Ariele D'Ambrosio, Presentazione del volume "Le parole ritrovate" di Antonio Calabrese

07/03/2019
Napoli

Antonio Calabrese
 
Le parole ritrovate
Poesie in napoletano
Con traduzione in italiano a fronte
 
italic 2017
pagine 364
Euro 22,00
 
 
Prendere tra le mani il libro di poesie in napoletano di Antonio Calabrese significa accorgersi subito di accogliere qualcosa di elegante, sia nella forma che – e poi lo vedremo – nei contenuti. Ma quale parola attribuisco oggi all’eleganza. Intanto non il valore effimero e superficiale che troppo spesso si attribuisce al mondo della moda e delle mode, ma piuttosto quello che contiene in se il valore di una ricchezza non esibita, ma che, in questo caso, si scopre come una virtù silenziosa capace di profondità concettuali e di un talento artigiano nel limare e limare versi fino a trovare quell’equilibrio tra temi forma e contenuti, che lasciano ogni volta stupiti. Perché in tanto versificare “libero” si è spesso dimenticato quanto i canoni della metrica e della versificazione, la conoscenza della prosodia, siano invece quei percorsi solo relativamente “obbligati”, ma che ti conducono verso sentieri improvvisi, spazi e squarci inaspettati che ti liberano paradossalmente da tanta versificazione così detta “libera” e che invece ti imprigiona e ti risucchia nelle sabbie mobili di una pianificazione standardizzata, ripetitiva, fatta troppo spesso, di una cripticità solipsistica che non dice e non parla, che non suona e non canta.
Le poesie che leggiamo in questo libro invece, anche per le caratteristiche strutturali che rivelano, dicono e parlano, suonano e cantano.
A volte appaiono come segni di un minimalismo interiore che nella successione dei testi spostano l’immagine e il suono di poco e con questo poco, ogni volta, costruiscono la storia, una buona storia di una buona vita.
Si, queste poesie hanno quindi anche la capacità di raccontare tempi ed immagini ogni volta un poco diversi, dove queste diversità approfondiscono il senso emotivo di quanto vogliono esprimere e raccontare.
Ho sempre pensato che una poesia è più vicina ad un dipinto su carta, tela, cartone, legno, intonaco, che ad una scultura. La poesia, questa testardamente lineare, la si scrive su un foglio di carta, anche se oggi s’usa lo schermo a pixel di un computer. Ma resta bidimensionale come il dipinto già citato. Ma cosa rende ambedue tridimensionali come questa nostra vita, almeno in apparenza? Un artificio tecnico che fanno di queste arti un arte più magica, di quella “magia” che amplifica le verità della vita per farla comprendere più compiutamente. Sto parlando della prospettiva, che costruisce profondità ed angolazioni diverse, sempre diverse. Èil caso delle poesie di questo bel libro, poesie prospetticamente sempre un po’ differenti che non si pianificano in un’unica visione, ma inducono a soffermarsi sui particolari che le differenziano e che si completano in un insieme unitario di coerenza sia estetica che etica.
Sulla copertina una fotografia fatta ad ovale in orizzontale, di colore seppia: Nisida tra il cielo ed il mare, un pezzetto di spiaggia, una barchetta sola sulla battigia. Non ci sono né cose né esseri mobili, ma tutto resta fermo e sospeso in una dimensione metafisica e contemplativa che ti riporta all’antico. Quegli ovali ottocenteschi, che si ritrovano, a volte, ancora nelle nostre case. Ed allora lo guardi e ti senti trasportato, come in una macchina del tempo, più che in un contesto nella dimensione psichica di passato presente. Ma si badi bene, un passato che riesce a vivere attraverso l’emozione e fa dei ricordi non una scoria opaca e mesta, ma un presente vivo e vissuto.
Anche qui l’eleganza di questa bella copertina, di questa equilibrata e saggia edizione.
E poi dopo il nome dell’autore, Antonio Calabrese, il titolo “Le parole ritrovate”, e poi il sottotitolo “Poesie in Napoletano”, ed ancora sotto la fotografia, Con traduzione in italiano a fronte.
Un poeta lavora con gli strumenti tecnici che gli appartengono e non può non dar peso, non può non approfondire il senso della parola, e con esso tutto il percorso storico-linguistico che quella parola e solo quella racchiude dentro di se e per questo la sceglie.
Quindi “Poesie in napoletano” e non poesie napoletane. Con traduzione in italiano a fronte. Tutto questo identifica il napoletano come una lingua, definisce il dialetto napoletano come lingua e dichiara, già in copertina, la distinzione, la distanza da una scrittura dialettale spesso preda dell’uso anche superficiale e degradato dei nostri giorni. E poi, perché non pensare a lettori che non conoscono questa lingua e che giocando con la sonorità di parole a loro sconosciute ne possono però scoprire il senso e comprenderne la storia con l’aiuto di una traduzione? Anche questo sottolinea una lingua.
A questo punto ne affrontiamo il titolo: “Le parole Ritrovate” e subito ci ritroviamo nella ottima prefazione di Diego Poli, prefazione davvero esaustiva, che vale la pena leggere con attenzione. Il titolo è assai indovinato: Ritrovare le parole per districare i pensieri. L’itinerario poetico di Antonio Calabrese.
Partendo da questo titolo possiamo definire il lavoro dell’autore, una lavoro serio che insieme alla emotiva creatività dell’artista unisce la cultura e l’esperienza del professionista. E in accordo con Valerio Magrelli, sottolineo che l’artisticità non può rifuggire dalla professionalità che quella stessa artisticità esige e che vuol dire la consapevolezza e la capacità di maneggiare tutto il bagaglio tecnico che è proprio della poesia. Fare proprio questo bagaglio sintattico, lessicale, metrico e tanto altro ancora che permette di esprimere sempre più compiutamente il proprio sentire e rinnovarlo, persino innovarlo.
In queste poesie ho letto molte parole, anche frasi che compongono i versi che non sono più in uso nella parlata napoletana. Ne trascrivo qualcuna: vverole-castagne, ggavine-gabbiani, salimasta-salmastro, ’na rocchia-uno stormo, fronne ncafutate-foglie incartocciate, sgravogliano-sciolgono, cafuorchio-anfratto, ancine-ricci di mare, zenneano-ammiccano, vrucculianno-carezzando, gliuommere-grovigli, petturata-parapetto, caruliate-tarlati, ’a carta se zuca ’a gnosta-la carta si succhia l’inchiostro, scafutanno-scavando, attunnate-arrotondati, s’annaria-s’innalza, ch’annaria ’e vvele-che spiega al vento le vele. E concludo questo passaggio con: comme ’a culata ’o sole-come bucato al sole, vierze senza accuppatura-versi disadorni.
Qui si definisce subito – e torno a ripetere – l’utilità della traduzione a fronte, e se un napoletano, ma anche uno “straniero”, si sofferma, tenta o comunque s’impegna a pronunciare queste parole, ne coglierà tutta la forza significante che questi suoni evocano anche soltanto come sonorità aspecifiche.
Come non immaginare, meglio vedere, i panni appena lavati e stesi al sole, che lasciano colare con un gocciolare prima impetuoso e poi man mano delicato e ritmico l’acqua piena di quell’odore di bucato fresco mentre la madre allegra, anche se affaticata, lascia correre i figli gioiosi sul terrazzo di una casa o di un palazzo e con la sensazione che si espande in un momento di spensieratezza che ci lascia recuperare un’infanzia libera in un momento presente. Ed ancora “i versi disadorni” con quel senza accuppatura, senza fronzoli, abbellimenti, che per suono mi ricorda anche il “cuoppo” che accoglie, ma anche che copre come coperchio il beccuccio della caffettiera per non fare sfuggire l’aroma del caffè che sale, ma che invece in questo caso, resta solo un coperchio che copre senza alcuna utilità e che messo ’a coppa, messo sopra, bloccherebbe “l’esplodere” del profumo dalla pentola che bolle, senza poterci donare il senso profondo del gusto e della sazietà.
Anche questo, un modo di approcciarsi alla poesia, come per tutta l’arte: fare ponti che si collegano, s’intersecano, s’interconnettono col nostro vissuto emotivo e culturale. E con stupore ci accorgeremo che quella poesia è diventata nostra perché farà, da quel momento in poi, parte anch’essa del nostro vissuto in un gioco di specchi inestricabili, a momenti dolorosi, allegri, nostalgici, gioiosi, melanconici: le emozioni della vita che sono la vita.
Ritornando a “Le parole Ritrovate” e a Ritrovare le parole per districare i pensieri, è qui che trovo uno dei nuclei fondanti della ricerca di Antonio Calabrese in queste sue poesie.
Il lavoro di scavo e di reperimento, fanno dell’autore quasi un archeologo delle parole, che però non le ritrova per metterle in una bacheca museale, ma per organizzarle in un dire presente che le vitalizza nella sonorità di un canto. Qui il primo momento di una ricerca attenta, di grande gusto e che fa capire quanto questo poeta sia esperto ed attento all’uso della lingua.
Bene fa Diego Poli ad inserirlo nella così detta produzione “neodialettale” napoletana, anche se questa parola raggruppa poeti assolutamente distanti nelle intenzioni, sia formali che di contenuti, ma l’autore di questo libro a giusto titolo aggiunge un ulteriore necessario tassello a questa ricerca.
Nella prefazione si parla di lingua etnica ed esclusiva strappata alla tradizione dell’oralità. Ed anche qui è quella originalità che ci fa capire quanto impegno formale e quindi sperimentale – se lo si vuole cogliere – c’è in questa poesia, e senza, volendolo sottolineare, quella dimensione retorica e consolatoria che ha pervaso i “salotti” dei “versaioli” dialettali, per dirla alla Manacorda maniera o come preferisco dire di “scrivani di righi in successione”.
Il libro unifica un lungo percorso, mettendo insieme poesie già pubblicate e di nuova fattura. È composto di tre sezioni: Cocciole di settantatrè poesie, A piede scauze di cinquantaquattro poesie e Tra scuoglie e nuvole di quaranta poesie. I temi sono spesso l’amore, la malinconia per il tempo passato con parole che rimandano al mare ed al cielo: uccelli, barche, prue, cime, scalmi e che riportano verosimilmente alla vita ed ai piaceri dell’autore: gabbiani nel cielo, frutti di mare nel mare e sulle spiagge. Un cercare e trovare una spiritualità laica che non può prescindere dalla contemplazione della natura tutta.
All’’animo pensoso, all’espressionismo, alle risorse foniche, così colte con attenzione da Diego Poli, aggiungo il talento e la competenza metrica di Antonio Calabrese che lo spinge anche verso una forma d’arte per lui inaspettata: la canzone. Come i poeti della tradizione però, quelli che affidavano il testo al musicista che ne componeva la melodia e l’arrangiamento.
Ma è bene subito sottolineare, che malgrado si recepisca un modello anche tradizionale in questa scrittura, è assolutamente assente “l’epigonia”; parola a cui non attribuisco l’introvabilità di epigoni per sostituire un “maestro”, ma piuttosto la condizione di agonia degli epigoni che soltanto mortificano e spengono definitivamente, “morendo” loro stessi, ciò che di bello, di buono, di talentuoso era stato già prodotto nel migliore dei modi .
Qui si tratta di una forma rinnovata all’interno di una linea, che contiene in sé l’aristocrazia culturale di una tradizione letteraria importante, ma viva e presente.
Dicevo della metrica. Ed allora quartine di settenari, novenari, endecasillabi, rime spesso incrociate, rime assonanzate, alcuni versi liberi con assonanze “naturali” che sottolineano l’allenamento alla tecnica della versificazione, ottonarti, quinari, inarcature in francese enjambement e tanto altro ancora.
Entriamo ora nel merito di qualche poesia che ho scelto, cinque come le dita della mano e come esempi che possono, anche se in sintesi, racchiudere le caratteristiche di tutto il libro.
Sono poesie che non hanno titolo, per cui comincerò sempre dal primo verso. Ed ecco ’O sole ca spaccava tanno ’e pprete, la sessantatreesima poesia della prima sezione. Quattordici endecasillabi sciolti con assonanze spontanee in cui è dichiarata l’ansia per il tempo che passa:
 
Stiso vicino ô mare dint’ êvvene
sento ’e trasì l’ummedetà ca scenne
’a cielo nterra, e fredda fa st’ arena
ca comme ’o tiempo sfuje pe mmiez’ ê ddeta
 
E nella sua traduzione:
 
 Steso vicino al mare nelle vene
 sento entrar l’umidità che scende
 dal cielo in terra, e fredda fa la sabbia
 che come il tempo sfugge tra le dita.
 
In questi versi conclusivi il sangue diventa mare che espande un corpo oltre i suoi confini, mentre il tempo che scorre inesorabile diventa materia, anch’esso corpo come una sabbia di clessidra umida e fredda.
Tiempo che passaè il verso con cui inizia la settantatreesima poesia sempre della prima sezione. Sei quartine di quinari con rime precise solo a volte assonanzate, alternate ed incrociate o chiuse. Queste brevissime note come minima analisi metrica del testo le riporto semplicemente per sottolineare ogni volta come l’autore, all’interno di una competenza tecnica virtuosa e talentuosa sia capace poi di esprimere riflessioni emotivamente intense attraverso una visionarietà che trova la condizione di unire il proprio corpo con la natura che ama e lo circonda ed approdando in questo modo ad una dimensione lirica e spirituale.
Così le due quartine centrali della poesia:
 
Risacca ’e notte
che conta l’ore
- nasce chi nasce, more chi more -.
 
Chello che è stato
lassato areto, core cujeto
senza passato.
 
E nella sua traduzione:
 
Risacca di notte
che conta le ore
nasce chi nasce, muore chi muore -.
 
Quello che è stato
lasciato in dietro,
cuore ormai quieto
senza passato.
 
Facile cogliere tutta la forza dell’ineluttabilità e della rassegnazione che cerca una tregua azzerando il passato e con esso il tempo che scorre. Ma mi soffermo sul quinario, che con il suo ritmo – mi riporta al grandissimo Raffaele Viviani – s’incidenelle sei quartine asciutte e che mai si abbandonano alla retorica di un napoletano abusato.
Ed ora la terza poesia, la ventisettesima della seconda sezione: quattro quartine di ottonari e settenari per lo più con rime assonanzate come penziere e nire, come suonne e staggione e subito il primo verso ’O gliummero d’ ‘e penziere – Il groviglio dei pensieri, con la parola gliummero – groviglio che si ripete reiterandosi in tutti i primi versi delle altre tre quartine:’O gliummero d’ ‘e suonne – dei sogni, ’O gliummero d’ ‘e ricorde – dei ricordi, ’O gliummero d’ ’e tutto ’o bene – di tutto il bene.
Il primo verso della precedente poesia dice invece ‘O struscio d’ ‘e penziere – Il viavai dei pensieri.
Ora, ascoltare o ascoltarsi nel dire gliummero è capire quanta importanza, bravura, attenzione c’è nella scelta di una parola che nel suo suono contiene l’emozione della difficoltà di districare da un groviglio una verità, meglio una consapevolezza. Così come da struscio, da questo suono raggiungere la realtà di un andare e venire che non si ferma e per questo non si placa, non si riposa, non raggiunge. Ma c’è anche altro, lo struscio è un antico rituale napoletano di tradizione nel tempo dei Sepolcri a Pasqua. Le signore eleganti con gonne lunghe passeggiavano per via Toledo, appunto per andare a pregare sui Sepolcri, “fatti” sempre in numero dispari. Ebbene le gonne lunghe strusciavano sulla strada emettendo un suono che questa parola, anche onomatopeutica, riproduce. Ma strusciando raccolgono anche scorie, polvere, strusciando si sporcano. Èqui la capacità della poesia, del poeta bravo, di far diventare parole impalpabili, trasparenti come pensiero, sogno, ricordo, bene, qualcosa di assolutamente materico, che si ritrova con i sensi, come il groviglio di una matassa per il tatto, lo strisciare strofinando per il suono, in una sorta di sinestesia tra l’astratto e il concreto come ulteriore elemento tecnico della poesia.Ed è in queste parole, che ho evidenziato ad esempio, che possiamo trovare, da un punto di vista fonetico, suoni sibilanti, plosivi, fruscii, fricativi, palatali, gutturali, e tanto altro ancora, che si fondono nel testo recitato o cantato, formando un contrappunto tra semantica e suono e che in sintesi è la musica della parola che nasce dalla parola stessa. Qui questo percorso, come  a volere entrare all’interno con un microscopio elettronico e toccare con mano quel significante che ci penetra dentro senza che ce ne accorgiamo perché troppo concentrati al solo significato. Qui l’importanza della prosodia e della consapevolezza attoriale su cui più di tutti hanno lavorato sorprendendoci Vittorio Gassman e Carmelo Bene.    
La poesia si conclude con gli ultimi due versi:
 
’o capo, chi ’o tene ’o tene,
né ’o lassa, né ’o spezza, né …
 
il capo, chiunque lo abbia,
né lo lascia, né lo spezza, né …
 
Il capo che è il filo bandolo della matassa è anche il nostro cervello con i sui neuroni, con i suoi fili elettrici di dendriti che s’incrociano trovando nuove vie, ritornando su strade già tracciate, costruendo da queste nuovi percorsi per farli restare anche in sospensione con quel né … a puntini come fosse una dissonanza che non conclude una melodia jazz, ma la lascia continuare dall’immaginazione visiva e sonora di chi l’ascolta: sentire anche senza capire cercando e riscoprendo così, anche in un nuovo modo, la propria storia, la propria emozione, la propria riflessione.
Ed ecco l’anulare, il quarto dito della mano, la quarta poesia. La trentottesima sempre della seconda sezione. Due strofe di settenari con versi anche sdruccioli e qualche inarcatura. Così la prima strofa:
 
L’arillo ch’ annascuso
mmiezo ô nniro d’ ’e fronne
fa sèntere sta voce
sperta, senza sparagno,
nun ’o ssape ca ’a notte
nun è sulo stu cielo
’e stelle ca maie cagnano,
chest’ aria ’e mare doce,
ma è pure chistu canto.
 
E nella sua traduzione:
 
Il grillo che nascosto
nel nero del fogliame
fa udire senza risparmio
questa sua voce smarrita,
non sa che la notte,
non è solo questo cielo,
di immutabili stelle,
questa mite aria di mare,
ma anche questo canto.
 
Intanto il grillo è nascosto nel nero della notte e delle foglie anch’esse nere per l’assenza di luce. Ma è quel sperta – smarrita, quella voce smarrita del grillo che mi ha sorpreso e mi ha trasportato in un istante nella dimensione lirica dell’esistenza col suo spaesamento fatto di nostalgia e di solitudine. Ed è la poesia che ci aiuta, forse ci salva, dalla consapevolezza di tanto nero, di tanto tempo che passa. Perché in questo silenzio assoluto di stelle lontanissime che non illuminano se pur luminose, c’è un canto presente di un piccolo esserino nascosto, il grillo che, malgrado un buio senza confini, costruisce col suo canto pavimenti e pareti che ci proteggono e ci riconducono alla bellezza dei colori e del sole.
Il mignolo, il dito più piccolo vorrebbe concludere con un ponte nel mare per lasciare altri percorsi di terra e di cielo. È la quarantesima della terza sezione:
 
Aggio sceriato ’o fierro
scrastanno ’e diente ’e cane,
vattenno c’ ’o scarpiello
fino a fa’ ascì l’ acciaro.
 
E st’ anema chi ’a sceréa,
chi ne sape ’o culore?
Cennere, pommece, cennere
e ancora nun vene fore.
 
E nella sua traduzione:
 
Ho pulito l’ancora
raschiando le incrostazioni,
battendo con lo scalpello
fino a scoprire l’acciaio.
 
E quest’anima chi la leviga
chi ne conosce il colore?
Cenere, pomice, cenere
e ancora non viene fuori.   
 
Scrastanno, ripeteteviscrastanno, ascoltate il vostro stesso suono mentre leggete a voce alta questa parola e questo rude suono-rumore. Vi farà sentire tutta la fatica dell’uomo che cerca se stesso, se stesso come ancora, come appiglio, come stabilità. Che cerca il proprio mistero o chi lo possa inutilmente svelare, perché svelarlo vuol dire trovare un’identità profonda o ritrovare un’identità perduta. 
Qui la fatica di un poeta, Antonio Calabrese, che vive inesorabilmente come poeta, dilatando senza sosta le emozioni del bene e del male dentro e fuori di se, vivendo l’incapacità di adattarsi alle realtà anche crudeli della vita, ma donandoci tutto l’amore che da queste sofferenze esplode ogni volta con la convinzione del buono e del bello.
 
 
Ariele D’Ambrosio
Napoli 2019