescindono dalle immagini, l’immagine affascinante da inizio al tutto: un acquerello che fa da copertina. È un libro largo perché abbraccia in un tutt’uno la scrittura di Mimmo Grasso e la pittura di Quintino Scolavino. Cosa saranno quelle piante di piedi, una più nera, una più grigia? Piante! Cosa saranno se non il lavoro nella terra, col suo corpo invisibile che finalmente si riposa nell’aria dell’estate? Cosa sarà quella fetta d’anguria attorno alla quale volteggiano linee esili di contorni che si rifanno in geometrie irregolari? È così che comincio a leggere guardando. Sulla pagina sinistra la poesia, sulla destra l’immagine, e tutte precedute dalla colta introduzione che ti prende per mano e ti conduce in questo libro naturale, liber medicinalis che così ci dice: la procedura non è nuova: già San Paolino si lamentava del fatto che a Cimitile, sede di basiliche paleocristiane, i pellegrini dormissero con l’orecchio sul suolo per ascoltare la Grande Madre e i puntuti fischi dei germogli. È da qui che desidero partire, da questi puntuti fischi di germogli. Fischi che sono i richiami, gli avvertimenti che la poesia come sempre sa fare e come queste immagini fanno.

In un tempo che comincia a scoprire quanto importante sia il recupero, l’attenzione, il rispetto per la natura e le sue armonie, in una storia che già da tempo vede l’organizzarsi degli orti urbani, per ridare vita naturale alle città sopraffatte dalla industrializzazione urbanistica, ecco apparire ortaglia, titolo e libro di questa splendida raccolta di poesie e acquerelli. E i titoli e le immagini ci trasportano d’incanto tra i legumi, i tuberi, le piante selvatiche, la zolla, la zappa, ma anche la minestra, seduti e stanchi ed affamati attorno a un tavolo, quando il travaglio quotidiano è concluso, e contenti che la natura colorata di segni e di simboli sfami i nostri corpi e le nostre menti. Chi più padre di un contadino-cantore e più madre della terra che ospita radici e sale per nutrire? L’origano ci parla tra lunghi steli come esili gambe scolpite d’africani watussi, e piccole foglie trasparenti e verdi con improvvise e sporadiche geometrie di fili e punti rossi, come a riunire in una metafisica aerea quanto di più espressivo e materico possa esistere: «la minestra stava al caldo. / a tavola eravamo compunti e intimoriti / per quel suo tacere da carta assorbente / … / torino era catrame; la calabria / il suo minimo orto coi colori / delle spiagge e delle api, d’elicriso. / … / spinoso padre, parlavi la tua lingua / di sperduto paddèco abbassando la testa / come l’origano quando profuma.». Avrei dovuto scrivere questa poesia per intero e mi è difficile esprimere la tenerezza che provo per questo padre mite manovale della vita, che si riprende il suo cuore di muscolo vivo nella natura e diventa profumato origano. Non ci sono fronzoli né patetismi nella poesia di Mimmo Grasso, ma solo profondità di senso e di immagini che ne fanno ogni volta un canto, una lirica ed un’epica insieme. Il ritmo non è mai neutro e la scansione sonora mi suona sempre perfetta, connotandosi in uno stile assolutamente riconoscibile. E questo è un valore per l’arte della poesia. Seguono titoli ed acquerelli e mi ritrovo tra canestri di erbe e piante con i loro fiori e le loro infiorescenze medicamentose, e minestre e odori. Una volta scrissi una poesia dedicata al cuoco. Ho sempre pensato che l’arte del cucinare sia la più utile delle altre arti perché ci da mangiare e ci fa vivere, oggi la dedicherei alla natura che permette al cuoco di fabbricare tatto e gusto, vista e odore, mentre si ascolta il suono delle cotture, mentre Mimmo Grasso e Quintino Scolavino sono i cuochi di questo libro di minestre e profumi.

Orto botanico ma senza la grandiosità degli alberi, solo quella aristocratica ed umile delle piante quotidiane, non esibite, ma che sfamano e curano. Per questo al punto d’interpunzione segue sempre la lettera minuscola col pudore del suo sapere.

Vorrei citarle tutte queste poesie, insieme alle tante pennellate di colori, leggere e trasparenti come solo l’acqua può raggiungere. Ma lo spazio non me lo concede. Andrò cercando quello che mi prende e mi amplia in una metafisica di terra e di cielo, di mare e di orizzonti.

Mimmo della patata canta Scolavino tra tasti bianchi e neri di diesis e bemolle, mentre un meteorite con la coda a incendio cade in una notte con le stelle: «… / amo il suo plopp da ciottolo / buttato in acqua inerte,  / il suo odore di amido e di gesso /…/ il suo sostare quieta nell’inquietudine, / mi dice di che pasta sono fatto.». E per il sedano, come una colonna a righe dell’antica Grecia col capitello sfrangiato in macchie verdi che sanno di sete e di foglie: «… / ho bisogno di sedano, il rimedio / che sveglia dall’autismo e dalla trance, / radice amarulenta di un poeta se ascolta / l’angelo del malincuore.». Si arriva alla cipolla, fatta di percorsi a frecce che vogliono uscire dalla pagina, di un suo fantasma appena disegnato: «… / paranoica, certo: l’idea fissa, / era quel suo gesù, addirittura / generato da vergine e da dio. / il soprannaturale le era chiaro, / un oscuro aldilà il naturale. /…»

Ho voluto mettere insieme questi frammenti di poesie diverse, per sottolineare quanto lo psichismo di questa scrittura attraversi la natura, la materia, per proiettarsi verso spazi metafisici che raccolgono istanze spiritualiste, in una semplicità che è punto non facile d’arrivo. E d’improvviso, per spezzare un ritmo solo apparentemente libero, ecco far capolino lo gliummero per la borragine, le quattro quartine di endecasillabi in lingua napoletana, tre a rima alternata ed una a rima incrociata o chiusa di cui le centrali assonanzate per il limone, l’ottava toscana per il cetriolo. A sottolineare la perizia tecnica di un poeta e di una poesia che ritrova nella metrica una curiosità e una gioia che sa giocare e ballare. La fiaba dell’infanzia non manca per il fagiolo, accumulati in ruggine sotto baccelli chiusi in commessure di labbra a filo verde: «… / un gigante mi aspetta “ucci ucci”. // so come va a finire: / cado culo per terra, / a fagiolo, / e mi sveglio. / …». “Ucci Ucci sento odor di cristianucci” e mi ritrovo anch’io nella mia infanzia verde. Ed arriva il gioco da interpretare due volte nella dualità del sopra e sotto, nell’ambiguo erotismo di una fiaba: il pisello: « ¿  ? ». La principessa sul pisello? Famosa fiaba danese di Cristian Andersen divenuta gioco a “doppio senso”, e che qui recupera il visivo ed il sonoro mentale nella sua sintesi estrema così cara allo sperimentalismo anche delle neoavanguardie.
Insomma, un libro composito, complesso e semplice nello stesso tempo che va letto e riletto come a dire dell’ “inesauribilità del testo”, citando Italo Calvino.

Poesie che descrivono pitture e forme, e forme d’acquerelli che penetrano nelle parole di questa poesia, e descrivendosi annunciano storie di materia e psiche, tra simboli iconici e metafore di vita.

Finisco con la cynara: un carciofo intero dove il verde e il blu entrano nel rosso bruno e poi tagliato nella sua metà per dare spazio interno al suo cuore bianco: «… / budda meditò a lungo sotto l’albero di fico. / a me tocca il carciofo, color cenere e sete, / il quieto masticare amare spine / dell’asino che sente la sua pelle / destinata ai tamburi ed alle suole. // le nubi esitano a far precipitare / l’acqua spinosa di superstizioni / e il vento ora che è vento / evita di sfiorarti / per la paura di graffiarsi i piedi. // mio gemello carciofo, / sei un classico: altero, supponente, / scorbutico e coriaceo, / ma sei l’unica pianta con un cuore.» E non c’è retorica, solo materia interna, fatica della parola e del pensiero.