RONDA DEGLI AMMONITI - Recensione di Emanuela Ferrauto

09/06/2019 - 10/06/2019
Sala Assoli - Napoli

RONDA DEGLI AMMONITI
Riparte anche quest’anno il Napoli Teatro Festival Italia, sotto la direzione di Ruggero Cappuccio, presentando un programma organizzato attraverso alcune sezioni che contengono numerosi spettacoli, eventi, laboratori e progetti: sezione internazionale, sezione italiana, sezione osservatorio, sezione letteratura, sezione sportopera, musica, danza, cinema, laboratori, mostre e progetti speciali.
All’interno della sezione “italiana” ritroviamo anche quest’anno Enzo Moscato, con uno spettacolo assolutamente inedito, sebbene lo stesso drammaturgo e attore affermi che la genesi di questo testo risalga al passato. Il debutto, naturalmente, è affidato al palcoscenico della Sala Assoli di Napoli, ormai rinnovata e accogliente, nonostante il caldo che accompagna ogni anno le giornate del Festival. Purtroppo le due uniche date previste per la RONDA DEGLI AMMONITI, questo il titolo, ossia il 9 e 10 giugno, non permettono la visione a tutti gli spettatori desiderosi di immergersi nel nuovo lavoro del drammaturgo napoletano, ma è bene tranquillizzarli perché rivedremo questo spettacolo durante la prossima stagione teatrale. Fortunatamente, dovremmo aggiungere! Ebbene sì, fortunatamente. Questo spettacolo esplode in lunghi applausi alla fine del debutto, mostrando un Enzo Moscato energico, sorridente e compiaciuto.
Dopo aver osservato i due spettacoli che hanno debuttato negli ultimi anni al Festival,  cioè dopo il grande entusiasmo suscitato da GRAND’ESTATE e le perplessità scaturite dalla visione di RACCOGLIERE E BRUCIARE, ispirato all’ Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, ci ritroviamo davanti ad un prodotto che funziona, che è moderno, che contiene le mille sfaccettature della poetica di Moscato, che colpisce il pubblico, anche quello meno avvezzo alla lettura della parola di Moscato, che, dunque, piace. Questo spettacolo scorre attraverso una durata ben definita, non eccessiva, che sembra però, aprirsi simbolicamente ad un tempo infinito ed eterno, coinvolgendo gli spettatori, soprattutto artisti, studiosi, giornalisti, spettatori rapiti: tutti osservano attraverso un incantato silenzio.
 La storia della ronda degli ammoniti, come afferma lo stesso Moscato, ha un filo conduttore che lega questo spettacolo agli ultimi, ossia la morte. Nonostante il primo riferimento immediato che imperversa violento nella mente dello spettatore più esperto sia il ricordo de La classe morta di Kantor, la cui aura aleggia costantemente, perché autore assimilato e fagocitato dal drammaturgo napoletano, in realtà qui Moscato supera la citazione, poiché ritroviamo tantissimi elementi della sua poetica e della sua particolare costruzione di drammaturgia testuale e scenica. Il senso di “non ritorno” che si percepisce nel lavoro di Kantor, qui sembra improvvisamente superato, nonostante il racconto sia costruito su un concetto di decadenza, che non confluisce, però, in una fine totale, bensì apre interrogativi infiniti e mai risolti.
La storia di una classe di ragazzi suicidi, affiancata simbolicamente a quella dei giovanissimi soldati morti in guerra, è collocata nel 1917, subito prima della disfatta di Caporetto dell’ottobre dello stesso anno. Una città, N., una scuola elementare, anche in questo caso un nome puntato (Emanuele G., cioè Emanuele Gianturco), un’ambientazione, i Quartieri Spagnoli: i nomi puntati raccontano simbolicamente un’identità poco definita, un luogo atemporale, un’interruzione prematura della vita. Per svolgere questo racconto Moscato prende spunto da un fatto di cronaca che racconta di numerosi ragazzi – o meglio bambini – che si suicidavano dalle finestre dei piani più alti della scuola. Il motivo addotto sembrava la paura di essere arruolati nella Grande Guerra, visto che le truppe italiane, proprio prima della disfatta di Caporetto, già affrante e demotivate, avevano bisogno di nuove reclute. Il racconto non ha una linearità, né circolarità, bensì Moscato costruisce abilmente il tutto su salti temporali che ci trasportano alla fine dell’Ottocento, dopo l’Unità d’Italia e durante l’entusiasmo giovanile, poi al presente/passato, ossia il 1917, e contemporaneamente al futuro, rappresentato dagli studenti mai cresciuti che, in forma di adulti apparenti, sono seduti sui banchi della fantomatica classe rappresentata in scena. Suddivisione rigorosa quella tra maschi e femmine, con un infiltrato interpretato dallo stesso autore, nei panni di un ragazzino dall’antica parlata napoletana, indisciplinato, ma, per questo motivo, sincero. Gli abiti scuri, i piedi scalzi, i fondali oscuri, le bende sugli occhi e le ferite, contrastano con il viso gioioso, ma pietrificato, di questi ragazzi, in combinazione con l’apatia del maestro, interpretato da un ottimo Benedetto Casillo, e con l’ombrosità  del bidello, uno straordinario Ciro D’Errico, quest’ultimo impegnato in poche battute, ma ogni volta di grande intensità, sia recitativa che espressiva. Appare, infatti, inquietante, ma assolutamente pertinente, il suo “affacciarsi” dall’oscurità, come spia della vita e della giovinezza, accalappiatore dell’attenzione del pubblico, temuta presenza mortuaria – quasi un becchino – che riporta le notizie della morte di ogni bambino suicida.
Nonostante Moscato recuperi elementi biografici – le storie dei Quartieri Spagnoli – e storici – la Grande Guerra- certamente il drammaturgo non vuole raccontare il passato né il futuro, bensì il presente. All’inizio dello spettacolo, nei panni di un sacerdote, lui stesso legge, tra le pagine di un dizionario, i diversi significati di un unico lemma: ammoniti. Dal popolo del medio Oriente, dedito al suicidio, ai molluschi, fino al concetto fondamentale, Moscato spinge il pubblico a trovare il reale significato, soluzione possibile solo dopo aver maturato, per alcuni giorni, la visione di questo spettacolo. L’umanità del presente è ammonita, redarguita, avvertita, rimproverata. Il futuro dei giovani è bruciato da un volo che non è vita, ma suicidio di memoria icariana. L’escamotage del fatto di cronaca sembra depistare il pubblico che, però, in conclusione, appare commosso, ferito, toccato, a tratti divertito, attraverso una comicità nera, che cita, quasi sprezzante anche la battuta scarpettiana del bambino di Miseria e Nobiltà.
 Tutti noi siamo stati ammoniti, girovaghiamo in una ronda che è la vita, il cui scorrere sembra interrotto e frantumato da uno zoppicante ed incerto ritorno al passato, unico luogo certo. Il senso del discorso è proprio la visione a ritroso, poiché rivivere il passato sembra farci sperare in un futuro che abbiamo conosciuto solo attraverso speranze ed immaginazione, ma poi distrutto attraverso un volo suicida. Il grottesco e l’ambientazione gotica fanno da sfondo alle canzoni antiche di inizio novecento, comprese quelle legate alla Grande Guerra, metafora della vita in decadenza. All’interno di una classe e di una scuola cimiteriale, dai pavimenti antichi, entra una zoccola, un topo, putrefazione invisibile che allarma gli studenti. Quest’ultimi, interpretati da un ottimo cast – Simona Barattolo, Salvatore Chiantone, Giovanni Di Bonito, Tonia Filomena; Amelia Longobardi, Francesco Moscato, Antonio Polito, Michele Principe – sono fortemente caratterizzati, non solo attraverso le fattezze, ma soprattutto attraverso la voce; maschere fisse, grottesche, a tratti delicate, a tratti comiche, guardano con occhi fissi il pubblico. Anche lo sguardo sembra ammonire gli spettatori, come il maestro ammonisce gli studenti, come il bidello ammonisce il maestro e come il sacerdote ammonisce l’umanità intera, attraverso una figura senza tempo, dalla tunica nera e dalla stola viola da funerale, che improvvisamente diventa la sciarpa dell’indisciplinato scugnizzo di quartiere. Moscato mescola sacro e profano, canzoni d’amore e di guerra, preghiere, litanie e filastrocche, con il sottofondo della coinvolgente ed elegante colonna sonora firmata da Lino Cannavacciuolo. L’intero spettacolo si conclude con il Salmo 129, più comunemente conosciuto con il titolo De profundis e come preghiera recitata in riferimento ai defunti. L’ammonimento continua, ma stavolta ci si chiede: è l’uomo che ammonisce Dio? Durante l’ultima scena, due bambini, reali stavolta, si accomodano nei primi banchi ormai vuoti, ma occupati solo da un fiore rosso, colore sempre presente, anche in piccoli oggetti, negli spettacolo di Enzo Moscato.
EMANUELA FERRAUTO
 
 
RONDA DEGLI AMMONITI
Napoli Teatro Festivali Italia 2019
Sala Assoli – Napoli
9-10 giugno 2019
CON BENEDETTO CASILLO, SIMONA BARATTOLO, SALVATORE CHIANTONE, CIRO D’ERRICO, GIOVANNI DI BONITO, TONIA FILOMENA, AMELIA LONGOBARDI, ENZO MOSCATO, FRANCESCO MOSCATO, ANTONIO POLITO, MICHELE PRINCIPE
MUSICHE LINO CANNAVACCIUOLO
SCENA CLELIO ALFINITO
COSTUMI VERONICA GROSSI
FONICA TERESA DI MONACO
AIUTO REGIA CARLO GUITTO
REGIA ENZO MOSCATO
ORGANIZZAZIONE CLAUDIO AFFINITO
COPRODUZIONE COMPAGNIA ENZO MOSCATO – CASA DEL CONTEMPORANEO, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA
prima assoluta